Il termine «buddhismo antico» si riferisce approssimativamente ai primi due secoli dello sviluppo del pensiero e della pratica buddhisti, all’incirca dal tempo in cui visse il Buddha fino al regno dell’imperatore indiano Aśoka nel III secolo a.C. Le fonti principali per ricostruire questo periodo iniziale della storia del buddhismo sono testuali, vale a dire discorsi che si ritiene siano stati pronunciati dal Buddha e dai suoi discepoli, e quindi trasmessi per secoli in forma orale prima di essere trascritti.
Attualmente, i punti di arrivo di questo lungo processo di trasmissione testuale sono disponibili nei discorsi in pāli, come anche nelle versioni parallele tramandate da altre tradizioni di recitazione, e conservate in traduzione cinese, sanscrita e tibetana. Sulla base di quanto emerge dallo studio di queste fonti testuali, è possibile sviluppare applicazioni pratiche, la cui esplorazione è al centro di questa serie di articoli. Con l’espressione «meditazione secondo il buddhismo antico» non si pretende qui di sapere come il Buddha e i suoi contemporanei meditassero più di due millenni fa, cosa impossibile ormai da stabilire. Le pratiche meditative presentate qui con questa definizione costituiscono solo uno dei vari approcci possibili, e rappresentano il frutto della pratica personale e delle esperienze di insegnamento dell’autore sulla base di ispirazioni derivanti dallo studio dei discorsi del buddhismo antico. Questi testi presentano spesso punti di vista che divergono da quelli delle tradizioni meditative più tarde, e invitano quindi a esplorare modi alternativi di praticare la presenza.
Gli oggetti degli incommensurabili
L’importanza di esplorare una prospettiva diversa emerge con chiarezza nel caso degli incommensurabili, chiamati anche stati mentali illimitati o dimore divine, vale a dire la benevolenza, la compassione, la gioia compartecipe e l’equanimità. Il modo di coltivarle, così come è descritto nell’esegesi buddhista più tarda, si basa su frasi da dirigere mentalmente a varie persone, allo scopo di esprimere queste quattro sublimi attitudini mentali. Molti praticanti lo ritengono un approccio benefico, mentre per altri il fatto di richiamare alla mente determinati soggetti può generare associazioni di vario genere, stimolando a volte un’eccessiva focalizzazione sulle proprie relazioni interpersonali. Questo si può combinare con un’attivazione generale della tendenza della mente alla concettualizzazione, dovuta al fatto di fare affidamento sulla ripetizione mentale di determinate frasi. A volte i praticanti trovano che questo approccio rimanga confinato al livello intellettuale della mente, senza realmente toccare il cuore, tanto da sembrare perfino un po’ artificioso.
Gli stati mentali illimitati – la benevolenza,
la compassione, la gioia compartecipe
e l’equanimità – si basano su frasi da dirigere mentalmente a varie persone, allo scopo
di esprimere queste quattro sublimi
attitudini mentali
Una prospettiva che può essere di aiuto nel risolvere tali problemi emerge dalle descrizioni della coltivazione degli incommensurabili reperibili nei discorsi del buddhismo antico. Invece di dirigere le frasi a individui specifici, le istruzioni invitano piuttosto a coltivare ognuno dei quattro incommensurabili sotto forma di un’irradiazione illimitata in tutte le direzioni. Tale irradiazione illimitata – che nell’esegesi più tarda rappresenta uno stadio notevolmente avanzato di pratica, possibile solo dopo avere raggiunto livelli profondi di concentrazione mediante il dirigere frasi a singoli individui – nei discorsi antichi appare indiscutibilmente come il modo di praticare fin dall’inizio dell’esercizio meditativo in questione.
