Questa è l’ultima di una serie di cinque esplorazioni sul tema della meditazione secondo il buddhismo antico. Lo scopo di quanto segue è riassumere ciò che i primi quattro studi rivelano sulla presenza, integrandolo con prospettive significative derivanti da altre pratiche a essa correlate descritte nei discorsi del buddhismo antico.
Prima di affrontare l’argomento, è necessario ricordare che questa analisi riguarda soltanto uno dei vari costrutti della presenza. Oltre alla versione del buddhismo antico e alla modalità di pratica che viene esaminata qui, esistono numerosi altri costrutti in varie tradizioni buddhiste, come anche nella psicologia cognitiva contemporanea, ognuno dei quali è dotato di un proprio valore e adempie a uno scopo specifico all’interno del contesto in cui si trova. Ciò che segue non è quindi inteso a restringere il campo, al fine di arrivare a un unico, ‘corretto’ genere di presenza. Al contrario, l’intenzione è piuttosto quella di ampliare la prospettiva, esplorando una delle tante valide alternative.
La presenza come spaziosità della mente
L’approccio del buddhismo antico alla coltivazione degli incommensurabili, oggetto di esame nella prima di queste cinque esplorazioni, soddisfa tale presupposto in entrambi i sensi, dato che ciascuna delle attitudini sublimi non è in alcun modo confinata, e la pratica prende la forma di un’irradiazione illimitata. I testi in questione descrivono come incommensurabile anche la presenza al corpo, la quale si esprime nel restare liberi da reattività, liberi cioè da preferenza e avversione nei confronti di ciò che viene percepito attraverso i sensi. È una modalità di presenza che unisce al radicamento nel corpo un’attitudine di grande apertura verso tutto ciò che viene sperimentato attraverso i sensi, ed è probabilmente questa spaziosità della mente a suggerire il confronto con l’irradiazione illimitata degli incommensurabili.
Tale concetto di spaziosità della mente può essere collegato a una similitudine reperibile nei discorsi antichi, la quale descrive un bovaro in due diverse situazioni (Anālayo, 2022a). Finché il raccolto nei campi è in via di maturazione, egli deve controllare le sue mucche da vicino, arrivando anche a percuoterle, per impedire che vadano a finire nei campi e mangino le colture. Dopo la mietitura, invece, egli può rilassarsi limitandosi a sorvegliarle da lontano. Il passo in oggetto ricorre al termine ‘presenza’ nel descrivere la seconda situazione. L’immagine del bovaro che guarda da una distanza rilassata, la quale abbraccia tutta intera l’area in cui le mucche pascolano, evoca l’idea di un tipo di presenza ampiamente ricettivo, che potrebbe essere coltivato restando stabiliti nella consapevolezza dell’intero corpo, ancorandosi in tal modo nel momento presente, e mantenendo al tempo stesso uno stato mentale ampio, come un grandangolo.
Sia che si tratti di stare a guardare un gregge di mucche al pascolo o di restare in equilibrio di fronte a qualsiasi cosa venga percepita attraverso i sensi, il genere di presenza descritta in questo modo non è legata a un oggetto particolare, ma rimane aperta e ricettiva nei confronti di tutto ciò che si manifesta. L’idea che la presenza non abbia bisogno di essere legata a oggetti specifici si collega ai quattro fondamenti della presenza. Contrariamente a quanto si afferma nei commentari pāli, nel termine satipaṭṭhāna la presenza non è connessa a paṭṭhāna, fondamento, ma piuttosto a upaṭṭhāna, che indica lo stabilire’ Ciò risulta evidente se si considerano il termine sanscrito corrispondente, smṛtyupasthāna, e i riferimenti ricorrenti nei discorsi pāli allo stabilire la presenza, upaṭṭhita. In altre parole, nel satipaṭṭhāna l’accento non è posto su oggetti particolari intesi come fondamento per la presenza, quanto piuttosto sull’attitudine dell’essere presenti, sullo stabilire la presenza in relazione a qualsiasi cosa che possa divenire l’oggetto della mente.
