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Sagoma di uomo al tramonto sui monti
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Il buddhismo e i dodici passi: dodicesimo passo

Tempo di lettura: 8 minuti

Presentiamo ai lettori di Gate la pubblicazione in serie dei saggi su Il Buddhismo e i Dodici Passi. Non ci troviamo di fronte a una semplice riflessione teorica sulla pratica meditativa, ma a un contributo di profonda autenticità, nato dall’esperienza vissuta e da un confronto paziente tra spiritualità buddhista e cammino di riabilitazione secondo i Dodici Passi. In queste pagine risuona la voce di una comunità che, a partire dagli incontri settimanali degli Alcolisti Anonimi presso il San Francisco Zen Center, ha saputo raccogliere, custodire e restituire a tanti esperienza, forza e speranza.

Questi scritti non offrono soluzioni preconfezionate, ma accompagnano il praticante nel riconoscimento della propria sofferenza, nella fatica della trasformazione, e nella maturazione di una profonda consapevolezza della propria responsabilità verso sé stessi e verso gli altri. Sono la testimonianza concreta di un percorso che unisce rigore e compassione, in cui il lavoro su di sé diventa occasione di apertura, relazione e servizio. La scelta dell’anonimato dell’autore dimostra il carattere collettivo di questa ricerca: un invito a condividere, a sperimentare, a non sentirsi mai soli di fronte alla sofferenza e alla possibilità della guarigione.

Il dodicesimo passo

Grazie a questi Passi abbiamo sperimentato un risveglio spirituale: cerchiamo di portare questo messaggio agli alcolisti e di praticare questi principi in ogni aspetto della nostra vita.

Questo Passo finale è composto da tre parti: sperimentare un risveglio spirituale, portare il messaggio di liberazione e praticare questi principi nella vita.

Il Dodicesimo Passo può essere inteso come l’incarnazione dei Tre Gioielli (o Tesori o Rifugi) del buddhismo: il Buddha, il Dharma e il Sangha.

Buddha significa letteralmente «il risvegliato». Ognuno di noi è prima di ogni cosa impegnato nel proprio risveglio. Il Dharma è l’insegnamento (il messaggio); e il Sangha è la comunità di coloro che praticano insieme o, in un’interpretazione più ampia, la comunità di tutti gli esseri viventi, con cui e per cui pratichiamo i principi del risveglio.

Il risveglio

Nel risveglio spirituale entriamo (nuovamente) in contatto con il nostro potenziale di intima connessione con la nostra vita, con gli altri, con il mondo. Il messaggio intrinseco nel linguaggio di questo Passo è che questo risveglio è incentrato su una relazione di causa ed effetto. Non è il risultato del capriccio di una divinità che concede la grazia ad alcuni e la nega ad altri. È accessibile per chiunque voglia e possa intraprendere il lavoro necessario. Può essere appreso e insegnato. In questo, sia il buddhismo che i Passi concordano. È più corretto dire che il risveglio spirituale coincide con i Passi stessi.

Il risveglio è un processo ininterrotto che ci porta ad affrontare sempre le stesse situazioni, ma ogni volta a un livello leggermente superiore. Finché pratichiamo con retto sforzo e retta visione, siamo in grado di vedere i nostri comportamenti e i nostri atteggiamenti con maggior finezza e quindi con migliori possibilità di regolarci. Procediamo a spirale, ma a ogni giro andiamo un po’ più in alto, anche se a volte così lentamente che non ce ne rendiamo conto.

È anche utile sottolineare che qui parliamo di «risveglio» piuttosto che di «esperienza». Un’esperienza come quella che ha avuto Bill W. o che viene riportata in molte storie buddhiste (soprattutto zen) può avere una funzione di catalizzatore. Ma non è qualcosa che può essere forzato o che si può dare per scontato. In realtà, non dovrebbe essere neppure un obiettivo. Bisogna anche ricordare che i monaci di cui si tramanda il grande risveglio alla vista di un fiore o al suono di un sasso che colpisce una canna di bambù, in genere sono praticanti con molti anni di esercizio alle spalle. E dopo queste esperienze aurorali, in genere continuano a praticare ancora per anni prima di insegnare. Dogen-zenji (come abbiamo visto), nel suo saggio sulla meditazione, dice: «Non avere progetti di diventare un Buddha». C’è una vecchia storia zen che illustra molto bene questo concetto:

Ma’tsu era seduto in meditazione quando il suo maestro Nan-yueh che passava di lì gli chiese: «Cosa stai facendo?».

«Sto meditando», rispose il monaco.

«Perché?», chiese l’insegnante.

«Per diventare un Buddha».

Il maestro allora raccolse da terra una tegola rotta e cominciò a strofinarla vigorosamente.

Ma’tsu chiese: «Cosa stai facendo?».

E Nan-yueh rispose: «Sto strofinando questa piastrella, voglio trasformarla in uno specchio».

