Meditazione

Quinto passo del cammino buddhista

Il buddhismo e i dodici passi: quinto passo

Tempo di lettura: 8 minuti

Presentiamo ai lettori di Gate la pubblicazione in serie dei saggi su Il Buddhismo e i Dodici Passi. Non ci troviamo di fronte a una semplice riflessione teorica sulla pratica meditativa, ma a un contributo di profonda autenticità, nato dall’esperienza vissuta e da un confronto paziente tra spiritualità buddhista e cammino di riabilitazione secondo i Dodici Passi. In queste pagine risuona la voce di una comunità che, a partire dagli incontri settimanali degli Alcolisti Anonimi presso il San Francisco Zen Center, ha saputo raccogliere, custodire e restituire a tanti esperienza, forza e speranza.

Questi scritti non offrono soluzioni preconfezionate, ma accompagnano il praticante nel riconoscimento della propria sofferenza, nella fatica della trasformazione, e nella maturazione di una profonda consapevolezza della propria responsabilità verso sé stessi e verso gli altri. Sono la testimonianza concreta di un percorso che unisce rigore e compassione, in cui il lavoro su di sé diventa occasione di apertura, relazione e servizio. La scelta dell’anonimato dell’autore dimostra il carattere collettivo di questa ricerca: un invito a condividere, a sperimentare, a non sentirsi mai soli di fronte alla sofferenza e alla possibilità della guarigione.

Il quinto passo

Ammettiamo di fronte a Dio, a noi stessi e a un altro essere umano quali sono esattamente i nostri torti.

Una volta al mese, con la luna piena o giù di lì, qui al San Francisco Zen Center ci riuniamo nella Sala del Buddha per la cosiddetta Cerimonia del Bodhisattva o Cerimonia della Luna Piena o ancora, in giapponese, Ryaku Fusatsu. Quest’ultima formula significa qualcosa come «semplificazione [cerimoniale] per continuare la buona pratica». A prescindere dal nome, comunque, la pratica in sé discende da quella che probabilmente è la cerimonia più antica nel buddhismo, a sua volta basata su pratiche pre-buddhiste.

Nell’antica India, i quattro quarti di luna erano considerati dei giorni speciali dedicati alle pratiche spirituali. Durante la vita del Buddha, erano i momenti in cui la comunità ordinata predicava il Dharma ai laici. Col tempo questi giorni (a volte ridotti ai giorni di luna piena e nuova) sono diventati il momento in cui il Sangha monastico si riuniva per recitare il pratimoksha, le regole dell’addestramento. Se un monaco aveva trasgredito le linee guida, confessava la sua mancanza, riceveva i correttivi ritenuti necessari e il Sangha veniva dichiarato puro. Una versione di questa cerimonia si pratica tuttora nei Paesi dove è diffuso il buddhismo Theravada (Thailandia, Birmania, Sri Lanka, ecc.), la cosiddetta Scuola del Sud.

Quella che pratichiamo nel nostro Centro Zen è una cerimonia in versione collettiva. Non c’è una confessione di mancanze individuali, ma ognuno di noi unisce la sua voce a quella degli altri in una confessione generale, e tutti ammettiamo di non essere stati all’altezza dei nostri ideali. La strofa cantata recita così:

Tutto il mio antico karma contorto,
frutto di avidità, odio e illusione senza inizi
nato attraverso corpo, parola e mente,
ora lo confesso senza riserve.

Dopo di che rinnoviamo i voti: i tre Rifugi (nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha) e i precetti.

Ecco che anche in una tradizione non teistica come il buddhismo si riconosce l’efficacia e la necessità della confessione.


Abbiamo bisogno di qualcun altro, qualcuno di cui ci fidiamo, che stia dalla nostra parte e che ci dia un riscontro accurato e amorevole.

La confessione

Sia nel buddhismo che nei Passi, la confessione è un elemento essenziale per la crescita spirituale. Non solo ci solleva dal peso dei nostri segreti, ma, cosa altrettanto importante, crea l’intimità con il nostro mentore o il nostro maestro, o la approfondisce. Questo rapporto riveste una grande importanza in entrambe le tradizioni. Nel Sutra del Loto leggiamo che «solo un Buddha insieme a un Buddha può scandagliare la vera natura della realtà». E nello Zen, in particolare, si dice che l’insegnamento viene trasmesso da mano calda a mano calda, attraverso la successione degli antenati. Negli AA, tutto il lavoro di recupero può essere ricondotto allo scambio iniziale tra Bill W. e il Dr. Bob, in una linea ininterrotta da ubriaco a ubriaco. In entrambe le tradizioni mettiamo in atto questa relazione centrale: da insegnante a discepolo, da mentore a protetto.

