Descrizione
Tra i concetti più complessi e affascinanti del buddhismo, il Nirvana è senza dubbio quello che più ha incantato e sedotto la cultura occidentale, ispirando nel corso dei secoli letteratura, cinema e musica. In questo saggio originale e innovativo, Bhikkhu Anālayo richiama l’attenzione su due aspetti spesso trascurati del Nirvana: l’assenza di segni e l’assenza di morte.
La condizione di totale felicità, o assenza di sofferenza, comunemente percepita come uno stato piacevole e desiderabile, è stata sovente fraintesa e banalizzata; parallelamente, è divenuta oggetto di una riflessione filosofica che ha articolato il pensiero lungo due direttrici contrapposte: l’eternalismo e il nichilismo. Non è però nel pensiero dicotomico che può svilupparsi la comprensione di un’idea che travalica i limiti dell’esperienza. Anālayo mostra come, nelle fonti antiche, si trovino già le risposte che cerchiamo, risposte che la moderna psicologia sembra oggi confermare.
Quasi con un approccio di wittgensteiniana memoria, i sutta non forniscono definizioni né fissano concetti, ma invitano piuttosto all’esplorazione della complessità e guidano alla comprensione del nostro modo di fare esperienza della realtà. Così fa Anālayo, concentrandosi su ciò che è immediatamente presente: la parola del Buddha e la nostra capacità di percepire e comprendere ciò che ci circonda. Con il rigore e l’umiltà che da sempre contraddistinguono il suo lavoro, Anālayo propone un percorso sistematico per sperimentare il mondo nella sua essenza, libero dalle impurità che generano afflizione. Offre così un’analisi illuminante di concetti fondamentali come quelli di senza segno e senza morte, al fine di decostruire opinioni fuorvianti e pregiudizi, e di mostrare come, una volta interiorizzate tali nozioni, sia possibile accostarsi alla conoscenza del Nirvana. Tutto ciò senza mai disgiungere lo studio e la ricerca filologica dall’attenzione alla pratica meditativa.
Con la sua straordinaria padronanza delle lingue canoniche del buddhismo, il venerabile Anālayo conduce dapprima il lettore attraverso le discussioni dei primi sutta buddhisti sui segni (Pali nimitta), ossia le caratteristiche distintive delle cose che ci permettono di riconoscerle, e sulla coltivazione della concentrazione sull’assenza di segni come pratica meditativa. Successivamente, l’autore affronta il tema dell’assenza di morte. Evitando con abilità gli estremi del nichilismo e dell’eternalismo, Anālayo mostra come l’espressione assenza di morte, in quanto epiteto del Nirvana, “indichi il completo trascendimento dell’afflizione mentale legata alla mortalità, nostra o altrui”, e come tale realizzazione sia possibile già in questa vita.
Lontana da ogni forma di retorica, quest’opera ha la forza di avvicinarci a ciò che appare insondabile e di guidarci sul cammino verso l’obiettivo più alto per chiunque si riconosca nel buddhismo: la cessazione della sofferenza.