Nella descrizione di questa irradiazione non si trova alcun riferimento a individui, neppure al concetto della totalità degli esseri senzienti, e non si fa alcun cenno a espressioni particolari da utilizzare. In questi brani si parla invece solo di suscitare quel particolare incommensurabile, dimorarvi, e quindi pervadere con esso una direzione, poi la seconda, la terza e la quarta, dirigendolo infine verso l’alto e verso il basso. Le istruzioni fondamentali citano diverse qualità del dimorare meditativo, una delle quali è proprio l’essere «incommensurabile», ovvero «illimitato». Questo dimostra che il termine stesso «incommensurabile», oltre a caratterizzare una qualità mentale, descrive anche il dimorare meditativo, che prende la forma di un’illimitata o incommensurabile irradiazione mentale.
La qualità dell’incommensurabilità nel dimorare meditativo va perduta nell’approccio che prevede invece di individuare singole persone come oggetti, il che, nello schema commentariale successivo, porterà a concludere che dimorare in modo veramente incommensurabile sia possibile solo dopo aver raggiunto un elevato grado di raccoglimento. Nonostante ciò, l’attitudine mentale avrà comunque una dimensione incommensurabile, dato che l’idea di dirigere benevolenza, compassione, gioia compartecipe ed equanimità verso varie persone è motivata appunto dal desiderio che nessuno venga escluso, dato che ogni singolo incommensurabile dovrebbe essere libero da qualsivoglia limite o confine.
La dimensione dell’incommensurabilità va perduta anche in un recente sviluppo della psicologia cognitiva, dove la coltivazione della compassione, in particolare, viene limitata e confinata al dirigerla unicamente verso se stessi. Tale self-compassion come pratica a sé stante non ha più nulla a che vedere con la vastità della nozione di compassione, così come è intesa nelle tradizioni buddhiste (Anālayo e Dhammadinnā, 2021). Essa non rende in nessun modo giustizia all’idea di incommensurabilità: sia come attitudine mentale di base, essendo diretta unicamente a se stessi, sia come modalità di coltivazione meditativa, poiché implica la ripetizione di frasi e non il dimorare illimitato. Non si intende in questo modo negare o svalutare il notevole successo che questo nuovo approccio rappresentato dalla coltivazione della compassione per se stessi ha avuto recentemente, in risposta a una situazione di estremo bisogno nelle società contemporanee occidentalizzate. Il punto è soltanto chiarire la differenza fra questo e le tradizionali forme buddhiste di coltivazione della compassione o degli altri incommensurabili. Sarebbe interessante se in futuro la ricerca ponesse a confronto la self-compassion con l’approccio del buddhismo antico, caratterizzato da un’irradiazione illimitata della compassione.
Attitudini incommensurabili
Un requisito fondamentale per la coltivazione degli incommensurabili è la chiara comprensione del tipo di attitudine mentale che ognuno di essi esprime, del loro significato in termini pratici (Anālayo, 2015). Il primo dei quattro è la gentilezza amorevole, o forse meglio «benevolenza». Il termine indiano maitrī o mettā si riferisce all’idea di essere «amico» (mitra / mitta), e in ciò è già racchiusa una dimensione centrale di questo primo incommensurabile: essere e agire come un amico nei confronti di chiunque il o la praticante incontri. Quest’attitudine di gentilezza o benaugurante / benevola costituisce il fulcro del gruppo dei quattro incommensurabili.
I discorsi antichi stabiliscono sempre un nesso fra la gentilezza amorevole e le tre porte dell’azione – fisica, verbale e mentale – poiché la stessa attitudine di base può esprimersi in azioni fisiche, nei modi di comunicare e, ovviamente, in ciò che accade nella mente. In tutti questi casi, il primo incommensurabile è in diretta opposizione alla rabbia e alla malevolenza. Questo significa che i o le praticanti che hanno pienamente sviluppato questa sublime attitudine mentale possono essere certi che non verranno più travolti da rabbia o malevolenza.
