Presentiamo ai lettori di Gate la pubblicazione in serie dei saggi su Il Buddhismo e i Dodici Passi. Non ci troviamo di fronte a una semplice riflessione teorica sulla pratica meditativa, ma a un contributo di profonda autenticità, nato dall’esperienza vissuta e da un confronto paziente tra spiritualità buddhista e cammino di riabilitazione secondo i Dodici Passi. In queste pagine risuona la voce di una comunità che, a partire dagli incontri settimanali degli Alcolisti Anonimi presso il San Francisco Zen Center, ha saputo raccogliere, custodire e restituire a tanti esperienza, forza e speranza.
Questi scritti non offrono soluzioni preconfezionate, ma accompagnano il praticante nel riconoscimento della propria sofferenza, nella fatica della trasformazione, e nella maturazione di una profonda consapevolezza della propria responsabilità verso sé stessi e verso gli altri. Sono la testimonianza concreta di un percorso che unisce rigore e compassione, in cui il lavoro su di sé diventa occasione di apertura, relazione e servizio. La scelta dell’anonimato dell’autore dimostra il carattere collettivo di questa ricerca: un invito a condividere, a sperimentare, a non sentirsi mai soli di fronte alla sofferenza e alla possibilità della guarigione.
Ottavo, nono e decimo passo
Facciamo un elenco di tutte le persone a cui abbiamo fatto del male e maturiamo l’intenzione di rimediare con tutte. Se è possibile, lo faremo direttamente con ciascuna di loro, a meno che questo non comporti un danno ulteriore per loro o per altri. Continuiamo l’inventario di sé e, ogni volta che abbiamo commesso un errore, siamo subito pronti ad ammetterlo.
Una volta Ananda si rivolse al Buddha chiedendogli: «Mi sembra che per metà la vita santa consista nel frequentare amici buoni e nobili». Il Buddha rispose: «Non è così, Ananda. La vita santa consiste tutta quanta nel frequentare amici buoni e nobili, nel seguire pratiche nobili e nell’adottare modi di vita nobili».
Come abbiamo visto nel saggio sul Terzo Passo, nel buddhismo non ci sono dichiarazioni di fede, ma si cerca rifugio nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha. Questi tre rifugi non sono elencati in ordine decrescente di importanza: stanno tutti sullo stesso piano. Per il nostro risveglio, la comunità dei praticanti è importante tanto quanto l’insegnamento o il maestro. Allo stesso modo, non si guarisce dalle dipendenze da soli, ma come membri sobri di una comunità di persone sobrie.
Questi tre passi hanno lo scopo di riportarci in armonia con il Sangha: il Sangha della famiglia, degli amici, dei colleghi di lavoro, e di tutte le comunità di cui siamo stati membri poco efficienti. Ci permettono anche di concretizzare il lavoro svolto nei passi dal quarto al settimo.
Con il Quarto Passo abbiamo scritto le nostre paure e abbiamo cominciato ad affrontarle. Con questi Passi, affrontiamo le nostre paure nella persona di coloro che abbiamo danneggiato. Sviluppiamo la virtù del coraggio comportandoci con coraggio.
Con il Quinto Passo abbiamo condiviso il nostro risentimento, le nostre paure, la nostra cattiva condotta sessuale e le nostre azioni dannose con un’altra persona non coinvolta. Possiamo contare sul fatto che i nostri mentori siano compassionevoli e che siano dalla nostra parte. Con questi passi ci rivolgiamo direttamente coloro che abbiamo ferito, senza alcuna garanzia di perdono o comprensione.
Con il Sesto e il Settimo passo abbiamo dichiarato la nostra volontà di cambiamento, riconoscendo in noi gli elementi distruttivi e chiedendo che possano essere rimossi. Con questi Passi compiamo l’atto che trasforma questa volontà in una realtà.
I Passi otto, nove e dieci rendono effettive le nostre intenzioni.
Nell’Ottavo Passo, quando elenchiamo i torti commessi a danno di qualcun altro, è utile elencare al contempo anche i torti che abbiamo subito. Se abbiamo rubato qualcosa a qualcuno, questo vuol dire che abbiamo compromesso la sua sicurezza e il suo benessere materiale, e ci siamo trasformati in ladri. La menzogna ci trasforma in uomini e donne di cui non ci si può fidare: il malumore costante sviluppa una personalità che allontana gli altri. Questi sono esempi concreti delle dottrine buddhiste del karma e dell’interconnessione su cui ci siamo soffermati prima. È impossibile vivere e agire in un vuoto pneumatico. Ogni azione mentale, verbale o fisica che compiamo produce un cambiamento in noi stessi allo stesso modo in cui cambia ciò che si presenta come l’oggetto di quelle stesse azioni.
