Meditazione

Sentiero nel bosco.

Il buddhismo e i dodici passi

Tempo di lettura: 8 minuti

Presentiamo ai lettori di Gate la pubblicazione in serie dei saggi su Il Buddhismo e i Dodici Passi. Non ci troviamo di fronte a una semplice riflessione teorica sulla pratica meditativa, ma a un contributo di profonda autenticità, nato dall’esperienza vissuta e da un confronto paziente tra spiritualità buddhista e cammino di riabilitazione secondo i Dodici Passi. In queste pagine risuona la voce di una comunità che, a partire dagli incontri settimanali degli Alcolisti Anonimi presso il San Francisco Zen Center, ha saputo raccogliere, custodire e restituire a tanti esperienza, forza e speranza.

Questi scritti non offrono soluzioni preconfezionate, ma accompagnano il praticante nel riconoscimento della propria sofferenza, nella fatica della trasformazione, e nella maturazione di una profonda consapevolezza della propria responsabilità verso sé stessi e verso gli altri. Sono la testimonianza concreta di un percorso che unisce rigore e compassione, in cui il lavoro su di sé diventa occasione di apertura, relazione e servizio. La scelta dell’anonimato dell’autore dimostra il carattere collettivo di questa ricerca: un invito a condividere, a sperimentare, a non sentirsi mai soli di fronte alla sofferenza e alla possibilità della guarigione.

Introduzione: i dodici passi

Questi saggi sono nati all’interno del gruppo di Meditazione e Recupero che ha iniziato a riunirsi settimanalmente presso il San Francisco Zen Center nel 2000.

Studiando insieme i Passi e il buddhismo – ora secondo una prospettiva, ora secondo l’altra – la nostra esperienza e la nostra saggezza collettiva sono cresciute. Ogni volta che abbiamo letto e discusso i Passi – o le Quattro Nobili Verità, o i precetti, o il concetto di non-sé – abbiamo aggiunto un elemento alla nostra comprensione.

Per quanto questi saggi siano stati scritti da una sola persona, rappresentano l’esperienza, la forza e la speranza di molti.

Anche la struttura degli incontri del gruppo è cambiata nel tempo. Nel momento in cui scriviamo, si comincia con una breve lettura su qualche aspetto della meditazione. Per queste letture si attinge a vari insegnanti buddhisti di molte tradizioni. Segue una breve istruzione di meditazione e venti minuti di seduta in silenzio. Poi ci presentiamo e il relatore della settimana parla per circa 20 minuti (all’inizio dell’incontro, era sempre l’autore a condurre ogni settimana. Nel corso degli anni, sono state invitate diverse altre persone a guidare regolarmente il gruppo. I criteri per la conduzione sono: esperienza di cinque anni in un programma dei Dodici Passi e l’aver preso i precetti buddhisti). Si passa poi alla discussione per altri venti o venticinque minuti e si conclude con una meditazione finale di cinque minuti e un’offerta di merito. La riunione dura un’ora e mezza.

Queste informazioni possono essere utili per chi desiderano avviare un gruppo. Il formato naturalmente è flessibile e deve rispondere alle esigenze dei membri.

È anche per questo motivo che abbiamo deciso di rendere disponibili questi saggi come testo base per coloro chi desidera esplorare le connessioni tra pratica e guarigione.

In accordo con la tradizione dell’anonimato nei programmi dei Dodici Passi, il nome dell’autore verrà omesso. E, nello spirito di gratitudine che contraddistingue entrambi i percorsi, questi saggi sono offerti a chiunque ne abbia bisogno, senza diritti d’autore. Possono essere distribuiti gratuitamente. Le nostre uniche richieste sono di mantenere l’attribuzione al San Francisco Zen Center, di includere questa introduzione e di non venderne copie a scopo di lucro.

Che tutti gli esseri siano felici.

San Francisco Zen Center, Agosto 2006

Primo passo

Abbiamo ammesso di essere impotenti nei confronti dell’alcol e che la nostra vita era diventata ingestibile.

[Questi saggi si riferiscono all’alcol, all’alcolismo e agli alcolisti per ragioni di brevità, sia pure senza intento alcuno di escludere altre dipendenze, anche perché quello degli Alcolisti Anonimi è il programma originale da cui derivano tutti gli altri gruppi dei dodici passi].

Tra le varie definizioni della parola «ammettere» nel dizionario troviamo anche «permettere l’ingresso». Nel Primo Passo permettiamo o cominciamo a permettere alla realtà della nostra impotenza nei confronti dell’alcol di entrare nella nostra coscienza. Questo saggio suggerisce un modo di vedere l’impotenza che sarà sviluppato ulteriormente nei prossimi saggi.