La compassione a sua volta è l’esatto contrario dell’intenzione di nuocere e far male. Un’immagine nei discorsi antichi, che illustra l’attitudine fondamentale di questo incommensurabile, descrive l’esperienza del vedere per strada qualcuno malato e bisognoso di aiuto, il che susciterà naturalmente il desiderio che quella persona riceva l’assistenza di cui necessita. Questo desiderio, che motiverà a intraprendere qualsiasi azione possibile per fornire tale aiuto, è mosso dall’intenzione di alleviare la condizione del malato, piuttosto che focalizzarsi semplicemente sulla sua sofferenza. In effetti, la coltivazione della compassione può divenire fonte di gioia, cosa che sarebbe del tutto impossibile se significasse prendere su di sé la sofferenza degli altri (Anālayo, 2017)
Il terzo incommensurabile della gioia compartecipe è l’opposto dello scontento e dell’invidia. Con questo incommensurabile, un tipo di gioia salutare si pone al centro dell’attenzione come una qualità già attinente, anche se in modo implicito, agli altri due già citati, la benevolenza e la compassione. Tale centralità della gioia trasmette l’intuizione profonda secondo cui l’appagamento è una fonte di felicità più affidabile della ricerca di gratificazione sensoriale, o di strategie per ottenere il controllo, sulla spinta del desiderio di potere. Ciò si manifesta interiormente in un’assenza di scontento che ha, come controparte esterna, l’assenza di invidia e gelosia nei confronti degli altri. Ovviamente, la gioia compartecipe copre entrambe le dimensioni, interna – se stessi – ed esterna – gli altri.
L’ultimo dei quattro incommensurabili è l’equanimità, che in un certo senso completa gli altri tre. Mentre questi ultimi sono più dinamici e gioiosi, equanimità significa fare un passo indietro con il cuore aperto, permettendo agli altri di procedere nel modo che desiderano, piuttosto che imporre le proprie preferenze nella convinzione di fare il loro bene. Non si tratta di una forma di indifferenza, che infatti nell’esegesi più tarda compare come il nemico vicino dell’equanimità, poiché superficialmente sembra simile, «vicina», mentre in realtà è il suo opposto, il suo «nemico». Oltre a essere anni luce lontana dall’indifferenza, l’equanimità è l’esatto contrario del desiderio e dell’avversione.
Un’immagine che può essere di aiuto, anche se non si trova nei discorsi antichi, per visualizzare l’interrelazione fra i quattro incommensurabili, è quella della luce. I raggi del sole, per loro natura non limitati o confinati, sono altrettanto incommensurabili di queste quattro attitudini mentali. Anche la luce del sole si irradia in tutte le direzioni, nel modo in cui i discorsi antichi descrivono la pratica degli incommensurabili.
Immaginiamo di trovarci in un luogo in cui il sole è piacevole, non opprimente come in certi paesi caldi: il primo incommensurabile può essere paragonato al sole di mezzogiorno in un cielo senza nuvole, che risplende in tutte le direzioni. Esso risplende in ugual modo su ciò che sta in basso e in alto, su ciò che è pulito o sporco, bello o brutto; non fa distinzioni e non chiede niente in cambio per continuare a risplendere. In questo consiste l’attitudine di base di amicizia verso tutti, di coltivazione di una gentilezza amorevole, o benevolenza, che allo stesso modo non chiede di essere ricambiata e si rivolge a tutti con uguale gentilezza, senza preferenze.
Continuando con la stessa immagine del sole in un cielo senza nuvole, il secondo incommensurabile della compassione può essere illustrato dal sole che sta per tramontare. L’oscurità si avvicina, eppure il sole si fa sempre più splendente e colora il cielo in modo meraviglioso. Così la compassione risplende ancora più intensamente quando incontra l’oscurità del mondo. La gioia compartecipe, a sua volta, può essere paragonata al sole all’alba, che si leva lentamente nel cielo, mentre gli uccelli cantano e l’aria è fresca. In ugual modo, il terzo incommensurabile può essere deliziosamente rinfrescante e offrire una potente fonte di gioia.