Questa posizione trova supporto in un altro insieme di tre fondamenti della presenza citati nei discorsi del buddhismo antico (Anālayo, 2020c), nei quali è descritta l’attitudine equanime del Buddha nei confronti dei suoi discepoli, indipendentemente dal fatto che tutti ascoltassero le sue istruzioni, nessuno le ascoltasse, oppure alcuni le ascoltassero e altri no. Sebbene venga utilizzato lo stesso termine, smṛtyupasthāna/satipaṭṭhāna, questo modello tripartito di stabilire la presenza differisce da quello standard quadripartito che riguarda il corpo, le tonalità affettive, gli stati mentali e i dharma. Di conseguenza, questo insieme di quattro non costituisce in effetti l’unico possibile ‘fondamento’ della presenza, e quindi ciò che collega l’insieme dei tre elementi con quello dei quattro non può che essere una presenza ben stabilita, che possa consentire di mantenere un’attitudine di equilibrata osservazione.
Le istruzioni sui sedici passi della presenza al respiro rappresentano un altro esempio significativo. Tutti i sedici passi richiedono di essere presenti al respiro, ma soltanto i primi due gli attribuiscono un’importanza primaria, invitando a discernere se sia lungo o breve. I restanti quattordici passi costituiscono invece un’esplorazione di altri aspetti dell’esperienza soggettiva che rispecchia i quattro fondamenti, vale a dire partendo dal corpo per poi procedere alle tonalità affettive, agli stati mentali e ai dharma. Sebbene il respiro rimanga presente, mantenendolo nella consapevolezza periferica, non è più l’unico, primario oggetto di pratica. Di conseguenza, sulla base del singolo oggetto del respiro, tutti e quattro i fondamenti della presenza possono essere esplorati in modo da far sorgere i fattori di risveglio, realizzando quindi lo stesso scopo che ispira i quattro fondamenti della presenza in generale. Tutto ciò rafforza l’impressione che non sia l’oggetto in sé a determinare la pratica, ma che piuttosto l’elemento chiave sia stabilire un’attitudine di osservazione dotata di presenza.
La stessa cosa emerge con ulteriore chiarezza in ciò che sembra essere un antecedente delle pratiche di presenza non-duale conosciute nelle tradizioni buddhiste himalayane e dell’Asia orientale. Si tratta della coltivazione della meditazione senza-segno, che è stata oggetto di un’analisi più dettagliata nel secondo studio di questa serie di cinque esplorazioni. Oltre a richiedere un elevato grado di presenza, tale meditazione fa completamente a meno degli oggetti, poiché implica il restare consapevoli della più vasta dimensione di assenza possibile nel regno del condizionato. La possibilità di prestare attenzione a ciò che è assente si rinviene anche nella contemplazione della mente, degli impedimenti e dei fattori di risveglio nello schema dei quattro fondamenti della presenza, dove si esprime in modo più specifico nel notare, mediante la presenza, quando un determinato inquinante o fattore di risveglio è assente nella mente.
In conclusione, si può dire che tutte le pratiche prese in considerazione in questa serie di esplorazioni convergano in un modo o nell’altro su una nozione di spaziosità mentale che non dipende necessariamente dalla focalizzazione su un oggetto particolare, circoscritto. In termini generali, questa condizione spaziosa della mente è precisamente ciò che rende possibile individuare le relazioni causali, mettendo le cose nella loro giusta prospettiva. Essa ci consente di stabilire un nesso fra i diversi frammenti di informazioni, fornendo quindi una condizione cruciale al sorgere della visione liberante. Ciò a sua volta può essere messo in relazione con il termine indiano smṛti o sati nell’accezione di memoria. A differenza di quanto si sostiene in alcune tradizioni più tarde, nel pensiero del buddhismo antico la presenza non può essere concepita come un semplice atto di memoria (Anālayo, 2018a, b, d). Una pratica come quella della presenza al respiro, per esempio, richiede di ricordare le istruzioni dei sedici passi, ma se il praticante viene trascinato via da una distrazione legata a qualcosa che è accaduto in passato, anche questa circostanza ha a che fare con una qualche forma di memoria, pur costituendo evidentemente una perdita di presenza. Questo esempio è probabilmente sufficiente a chiarire che la presenza non si riduce al ricordare qualcosa, e quindi la cosa migliore è concepire presenza e memoria come qualcosa di interrelato, ma tuttavia distinto.