L’impotenza si può definire come lo stato in cui qualcosa (l’alcol in questo caso) è diventata la realtà dominante nella vita di una persona, il perno attorno al quale ruotano tutti gli altri aspetti, spesso a dispetto di ogni intenzione contraria. Quando agiamo la dipendenza, l’alcol diviene il motore principale della nostra vita. Pensieri e comportamenti sono tutti rivolti a desiderarlo, procurarselo, consumarlo, riprendersi dagli effetti, nasconderne il consumo, mentire, pianificare la prossima volta che lo consumeremo. Organizziamo il resto della nostra vita intorno a questo, spesso sacrificando tutto il resto per poter bere: famiglie, amici, tempo e denaro, la salute, il lavoro e il piacere. Sul piano funzionale, l’alcol è diventato il nostro superpotere, il nostro dio: un dio maligno.

E soprattutto non siamo disposti a riconoscere la portata della nostra schiavitù. Anche quando ammettiamo la possibilità di essere alcolisti, possiamo continuare a lungo a dirci che siamo «alcolisti capaci di gestirsi» o che beviamo solo per «tenerci su». E forse è davvero così, almeno per un po’. Ma di solito non siamo disposti o non siamo in grado di farci carico dell’intero costo della nostra dipendenza. In altre parole, possiamo (quasi) ammettere di essere impotenti, ma non siamo disposti ad ammettere che la nostra vita è ingestibile. Alla fine, però, anche questo livello di controllo si erode.

L’ingestibilità arriva quando il bere ha reso altri aspetti della vita non solo difficili, ma impossibili. È quando ci ritroviamo a fare (o a non fare) cose che credevamo non avremmo mai fatto: saltare il lavoro, bere al mattino, perdere intere giornate a causa del bere, svenire e bere di nuovo, distruggere relazioni e così via. I nostri «mai» sono diventati dei «non-ancora» e i nostri «non-ancora» sono diventati realtà orribili. Questa è l’incomprensibile demoralizzazione di cui parla la letteratura degli AA.

Ormai non siamo altro che funzioni della nostra dipendenza, identità distrutte che danzano al ritmo dell’alcol.

[La natura del sé e la sua trasformazione è l’insegnamento di base del buddhismo. In un senso molto concreto, è anche il nocciolo dei passi: un’attenta e sistematica decostruzione del sé alcolista e la sua ricostruzione sulla base di vari presupposti, reazioni, valori fondamentali e relazioni. Questo diventerà più chiaro a mano a mano che continueremo a esplorare i passi].

Nessuno di noi inizia a bere con l’intenzione di distruggere la propria vita con l’alcol. Per la maggior parte di noi, il bere inizia come qualcos’altro: qualcosa che facciamo per divertimento, o per adattarci, o perché ci fa sentire bene. Oppure bere è in realtà una strategia di sopravvivenza, che ci libera da situazioni di vita troppo dolorose per essere affrontate, soprattutto senza altri strumenti per farvi fronte (c’è anche chi può dire, in tutta onestà, che bere ci ha salvato la vita). Ma prima o poi diventa un analgesico per la sofferenza e, paradossalmente, a un certo punto bere è ciò che facciamo per cancellare temporaneamente la sofferenza causata dal bere. La paura della sofferenza è in definitiva più terribile della sofferenza stessa. Come dice Bill W. in Dodici passi e Dodici tradizioni:

«La nostra vita è stata in gran parte dedicata a fuggire dal dolore e dai problemi. Ne siamo sfuggiti come da una piaga. Non abbiamo mai voluto affrontare la realtà del fatto che soffriamo. La fuga attraverso la bottiglia è sempre stata la nostra soluzione».

La realtà della sofferenza è l’insegnamento centrale del buddhismo. Il Buddha nel suo primo sermone del dopo il risveglio parla della sofferenza, della sua origine e della sua fine. Le prime due delle Quattro Nobili Verità sono particolarmente pertinenti riguardo al Primo Passo: «Questa è la nobile verità della sofferenza: la nascita è sofferenza; l’invecchiamento è sofferenza; la morte è sofferenza. La tristezza, il lamento, il dolore, il lutto e la disperazione sono sofferenza. Trovarsi con ciò che non piace è sofferenza; la separazione da ciò che piace è sofferenza. Non ottenere ciò che si desidera è sofferenza. I cinque aggregati [che costituiscono la persona e sono forma, sensazione, percezione, formazioni mentali e coscienza] connotati dall’attaccamento sono sofferenza.

«Questa è la nobile verità sull’origine della sofferenza: è il desiderio [letteralmente la «sete»] che dà origine a nuove nascite, legato alla voglia e alla passione, che corre di qua e di là, che si diletta di questo e di quello; in altre parole, il desiderio dei sensi, il desiderio di esistenza e il desiderio di estinzione» (Vale la pena notare che bere fino a svenire o a perdere i sensi è una sorta di desiderio di estinzione).