Non possiamo andare avanti da soli se non esponendoci a gravi pericoli per la nostra guarigione e la nostra vita spirituale. Anche con le migliori intenzioni, la tendenza a nascondere, razionalizzare e abbandonarsi all’immaginazione è «astuta, sconcertante e potente». L’occhio non può vedere sé stesso. Abbiamo bisogno di qualcun altro, qualcuno di cui ci fidiamo, che stia dalla nostra parte e che ci dia un riscontro accurato e amorevole. Come scrive Bill W. in Dodici Passi e Dodici Tradizioni:

«Era dunque evidente che un autoesame solitario, e l’ammissione dei nostri difetti basata solo su questo, non sarebbe stato sufficiente. Dovevamo ricorrere a un aiuto esterno, se volevamo conoscere e ammettere la verità su noi stessi […] Solo se avessimo discusso di noi stessi con qualcun altro, senza nasconderci nulla, solo se fossimo stati disposti a ricevere consigli e ad accettare indicazioni, avremmo potuto incamminarci sulla strada del pensiero retto, della solida onestà e della genuina umiltà».

Per la maggior parte di noi si tratta di un’impresa enorme, perché abbiamo passato molto tempo a nasconderci, a mentire – direttamente o per omissione – a coprire e a fingere. È un rischio a cui siamo fortemente tentati di sottrarci. Eppure, dobbiamo chiederci quanto sia andata bene la nostra vita senza fidarci di un’altra persona, senza essere disposti a esporci. Negare a noi stessi questo bisogno umano fondamentale di intimità porta alla morte spirituale, come astenerci dal cibo porta alla morte fisica.

Per citare ancora Dodici Passi e Dodici Tradizioni:

«Che cosa possiamo ricevere dal Quinto Passo? Innanzitutto, ci libereremo di quel terribile senso di isolamento che abbiamo sempre avuto. Quasi senza eccezione, gli alcolisti sono torturati dalla solitudine. Anche prima che il nostro alcolismo peggiorasse e che la gente cominciasse a tagliarci fuori, quasi tutti soffrivamo di un senso di estraneità dal mondo […] C’era sempre una misteriosa barriera che non riuscivamo a superare né a capire. Era come se fossimo attori su un palcoscenico che improvvisamente si rendono conto di non sapere neppure una battuta della loro parte […]. Questo senso di estraneità è durato finché non abbiamo parlato con totale franchezza dei nostri dissidi e non abbiamo ascoltato qualcun altro fare lo stesso. Il quinto passo era la risposta».

[Per quanto approfondire questo aspetto non sia tra gli scopi di questo saggio, è importante sottolineare che, come ci viene detto, trovare sollievo attraverso il Quinto Passo non basta. È ugualmente necessario avere il ruolo di chi ascolta, con amore, con attenzione e senza alcun obiettivo se non quello di rendersi utili. Essere invitati ad ascoltare un Quinto Passo è un grande onore, è segno di una grande fiducia: richiede la nostra piena attenzione e ogni contributo che possiamo apportare alla nostra guarigione].

Con questo Passo si tratta di ammettere i nostri errori. In molti casi le cose stanno così. Dobbiamo esaminare le azioni che hanno causato danni a noi stessi e agli altri, e assumercene la responsabilità. Ma questo è solo un aspetto della cosa. Nel Quarto Passo abbiamo anche esaminato le nostre paure e spesso sarà necessario parlare di cose che non rientrano nelle categorie previste dal Grande Libro. Dovremo parlare della nostra sofferenza, indipendentemente dalla sua origine. Per molti di noi è più facile parlare dei propri errori di comportamento. Almeno siamo noi ad avere agito, non abbiamo un ruolo passivo. C’è chi prova vergogna nel parlare della propria sofferenza o lo trova un segno di debolezza. La rabbia, espressa dal risentimento, è una risposta al mondo che può sembrare più forte rispetto a rivelare il proprio dolore. Essere così vulnerabili, per molti di noi, è qualcosa di nuovo e spaventoso, e spesso c’è una ragione. In passato non sempre siamo stati accolti con comprensione e sostegno. Né, a essere onesti, siamo stati in grado di offrire comprensione e sostegno agli altri quando praticavamo attivamente le nostre dipendenze.

La sofferenza

Come per molti altri aspetti della nostra guarigione, è la sofferenza a spingerci. Finché il peso del nostro dolore non diventa insopportabile, è difficile aprirsi a qualcun altro. In generale, non siamo persone che hanno molta esperienza in fatto di fiducia. Siamo pronti a raccontare a un’altra persona le nostre ferite più dolorose e segrete? Come possiamo essere certi che ciò che diciamo non sarà usato contro di noi? Non sono preoccupazioni banali e devono essere affrontate. Fino a questo momento ci siamo soprattutto nascosti, ed è importante non arrivare all’estremo opposto indulgendo in rivelazioni compulsive con chiunque. Eppure, se vogliamo rimanere sobri e avere qualche possibilità di condurre una vita ragionevolmente felice, dobbiamo correre questo rischio. A volte, ciò che rende possibile la scommessa è l’esperienza che tenere tutto per sé non ha alleviato la nostra sofferenza, anzi l’ha aggravata. Molte persone in fase di recupero ci hanno detto che fare un Quinto Passo le ha aiutate. Perché non provarci anche noi? Non c’è più molto da perdere.