La spaziosità mentale che si può coltivare stabilendo la presenza può naturalmente rafforzare la memoria. Tanto per cominciare, favorisce una consapevolezza più chiara e accurata di ciò che sta accadendo nel momento presente, rendendo più facile ricordarlo in seguito. Inoltre, quando si cercherà di ricordare, sarà più semplice recuperare l’informazione, grazie all’aver stabilito l’ampiezza della mente.
Entrambe le dimensioni possono essere comprese rifacendoci all’esperienza personale. Quando siamo completamente focalizzati su una determinata questione, capita a volte che facciamo le cose in modo così automatico da non sapere poi con certezza se le abbiamo davvero fatte oppure no. Se ci si lava i denti al mattino con la mente totalmente concentrata sui problemi che dovremo affrontare più tardi al lavoro, sarà difficile se non impossibile ricordare in seguito quell’azione. Può addirittura accadere che si debba tornare in bagno a controllare se lo spazzolino è bagnato, dato che l’intero processo di lavarsi i denti è stato compiuto così distrattamente che non ne è rimasta traccia alcuna nella memoria. E ancora, tentare di ricordare qualcosa che non salta in mente subito diventa piuttosto difficile, se abbiamo la necessità di ricordarlo proprio ora. Per esempio, trovarsi nella situazione di dover tenere un discorso in pubblico o affrontare un esame può comportare una concentrazione forte ed eccessiva che può effettivamente impedire il ricordo. Un po’ più tardi, quando la tensione si sarà allentata e la mente sarà più rilassata, quell’informazione riemergerà in modo naturale. In altre parole, suscitare uno stato mentale ampiamente ricettivo, in grado di fare spazio a frammenti diversi di informazioni, rafforzerà la memoria di quanto sta accadendo ora. Quando si cerca di ricordare ciò che è accaduto in precedenza, dare rilievo alla presenza, sempre nel senso di una condizione mentale aperta e ricettiva piuttosto che di una forte concentrazione, faciliterà notevolmente tale richiamo.
Così intesa, dunque, la coltivazione del genere di presenza esaminato qui potrebbe essere valutata nei termini di un miglioramento della funzionalità della memoria. Nutrire questa qualità dovrebbe inoltre portare a un generale incremento degli stati di apertura mentale e quindi rafforzare la capacità di convivere con la dissonanza cognitiva, lasciando spazio a opinioni diverse senza dovere immediatamente decidere quale sia l’unica giusta, e divenendo in generale meno dogmatici e fondamentalisti.
Monitorare con presenza
Un compito centrale della presenza, strettamente legato alla spaziosità della mente, è il monitorare, che unisce la capacità primaria di restare nel momento presente alla chiara appercezione di ciò che sta accadendo, dentro e fuori. La cosa più importante qui è un atteggiamento di ricettività piuttosto che di reazione immediata.
Tale qualità del monitorare è fondamentale in tutte le pratiche meditative prese in considerazione in questi studi. I quattro fondamenti della presenza rappresentano un esempio particolarmente significativo, specialmente se consideriamo che richiedono di passare da una contemplazione interna – in cui si è in relazione con se stessi – a una esterna, rivolta verso gli altri. Nella presenza al respiro si ha lo stesso monitoraggio, in particolare combinando la continuità della presenza alle inspirazioni e alle espirazioni, meglio se mantenuta nella consapevolezza periferica, col contemplare con presenzala condizione del corpo, delle tonalità affettive e della mente nel momento presente. Ciò conduce a prospettive di visione penetrante che si basano sull’impermanenza, a cui la funzione di monitoraggio della presenza fornisce l’impulso fondamentale. Tale funzione della presenza offre un contributo significativo perfino nella dimensione degli incommensurabili o della meditazione senza-segno.