Ogni azione mentale, verbale o fisica che compiamo produce un cambiamento in noi stessi allo stesso modo in cui cambia ciò che si presenta come l’oggetto di quelle stesse azioni.
Come leggiamo in Dodici Passi e Dodici Tradizioni
In molte occasioni scopriremo che, per quanto il danno arrecato agli altri non sia stato ingente, il danno emotivo che abbiamo arrecato a noi stessi lo è stato. Conflitti emotivi dannosi molto profondi, a volte dimenticati, persistono sotto la superficie della coscienza. Sono eventi che, nel momento in cui si sono verificati, hanno presumibilmente impresso alle nostre emozioni una torsione violenta che ha intaccato la nostra personalità, peggiorando la nostra vita.
Il Nono passo riguarda il nostro karma passato e i suoi risultati. Secondo il buddhismo, riconoscere e confessare i torti commessi, e poi riparare, contribuisce notevolmente a mitigare gli effetti di ciò che si è fatto. Nella Tradizione dell’Antica Saggezza troviamo una storia meravigliosa su un certo Angulimala (il nome significa «collana di dita»), che era un rapinatore e un assassino. Angulimala tagliava le dita delle persone che uccideva e le infilava in una collana che portava al collo. In sintesi, la parabola racconta di come Angulimala incontra il Buddha che lo converte e gli dà l’ordinazione monastica. Nonostante le sofferenze legate ai suoi crimini passati, l’uomo è comunque in grado di raggiungere il risveglio in questa vita, e diviene un arhat. Il messaggio è che non siamo condannati a continuare a soffrire e a causare sofferenza senza alcuna via d’uscita da questo terribile circolo vizioso. Ma per essere liberi, dobbiamo rimediare al massimo delle nostre possibilità. Solo allora il passato smette di essere una catena e un’ancora e «vediamo in che modo la nostra esperienza può essere di beneficio agli altri».
Con il Decimo Passo arriviamo al presente. Come dice il Grande Libro, «la sanità mentale sarà tornata». E, come abbiamo visto, la parola «sanità» significa «salute» nel senso di «interezza». L’equilibrio è stato ristabilito e la rottura tra noi e gli altri è stata in gran parte ricucita. Il Decimo Passo ci aiuta dunque ad accudire. Questa ritrovata comunione con gli altri.
È anche un metodo per creare e coltivare l’intimità. Può darsi che gli altri ci ammirino (o anche che ci disprezzino) per i nostri talenti, le nostre abilità o le nostre capacità innate, ma è la vulnerabilità che permette agli altri di amarci. Quando ci rivolgiamo a qualcuno per ammettere i nostri errori e chiedere perdono, mostriamo la nostra fiducia in questa persona. Spesso la fiducia viene accolta con fiducia e il tentativo si traduce in un avvicinamento. È come se dicessimo: «Mi sto aprendo a te e ho fiducia che ti comporterai in modo gentile e compassionevole». Questo è il dono della generosità: ci comportiamo generosamente ammettendo la nostra colpa e offriamo all’altra persona l’opportunità di praticare la generosità nei nostri confronti. La maggior parte delle persone, avvicinate sinceramente in questo modo, mostreranno di essere all’altezza della situazione.
Il perdono, quindi, è un aspetto essenziale di ciascun Passo: chiediamo perdono agli altri, offriamo il nostro perdono e impariamo a perdonare noi stessi. La definizione di perdono che troviamo sul dizionario ci dice che consiste nel «cessare di provare risentimento nei confronti di qualcuno» e «rinunciare al risentimento o alla richiesta di risarcimento per un’offesa». Ecco allora il perdono ha due aspetti: il moto interiore del lasciare andare e la rinuncia esteriore a un debito. Nei due casi rinunciamo al risentimento, che letteralmente significa «sentire di nuovo». Quando pratichiamo il risentimento, riviviamo una situazione che ci ha causato dolore in passato. La ripassiamo mentalmente più e più volte, provando ogni volta il dolore dell’evento originario. Non è detto che l’evento sia reale. Può trattarsi di un affronto percepito o di una conversazione del tutto immaginaria. Ma la carica emotiva è la stessa. Non c’è poi molta differenza tra fare così e sbattere ripetutamente la testa contro il muro.
Allo stesso modo è importante anche perdonare sé stessi per le proprie azioni o negligenze passate. Il senso di colpa può indicarci dove abbiamo sbagliato e questa è forse la sua unica funzione salutare. Se ci soffermiamo sui nostri difetti e sui nostri fallimenti, continuiamo a essere ossessionati da noi stessi, rendendoci indisponibili agli altri. Sviluppare apertura, connessione e disponibilità verso gli altri, invece, è lo scopo stesso di questi Passi. Tenersi le proprie mancanze senza volerle lasciare andare è come stringere nel pugno una manciata di vetri rotti.