Questa storia si presta a diverse interpretazioni. Una è che non possiamo (e non dobbiamo) cercare di cambiare la nostra natura di base. Un risveglio spirituale consiste, almeno in un certo senso, nell’accettare ciò che siamo. Né il recupero da una dipendenza né la pratica spirituale sono come lucidare una tegole, cioè nel trasformare i nostri sforzi in un Progetto Giovanni o in un Progetto Maria, cioè nel ricreare noi stessi conformandoci sul modello della versione preconcetta e perfetta che abbiamo immaginato. Piuttosto, con il Dodicesimo Passo, il nostro intento consiste nel rivolgerci all’alcolista sofferente che abbiamo accanto e nel fare della nostra pratica non un ornamento spirituale personale, ma un’opera di servizio. Dogen definisce l’illuminazione come uno sforzo senza desiderio.

Ritroviamo questa stessa idea nei quattro voti dei bodhisattva:

Gli esseri sono innumerevoli; faccio voto di salvarli.

Le illusioni sono inesauribili; faccio voto di porvi fine.

Le porte del Dharma sono infinite; faccio voto di varcarle.

La via del Buddha è insuperabile; faccio voto di diventare tale.

Naturalmente, a prima vista (e ancora a molti altri sguardi più approfonditi) sono dei voti assurdi e impossibili da realizzare. È un’impresa interminabile e soverchiante. Come posso salvare tutti gli esseri? Non è forse proprio questo il modo di pensare per assoluti e il perfezionismo da cui i nostri mentori spesso ci mettono in guardia? Eppure, questi voti esprimono la saggezza e la pratica essenziale del buddhismo.

Salvare tutti gli esseri non è tanto un compito o un voto, quanto una questione aperta e una pratica ininterrotta. Che cosa può significare? Chi sono io? Chi sono tutti gli esseri? Qual è la relazione? Cos’è questo voto e cos’è la salvezza? Abbandonarsi a questo (e agli altri) voti significa accettare a lungo un livello di disagio e una grande quantità di lavoro: cercare, scartare, sperimentare, ammettere a volte di aver scoperto l’oro degli stolti. In un certo senso, è un voto che può essere fatto solo da chi non comprende appieno la portata di ciò che ha intrapreso.

Illusioni e porte del Dharma sono entrambe senza fine, poiché ogni illusione può divenire una porta del Dharma. «Non rimpiangeremo il passato e non lo chiuderemo fuori. Non importa quanto in basso siamo scesi, comprenderemo come la nostra esperienza possa recare beneficio agli altri». Ogni illusione e desiderio, ogni fallimento, se affrontato in questo spirito, può trasformarsi in un grande insegnamento. Il coraggio di accogliere il proprio karma senza lamentarsi o distribuire colpe apre la strada alla comprensione e al perdono. Accettare radicalmente che tutto ciò che accade nella propria vita sia, in qualche modo, generato da noi significa abbracciare fino in fondo il principio di responsabilità. Non importa stabilire se ciò sia rigorosamente vero oppure no: comunque sia, non possiamo averne la prova definitiva né in un senso né nell’altro. Tuttavia, agire come se le cose stessero davvero così può aiutarci a liberarci dalla prigionia del risentimento.

La via del Buddha non si trova da qualche altra parte. È proprio qui. È insuperabile, poiché non c’è nulla al di là di questo. A questo proposito Dōgen cita il detto di un antico tenzō cinese, il cuoco capo del monastero: «Nulla al mondo è nascosto». Questo non significa che vediamo e comprendiamo tutto ciò che sta davanti ai nostri occhi. Per incarnare la via del Buddha occorrono pratica, impegno e rinuncia, che consiste nel vivere questo momento, così come sei, così com’è. Come con il Primo Passo cominciamo a rinunciare alle nostre illusioni, così con questo voto rinunciamo a tutto ciò che ci separa dalla nostra vita di Buddha. E Buddha è Buddha perché si è risvegliato per il bene di tutti gli esseri. Questa è l’illuminazione suprema. È vero che nella tradizione buddhista si parla di arhat e pratyekabuddha, che si risvegliano solo per la propria salvezza, ma questo risveglio è considerato parziale, inferiore, destinato a essere trasceso. Nei primi cinque passi affrontiamo ciò che è più urgente e minaccia la vita stessa. Se non si libera la propria esistenza dalla dipendenza, tutto il resto risulta vano. Tuttavia, se ci fermassimo qui, la guarigione rimarrebbe incompleta, sarebbe una mezza vita. È tra il Sesto e il Dodicesimo Passo che veniamo reintegrati nella comunità umana e diventiamo realmente utili agli altri.


Bisogna coltivare la speranza del nuovo arrivato, con parole e azioni, senza nascondere la fatica necessaria, ma evitando anche di presentarla come così ardua da spegnere il desiderio di intraprendere il cammino.