Quando la presenza ben stabilita fa progredire verso il risveglio, che dalla prospettiva tradizionale, soteriologica ne costituisce il beneficio supremo, allora essa procede in questa sua funzione di monitoraggio rivolgendosi agli altri sei fattori di risveglio. La presenza permane anche nei vari stadi dell’assorbimento, in cui la sua naturale spaziosità è meno evidente per via di una concomitante focalizzazione mediante la concentrazione. Tuttavia, anche in questo caso, la funzione di monitoraggio e la capacità di restare nel momento presente restano i contributi centrali offerti dalla presenza (Anālayo, 2019). Lo stesso vale per quanto concerne la pratica dell’ottuplice sentiero, che nel pensiero del buddhismo antico rappresenta il contesto indispensabile all’interno del quale si sviluppa la presenza. Anche qui, essa serve a monitorare la coltivazione degli altri fattori del sentiero (Anālayo, 2022b).
La funzione di monitoraggio della presenza non è limitata al percorso che conduce verso il risveglio. Un esempio particolarmente significativo che illustra come possa essere impiegata a scopi medici riguarda un re sovrappeso (Anālayo, 2018c). Si tramanda che il Buddha abbia raccomandato a questo re di coltivare la presenza, in particolare allo scopo di divenire consapevole della quantità di cibo a lui necessaria. In questo caso, la presenza è finalizzata a tenere sotto controllo l’assunzione di cibo, per aiutarlo a contrastare la tendenza a mangiare troppo. Oltre a illustrare la varietà di situazioni in cui essa può esercitare la sua funzione di supervisione, questo episodio fornisce un chiaro esempio di come, già nel buddhismo antico, l’utilizzo della presenza potesse mirare esplicitamente al miglioramento della salute.
La perla della presenza
Esaminando nel dettaglio i testi del buddhismo antico, si incontra un’ampia gamma di situazioni in cui applicare la presenza, le cui caratteristiche fondamentali possono essere riassunte mediante l’acronimo PEARL (Anālayo, 2020b), formato dalle lettere iniziali delle seguenti qualità: protettiva, incarnata, attenta/vigile, ricettiva e liberante.
Nella sua funzione di monitoraggio, la presenza è eminentemente protettiva., Ciò può essere messo in atto facendo una pausa prima di reagire, il che permette di avere un punto di vista migliore sulla situazione, rendendo possibile un’azione saggia, e non una reazione cieca. Nei discorsi del buddhismo antico, questa funzione protettiva è illustrata da diverse similitudini. In una di esse una quaglia riesce ad avere la meglio su un falco restandosene nel terreno aperto in cui nidifica (Anālayo, 2022c). Seguendo l’esempio della quaglia, i praticanti possono fare della presenza il loro rifugio. È’ un’immagine fonte di grande ispirazione: ci dice infatti che anche la situazione che può sembrare più terribile – il falco che si lancia giù in picchiata per ghermire la quaglia – può in linea di principio essere affrontata con presenza, se, e solo se, restiamo davvero stabiliti in essa come nel nostro rifugio.