Dopo aver preso la decisione di andare avanti, dobbiamo stabilire chi sarà il destinatario della nostra storia. Il processo di selezione di un mentore non è molto diverso dalla scelta di un maestro spirituale. Per prima cosa, guardiamo e ascoltiamo. Nella pratica buddhista è bene ascoltare molte persone diverse, in genere cominciando dagli incontri pubblici. Ci sembra che sappiano di cosa parlano? Le loro spiegazioni ci sembrano chiare e pertinenti? Il percorso che descrivono ci attrae? Sentiamo un po’ di calore da parte loro? Umorismo? Umiltà? Il passo successivo potrebbe essere un colloquio individuale, per raccontare un po’ di noi e di quello che stiamo cercando, e per ascoltare con attenzione che cosa ha da dire in risposta quella persona. Probabilmente, se ci troviamo di fronte a qualcuno che sembra avere la risposta pronta a ogni domanda su cosa fare e cosa non fare, è bene pensarci due volte. Forse è meglio ascoltare qualcuno disposto a condividere con noi la sua esperienza, piuttosto che la sua opinione. È bene anche sapere quali sono le aspettative di entrambe le parti. Se cerchiamo un rapporto regolare e stretto, e l’insegnante ha già cinquanta studenti e viaggia molto, dovremo decidere quali compromessi siamo disposti ad accettare. Se abbiamo raccolto informazioni con pazienza e attenzione, ascoltando sia la nostra testa che il nostro cuore, e ci sembra che ci sia una certa sintonia, possiamo chiedere a quell’insegnante di diventare suoi studenti e vedere come va.

Nella scelta di un mentore, seguiamo un percorso simile. Ascoltiamo chi parla durante le riunioni. Magari abbiamo sentito la sua storia e l’abbiamo trovata simile alla nostra. Ci sembra che quella persona abbia una buona padronanza dei principi del programma? Ha un periodo di sobrietà significativo? Fatta la nostra scelta, dopo aver chiesto a qualcuno di farci da mentore, possiamo anche chiarire che per il momento si tratta di una prova. Possiamo procedere con spirito di sperimentazione. Se dopo un po’ di tempo l’intesa viene a mancare, una delle due parti può ritirarsi con gratitudine per il tempo trascorso insieme.

Un mentore può aiutarci a vedere gli schemi ricorrenti nella nostra vita, i comportamenti abituali che contribuiscono alla nostra sofferenza. E può anche aiutarci a vedere sei stiamo attribuendo delle colpe a cose o persone sbagliate. Capita davvero spesso di prendersi la responsabilità di cose che sfuggono al proprio controllo.

Parlare del nostro Quinto Passo a un mentore può creare nuovi presupposti per un autoesame e aiutarci a uscire dall’isolamento del senso di colpa e della vergogna interiorizzata. Raccontare permette in un certo senso di oggettivare il comportamento, la storia, e ci permette di iniziare a vedere chiaramente quali sono le nostre azioni (più spesso causate dall’ignoranza che dalla cattiveria) che creano o perpetuano il ciclo della sofferenza. Spesso, la nostra visione è distorta dalle storie che ci raccontiamo e non riusciamo a riconoscere quale sia stata la nostra parte, negando del tutto di avere avuto un ruolo nella nostra sofferenza o accumulando un carico di colpa troppo pesante per chiunque. Portare alla luce questo sentire e queste storie è assolutamente necessario per la guarigione.

Una guarigione che non riguarda solo noi stessi, ma anche le nostre relazioni con gli altri. Grazie a questa esperienza, cominciamo dunque a sviluppare una nuova comprensione di chi siamo. Questo è il lavoro essenziale della guarigione: decostruire il sé dipendente, proprio come nel buddhismo decostruiamo l’io fondato su avidità, odio e illusione. Quel che accade, consapevolmente oppure no, lucidamente oppure no, è che i confini del sé si espandono. Non siamo più prigionieri della piccola cella buia rivestita di paura, vergogna e rabbia dove siamo rimasti rinchiusi per tanto tempo. Piuttosto, quel che siamo comincia a estendersi oltre le nostre definizioni abituali per includere anche gli altri. Gli altri diventano – per riprendere l’espressione dello scrittore americano Carson McCuller – «il noi di me». Il concetto di sé – lo esploreremo più in dettaglio con i Passi Sei e Sette – diviene più fluido e la nostra esperienza meno pesante, solida e inamovibile.

Le nostre storie – vere o immaginarie che siano – sono la materia di cui siamo fatti e, condividendole con qualcun altro, possiamo cominciare a raccontarle in modo tale che questo ci restituisca al mondo. Con il Quinto passo cominciamo davvero a recuperare la sanità mentale, come ci è stato promesso all’inizio del cammino.

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