Il culmine del cammino

Il Dodicesimo Passo rappresenta il culmine di questo cammino. È la manifestazione della guarigione e del voto del bodhisattva. «Portare il messaggio» è l’attività propria sia del bodhisattva sia di chi si trova in via di recupero. Non si tratta di fare proselitismo, ma di mostrare con la propria vita le possibilità accessibili a tutti coloro che desiderano porre fine alla sofferenza. In un certo senso, quel che offriamo è un invito. Nel Sutra del Loto troviamo luna parabola che narra di un gruppo di bambini intenti a giocare in una casa in fiamme: poiché si rifiutano di uscire, per attirarli lontano dalle fiamme il padre li richiama promettendo loro dei giocattoli. Quando escono, i bambini trovano dunque dei tesori inaspettati. Lo stesso accade anche a noi: ci avviciniamo alla guarigione e alla pratica attratti dalla promessa che la sofferenza diminuirà, ma, una volta superata la dipendenza, ci attende una vita completamente nuova.

Una volta scampati dall’incendio, tocca a noi richiamare gli altri: «Vieni fuori. Vieni fuori». Così cerchiamo di condurre quanti più possibile fuori dall’inferno. Nel buddhismo, questa pratica si chiama upāya, mezzo abile: è la capacità di presentare l’insegnamento in modo accessibile, adatto alle possibilità di chi ascolta. Anche nel percorso di accompagnamento del Dodicesimo Passo siamo chiamati a esercitare questa abilità. Bisogna coltivare la speranza del nuovo arrivato, con parole e azioni, senza nascondere la fatica necessaria, ma evitando anche di presentarla come così ardua da spegnere il desiderio di intraprendere il cammino. Il più delle volte, è sufficiente essere presenti. Il bodhisattva non abbandona gli esseri nella loro sofferenza, anche quando tutto ciò che può offrire è la sua presenza, la sua testimonianza. In questo modo, anche la propria sofferenza diventa sostenibile: è attraverso la nostra sofferenza che comprendiamo quella altrui. Ed è questo il significato originario di «compassione»: saper soffrire insieme.

Per proseguire su questa via, occorre «praticare questi principi in ogni aspetto della propria vita». Quali siano questi «principi» è un punto che si presta a varie interpretazioni. Nelle cerchie degli Alcolisti Anonimi circolano elenchi informali che associano un principio a ciascun Passo. Nel buddhismo troviamo i precetti, su cui ci siamo soffermati nel saggio sul Quinto Passo.

Pāramitā

Più precisamente, nella letteratura buddhista il sentiero del bodhisattva è scandito dalle sei perfezioni (pāramitā): generosità, comportamento etico, pazienza, energia entusiasta, meditazione e saggezza. Per quanto siano elencate in sequenza, si tratta però di pratiche simultanee, che si sviluppano congiuntamente e si compenetrano a vicenda.

Ad esempio, la pratica della generosità deve essere rivolta innanzitutto a se stessi. Con il Primo Passo, ammettendo l’universalità di duḥkha, si offre a sé stessi un dono immenso: la possibilità di vedere la propria vita con occhi capaci di scorgere la realtà. In certo senso, la generosità abbraccia tutte le altre.

Un’altra traduzione possibile di dāna è «carità», oppure, in termini cristiani, agape, intesa come benevolenza universale. Questa carità va estesa anche a se stessi, nel perdono. «Non siamo dei santi». È improbabile che la perfezione sia raggiunta, benché l’alcolismo non ammetta cedimenti. Ma il modello di riferimento è la generosità che ci libera dalla prigione delle nostre stesse pretese.

La generosità verso se stessi e verso gli altri è essenziale anche per la condotta etica, la pazienza (che in gran parte coincide con la generosità), l’energia entusiasta e la meditazione. La saggezza consiste nella volontà ampia, inclusiva e generosa di vedere le cose così come sono, anziché filtrate da un punto di vista ristretto e centrato su di sé. Lo stesso vale per tutte le altre perfezioni.

Infine, è fondamentale comprendere che il Dodicesimo Passo non richiede un sacrificio di sé, ma segna l’acquisizione di una nuova visione del sé, che nasce spontaneamente dalla pratica. Chi entra per la prima volta in un centro di recupero, si trova talmente svuotato che non può fare altro che ricevere. E per lungo tempo non fa altro che ricevere, come un bambino che ha bisogno di nutrimento e affetto. Infine, «a volte rapidamente, a volte lentamente», giunge a colmarsi a tal punto da poter donare, con naturalezza. Il sé non appare più come un corpo isolato che vaga tra altri corpi come una pallina da ping-pong impazzita, ma come un punto sul continuum dell’interconnessione. Questa esperienza di sé e degli altri come un tutt’uno (o, per usare le parole di Suzuki Rōshi, «Non uno, non due») costituisce dunque l’essenza più profonda del Dodicesimo Passo e della via del bodhisattva.

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