La nozione di incarnazione attraverso la presenza riveste un ruolo centrale nell’approccio presentato qui. Accade infatti di constatare che spesso i meditanti, in particolare nelle società occidentalizzate, tendono a restare intrappolati nelle loro teste. Per riportarli letteralmente in sé, una condizione fondamentale è un approccio incarnato, e a tale scopo è molto efficace la pratica delle scansioni. L’idea è che la consapevolezza dell’intero corpo, basata sul senso innato della propriocezione, può fornire un’àncora per la continuità della presenza nelle attività quotidiane. Stabilire questo ancoraggio non richiede una forte focalizzazione e neppure un ulteriore impegno dell’attenzione, quindi è poco probabile che ci siano interferenze con il cómpito che si sta svolgendo, cosa che potrebbe invece verificarsi tentando di ancorarsi aun tipo di pratica più focalizzata. Coltivare una presenza incarnata consente inoltre una migliore valutazione delle emozioni, dato che le loro ripercussioni somatiche, in genere più veritiere e precise dei commenti mentali che le accompagnano, saranno più evidenti.
La coppia attenta/vigile esprime la gradualità del processo di coltivazione della presenza. È assai importante, soprattutto per i principianti, evitare l’aspettativa irrealistica di poter acquisire in breve tempo la padronanza della presenza, il che rischierebbe facilmente di provocare frustrazione, a volte addirittura fino al completo abbandono della pratica. Qui il termine attenta indica un miglioramento di base delle funzioni mentali, quando anche solo un poco di presenza viene in essere. Per quanto instabile e intermittente possa essere, ci sarà un complessivo incremento dell’attenzione, della capacità di essere più in contatto con la realtà. Con una pratica continua la presenza diviene più forte e più stabile, finché la mente diverrà vigile nel vero e proprio senso del termine, cioè nell’essere più sveglia emeno assente o intorpidita. Questo può voler semplicemente dire essere pienamente presenti a ciò che c’è, e può anche rispecchiare, alla fine, la nozione più specificamente buddhista di risveglio, nel senso della diminuzione e dello sradicamento definitivo degli inquinanti che tendono a offuscare e oscurare la mente.
Quella della ricettività è una sfaccettatura importante della presenza, che può difficilmente essere sopravvalutata in quest’epoca di eccessiva attività e reattività. Mantenere un’attitudine di aperta ricettività è estremamente difficile quando ci si trova di fronte a ciò che non si vuole, nel mondo là fuori o all’interno della nostra mente. Eppure, è proprio questa la sfida che è possibile affrontare mediante la presenza, la quale ci permette di restare con ciò che c’è, invece di farci trascinare nella reattività dalla dissonanza cognitiva.
Nel suo antico contesto soteriologico, la liberazione è il fine primario della presenza , ma essa può anche essere applicata a dimensioni più mondane, così come il termine ‘liberazione’ si può riferire nei discorsi del buddhismo antico a vari generi di libertà, anche più temporanei, non sufficienti a realizzare gli stadi del risveglio individuati dalla soteriologia del buddhismo antico. L’esempio del re che mangiava troppo esemplifica una forma di liberazione inferiore che può essere ottenuta mediante la presenza, in questo caso la liberazione dalla tendenza ad abbuffarsi. Questo genere di utilizzo è chiaramente un aspetto secondario della teoria meditativa del buddhismo antico, il cui interesse primario è piuttosto quello di progredire verso la liberazione definitiva, che può essere raggiunta attraverso il risveglio e lo sradicamento degli inquinanti. Tuttavia, questo aspetto secondario è già presente nel contesto dell’India antica.
Riunire insieme queste qualità – l’essere protettiva, incarnata, attenta/vigile, ricettiva e liberante – conduce quindi alla PERLA della presenza. Si forma una perla quando qualcosa di irritante penetra nella conchiglia di un mollusco, provocando una risposta immunitaria che si esplica circondando la sostanza irritante con carbonato di calcio. La formazione di una perla può illustrare come lo stabilire la presenza possa rendere più facile l’abbracciare tutto ciò che è fonte di irritazione, provocando una reazione immunitaria sotto forma di resilienza quando si affrontano le sfide della vita con presenza. Così come le risposte immunitarie aiutano a mantenere il corpo protetto e al sicuro, nello stesso modo la presenza ha un ruolo fondamentale nel mantenere la mente protetta e al sicuro. Con il passare del tempo, la coltivazione di questo tipo di risposta immunitaria mentale porterà alla bellezza di una mente sempre più a proprio agio e libera, bella come una perla.