Una cosa che si sente spesso dire durante gli incontri degli alcolisti anonimi è che beviamo (o ci droghiamo, o mangiamo o facciamo shopping o altro) per riempire un vuoto. A volte questa esperienza viene descritta come un «buco a forma di Dio» che abbiamo dentro, e che presumibilmente hanno tutti gli esseri umani. Ma di questo buco il buddhismo presenta un’immagine piuttosto diversa. Pur riconoscendo che c’è in noi un acuto senso di mancanza, l’insegnamento buddhista nega che sia davvero così. Piuttosto, questo senso di perdita è condizionato e creato dalla brama stessa. Quindi non c’è nulla che possa davvero riempire quel buco. Ogni aggiunta non fa altro che scavare ancora, rendendolo sempre più profondo.

La causa ultima è l’ignoranza della natura della realtà, ragion per cui in ultima analisi solo la saggezza può porvi fine. Qui saggezza va intesa nel senso di un sapere più profondo della semplice conoscenza. Si tratta di un’esperienza diretta che è stata accuratamente digerita fino a diventare una risposta spontanea della mente. In questo caso, la saggezza è il riconoscimento dell’identità tra brama e sofferenza. Il punto non è che il desiderio porti alla sofferenza, ma che piuttosto le due cose sono funzionalmente identiche. Ecco il grande dono che ci fanno l’alcolismo e la dipendenza. La sofferenza del desiderio viene portata a un livello così alto che diventa impossibile ignorarla. Molti, che non sono tossicodipendenti o alcolisti, possono continuare a vivere in uno stato di ansia e malessere di basso livello per tutta la vita senza mai avere idea della causa.

L’insegnamento fondante del buddhismo e dei Passi è il riconoscimento della realtà della sofferenza nella nostra vita. Finché non siamo disposti o non siamo in grado di ammetterlo, fingendo davanti a noi stessi e agli altri che la situazione non è poi così grave, non c’è possibilità di agire.

Solo quando ci apriamo alla piena realtà della nostra sofferenza (che siamo degli ubriaconi impotenti, che la vecchiaia, la malattia e la morte sono davvero delle realtà anche per noi) è possibile ammettere anche la speranza di guarigione.

Negli alcolisti anonimi questa ammissione è generalmente chiamata toccare il fondo. Questa espressione è suggestiva perché rende bene l’idea dell’arrivo a un punto morto, in un vicolo cieco. È quello che ci succede nei momenti di grande sorpresa o di shock.

La mente subisce per un istante un drastico cambiamento di prospettiva, un po’ come se guardando dalla finestra un bel mattino invece di vedere il nostro quartiere, come ci aspetteremmo, ci trovassimo di fronte il mondo di Oz o di Marte. In qualche modo, per qualche circostanza della nostra vita, siamo portati a fermarci. E se, per fortuna, grazia o karma, riusciamo a rimanere lì per un momento e a non negare ciò che abbiamo visto (il paesaggio devastato della nostra vita), abbiamo la possibilità di cercare il cambiamento.

Questi momenti possono essere terrificanti e non sorprende che molti di noi si affrettino a richiudere la porta. Forse si ripresenteranno. Forse avremo bisogno di molti momenti del genere prima di trovare il coraggio di affrontare la realtà della nostra sofferenza. Molti alcolisti non ci riescono mai e affrontano invece «le porte della follia e della morte». Questo momento di arresto è simile al momento del risveglio – nel linguaggio dello zen, il superamento dell’illusione e l’illuminazione – il momento in cui affrontiamo la realtà senza essere offuscati dalle nostre concezioni. Pare che per la maggior parte di noi questi momenti arrivino solo in condizioni di grande costrizione. Bill W nella sua lettera a Carl Gustav Jung lo chiama «profondo collasso dell’ego». È l’esperienza di aver tentato tutte le manovre possibili per sfuggire all’ineluttabile. Il grande risveglio è in un certo senso il momento di maggior fallimento e sconfitta.

Il Primo Passo racchiude in sé l’intero programma in una forma molto concisa. Identificando la nostra sofferenza con il desiderio dell’alcol, ci mostra sia la causa (e per estensione) che la cura. Il resto dei passi si sviluppa in modo semplice (ma non necessariamente facile) fino a raggiungere la loro logica conclusione. Nel buddhismo, il simbolo del risveglio è il fior di loto, perché cresce nell’acqua fangosa verso la luce e l’aria. Allo stesso modo, per noi, la rigenerazione può iniziare solo quando abbiamo conosciuto davvero ciò che si trova nel fondo e nei recessi più bui della nostra vita.

Questa è la saggezza del primo passo.

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