Per illustrare la transizione dai primi tre al quarto incommensurabile dell’equanimità è necessario fare ricorso a un’immagine correlata ma distinta: la luna piena, anch’essa in un cielo senza nuvole. La luna piena riflette la luce del sole e tuttavia, a differenza di esso, non risplende di luce propria. La dimensione incommensurabile – essere nel bel mezzo del cielo e irradiare in tutte le direzioni – rimane la stessa, passando però da un coinvolgimento più attivo, il sole che irradia i suoi raggi, a un’attitudine più passiva, la luna che li riflette. Allo stesso modo, l’equanimità comporta il passaggio da una partecipazione più attiva a un atteggiamento più passivo che, nel contempo, riflette ancora pienamente i raggi del sole degli altri tre incommensurabili.
Dimore meditative incommensurabili
L’utilizzo dell’immagine del sole, che splende in momenti diversi del giorno e viene riflesso nelle notti di luna piena, può essere di grande aiuto nell’introdurre la coltivazione degli incommensurabili nel contesto contemporaneo, spesso dominato da un ricorso eccessivo al pensiero razionale, che a volte genera perfino gradi diversi di dissociazione dalla realtà incarnata. La sfida fondamentale è appunto rendere ognuno degli incommensurabili una realtà incarnata, per evitare che resti una mera riflessione concettuale che rischia di non innescare una vera trasformazione interiore a livello emotivo.
A questo scopo, nell’approccio presentato qui si raccomanda soprattutto di ridurre l’utilizzo di frasi al minimo, solo quanto è necessario a evocare quel determinato incommensurabile. Si può fare ricorso al suo nome, in pāli, in sanscrito, nella lingua del praticante o in quella da lui preferita, oppure si può evocare una qualche immagine mentale, quella di un cucciolo, di un gattino, per esempio, o di un fiore, non necessariamente quella del sole citata sopra. Qualsiasi cosa sia di aiuto nel suscitare l’incommensurabile può essere utilizzato per un breve momento, per poi passare subito a dimorare nella condizione mentale vera e propria, senza più bisogno di ricorrere ad altro. Questo implica un cambiamento di prospettiva, dal fare all’essere l’incommensurabile, nel senso di lasciare che l’intero corpo e la mente dimorino soffusi da quell’attitudine sublime.
La naturale piacevolezza di questo dimorare meditativo facilita il permanere in una condizione di raccoglimento mentale, piuttosto che soccombere alle distrazioni. Tuttavia, prima o poi le distrazioni arriveranno, e la cosa migliore sarà affrontarle con un’attitudine in linea con gli incommensurabili, invece di farsi prendere dallo scoraggiamento: essere gentili e compassionevoli, inclini a sorriderne, e mantenere l’equilibrio. Distrarsi è semplicemente nella natura della mente, quindi non deve sorprenderci che ciò accada, e non c’è alcun bisogno di rimproverarci. Spesso sarà possibile ritornare a dimorare in una condizione incommensurabile lasciando semplicemente andare la ristrettezza mentale che accompagna la distrazione. Altre volte, si potrà tornare a fare l’incommensurabile, vale a dire generare attivamente quell’attitudine sublime, per dare alla mente qualcosa in cui impegnarsi, finché non sarà di nuovo pronta a stabilirsi nella condizione di essere l’incommensurabile. Se le distrazioni persistono, possono a loro volta divenire oggetto di un’attitudine incommensurabile, per esempio suscitando benevolenza verso la condizione stessa dell’essere distratti.