Con questa immagine della presenza simile a una perla si conclude questa serie di esplorazioni. Secondo un passo che si trova nei discorsi antichi, il Buddha avrebbe potuto continuare a insegnare i quattro fondamenti della presenza per cento anni di fila senza mai esaurire il materiale (Anālayo, 2020a). In altre parole, è un argomento inesauribile. Questa analisi suddivisa in cinque parti perciò non ha fatto che grattare la superficie, anche solo per quanto concerne il posto che occupa la presenza nella meditazione secondo il buddhismo antico. Toccherà ad altri, speriamo, proseguire il dialogo sui risvolti pratici dei diversi costrutti della presenza, facendo risplendere molteplici fasci di luce sulla bella perla della presenza.
I sedici passi: la quarta tetrade
Se le tre tetradi precedenti possono essere viste come un connubio di tranquillità e visione profonda che si realizza in vari modi, l’ultima riguarda principalmente l’approfondirsi della visione penetrante liberante. A questo punto, secondo il metodo di pratica presentato qui, il tema dell’impermanenza, che prima costituiva una presenza continua sullo sfondo – mediante l’attenzione all’alternarsi di inspirazione ed espirazione – passa ora ad occupare il primo piano dell’attenzione, nella realizzazione che tutti gli aspetti dell’esperienza soggettiva sono fenomeni mutevoli. Proprio come il respiro, tutto va e viene di continuo, sorge e si dissolve, in un costante processo di cambiamento.
Una piena comprensione dell’impermanenza può in tal modo portare a realizzare che il respiro e tutto il resto – inclusa la mente consapevole del processo del respiro – sono soggetti a dissolversi incessantemente, il che suscita lo svanire della passione, vale a dire il disincanto e la diminuzione dell’attaccamento. Ciò che svanisce alla fine cesserà, ed è questa la prospettiva che bisogna adottare ora. Il processo che, a partire dall’impermanenza, attraverso lo svanire della passione e il distacco, conduce alla cessazione, culmina quindi in un profondo lasciare andare.
Un modo per collegare questi quattro passi all’esperienza meditativa può essere quello di notare con chiarezza il sorgere di ogni inspirazione o espirazione, il suo persistere per un breve momento come un processo mutevole a cui segue la sua cessazione. Ognuna di queste tre dimensioni esemplifica l’impermanenza. Prestare attenzione, in particolare, al cambiamento nel persistere per poi cessare può servire a realizzare lo scolorire/svanire della passione mentre l’attenzione indirizzata solo al momento finale evidenzia che ogni cosa è destinata a cessare. Il punto qui è come la mente presta attenzione, ciò che pone in primo piano; l’idea è di non influenzare il respiro in nessun modo. Nel corso dell’intero schema di sedici passi, il respiro dovrebbe rimanere naturale, e i singoli passi esemplificano modi di osservare e contemplare questo processo naturale. Nel lasciare andare dell’ultima tetrade, l’attenzione dovrebbe invece volgersi alle pause che seguono ogni inspirazione e ogni espirazione, a quel momento di quiete quando una è cessata e l’altra non è ancora sorta. È così che potrebbe aver luogo il supremo lasciare andare nella realizzazione del Nirvana, vale a dire prestando attenzione alla pausa che segna la cessazione del momento presente, immediatamente prima che sorga il successivo.
Riferimenti bibliografici
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Nota
Le istruzioni di meditazione guidata corrispondenti alle pratiche descritte in questo articolo sono disponibili gratuitamente sul sito http://agamaresearch.dila.edu.tw/bhikkhu-analayo-meditation-instructions.
- Gli incommensurabili
- Presenza non duale
- Le dimensioni della presenza
- Presenza al respiro
- I fondamenti della presenza