Esiste un’altra forma di perdono che, per quanto non sia esplicitamente trattata nella letteratura sul recupero, è importante da considerare. Per trovare pace, bisogna imparare a perdonare il mondo per quello che è. Per un teista, significa perdonare Dio. Vecchiaia, malattia e morte, disastri naturali, siccità e carestia: il mondo fa del male a noi e alle persone che amiamo, e alla fine ci toglie tutto e ci uccide. Perdonare il mondo, perdonare Dio, è qualcosa a cui non forse non abbiamo mai pensato in questi termini. Possiamo anche chiamarla accettazione.
Accettare non significa approvare. Significa semplicemente smettere di nascondersi la realtà. Abbiamo cominciato il nostro percorso con il Primo Passo, quando abbiamo accettato la nostra impotenza e l’ingestibilità della nostra vita. Questo è forse il passo più semplice.
Continuando a praticare i Passi, affrontiamo la sfida di accettare e perdonare gli altri, oltre che noi stessi. Infine, in un modo o nell’altro, dobbiamo fare i conti con il mondo così com’è. Quest’ultimo aspetto del perdono (che possiamo anche chiamare «accettazione» o «pazienza») deve trovare base nella fede. Per raggiungere la serenità di fronte all’ineluttabile declino delle cose, una solida base in un potere superiore è l’unica cosa che può funzionare.
Guardare ai danni che abbiamo provocato a noi stessi e agli altri, e rimediare, può essere un’impresa spaventosa. Significa esaminare la persona che pensiamo di essere per trovare forse qualcosa di molto diverso da quello che ci aspettavamo.
Come ha scritto Eihei Dogen, tredicesimo patriarca del lignaggio Zen Soto in Giappone,
Studiare il buddhismo significa studiare il sé.
Studiare il sé significa dimenticare il sé.
Dimenticare il sé significa essere risvegliati dalla miriade delle cose.
Sia il buddhismo che la pratica del recupero richiedono un esame di sé approfondito e onesto. La concezione buddhista della natura del sé può aiutarci ad affrontare ciò che troviamo con una certa equanimità.
Come suggerisce Dogen, quando studiamo intensamente l’io, quando (sempre per usare le sue parole) «facciamo il passo indietro che porta la luce verso l’interno», è possibile che le nostre idee su cosa e su chi siamo cambino radicalmente. Vediamo che siamo fatti di tutto ciò che ci ha preceduto: i nostri genitori, i loro genitori, la nostra cultura, la nostra lingua e la nostra storia, e così via fino al Big Bang. Ereditiamo non solo i risultati del nostro karma, ma anche del karma generazionale: il karma di innumerevoli vite precedenti alla nostra. Possiamo crederci o no, e può essere vero oppure anche no, ma è comunque un modo di vedere sé stessi di cui possiamo avere un’esperienza diretta. Quest’ottica è forse la più obiettiva tra quelle che sono alla nostra portata. Questo genere di studio di sé ci permette di adottare un approccio spassionato e di valutare i nostri comportamenti in termini di causa ed effetto, piuttosto che in termini di bene e male. Idealmente, questo può alleviarci almeno in parte dalla paura e dalla vergogna che possono provenire dall’immagine di noi stessi che ci proiettano le persone a cui abbiamo fatto del male. Non si tratta di declinare le nostre responsabilità, ma di guadagnare una distanza sufficiente dalla nostra storia da attenuare il dolore dei ricordi. Questo ci permette di andare avanti.
Con il Quinto passo ci siamo impegnati a non avere più segreti. Con questi altri Passi offriamo tutti noi stessi, senza riserve. Tutto ciò che siamo, tutto ciò che siamo diventati è qualcosa di aperto. Non c’è più nulla da nascondere. E se non c’è nulla da nascondere, non c’è nulla da proteggere. «Essere risvegliati dalla miriade delle cose» significa essere in armonia con noi stessi, con il mondo e con i nostri simili. Ovviamente, questo è un ideale e «nessuno tra noi è stato in grado di mantenere un’aderenza perfetta a questi principi». Tuttavia, ci approssimiamo a questo stato di apertura, di assenza di paura e di vergogna, di capacità di essere a proprio agio con chiunque nella nostra vita – a qualsiasi livello – come risultato diretto del lavoro sui Passi da uno a dieci. La nostra libertà sarà direttamente proporzionale ai nostri onesti sforzi in questa direzione.
- Il buddhismo e i dodici passi: dodicesimo passo
- Undicesimo passo
- Ottavo, nono e decimo passo: studiare il sé, dimenticare il sé
- Sesto e settimo passo: la via della consapevolezza
- Il buddhismo e i dodici passi: quinto passo
- Il buddhismo e i dodici passi: quarto passo
- Il buddhismo e i dodici passi: terzo passo
- Il buddhismo e i dodici passi: secondo passo