Dopo aver compiuto con successo il percorso dal fare all’essere, il passo successivo è aprirsi in tutte le direzioni. Il modo migliore di avvicinarsi a questa pratica è concepirla come un naturale movimento di apertura che permette all’incommensurabile di risplendere fin dove desidera, non come una irradiazione attiva che necessiti di uno sforzo. Il compito qui non è raggiungere un certo punto lontano nello spazio, ma aprire la mente in tutte le direzioni. La procedura appropriata è ben illustrata dall’immagine, anche questa non reperibile nei discorsi antichi, di una candela (o un’altra sorgente di luce), circondata da tutti i lati da una tendina. Per permetterle di risplendere in tutte le direzioni non c’è bisogno di manipolare la candela. Basta invece far scorrere delicatamente la tendina aprendola davanti e poi, gradualmente, nelle altre tre direzioni. Una volta aperta in tutte e quattro le direzioni, si procede nello stesso modo verso l’alto e verso il basso.
Mediante questa graduale apertura, il praticante sarà infine in grado di dimorare in uno stato veramente incommensurabile grazie all’attitudine incommensurabile della mente, ma anche perché sperimenterà un’apertura in tutte le direzioni, percepita soggettivamente come qualcosa di spazialmente sconfinato. Poiché il punto di partenza di questo dimorare meditativo nello spazio incommensurabile è dato dall’incarnare l’attitudine sublime corrispondente, non vi è alcuna necessità di dirigere quest’ultima verso di sé. La forma stessa della pratica garantisce che noi stessi vi saremo inclusi fin dall’inizio, ma è un risultato a cui si perviene senza una focalizzazione specifica su di sé.
In generale, poiché gli incommensurabili hanno un orientamento di base prosociale, la loro irradiazione sconfinata in tutte le direzioni include naturalmente tutti gli esseri senzienti. Tuttavia, il dimorare meditativo non si avvale di oggetti concreti, e perfino l’idea della «totalità degli esseri senzienti» non viene citata esplicitamente nelle istruzioni date nei discorsi antichi. Questa meditazione incommensurabile si svolge quindi senza ricorrere a punti di riferimento specifici e circoscritti, ma richiede innanzitutto una forma di presenza ben stabilita e aperta, tale da garantire continuità nel dimorare incommensurabile.
Gli incommensurabili e la presenza
La modalità del dimorare meditativamente negli incommensurabili descritta qui sopra ha molto in comune con la coltivazione della presenza (Anālayo, 2019b). Questo vale in particolare nel caso della presenza rivolta al corpo, così come viene descritta nei discorsi del buddhismo antico. Oltre a comprendere contemplazioni analitiche sulla natura del corpo secondo varie prospettive, il tratto distintivo della presenza rivolta al corpo si manifesta in un modo pienamente incarnato di essere nel presente. Per la sua coltivazione è bene fare affidamento sulla propriocezione, una dimensione già presente nell’esperienza ordinaria. Tale dimensione può divenire più consapevole semplicemente essendo presenti a essa.
Il radicamento nel corpo che ne deriva fornisce un’àncora potente, che permette di mantenere la continuità della presenza nelle attività quotidiane. L’intero corpo è un supporto notevole, che non può essere perduto facilmente come altri più sottili, quale per esempio la sensazione percepita del respiro. Quest’ultima richiede una concentrazione che può interferire con l’attenzione richiesta da ciò che stiamo facendo, mentre la consapevolezza dell’intero corpo si combina più facilmente con le varie attività quotidiane. La forma di presenza coltivata in questo modo è fondamentalmente aperta, pronta a ricevere gli stimoli che provengono da tutte le porte sensoriali senza essere trascinata via. I discorsi antichi la definiscono chiaramente «incommensurabile», utilizzando quindi lo stesso termine che altrove è riferito alle quattro sublimi attitudini mentali analizzate in questo articolo.
Non si vuole così asserire che la presenza e gli incommensurabili si equivalgano: questo sarebbe spingersi troppo in là. Il punto è, piuttosto, che hanno molto in comune. Nelle tradizioni buddhiste più tarde ciò appare meno evidente, dato che la loro natura incommensurabile viene gradualmente abbandonata e sostituita da una focalizzazione sempre più accentuata, che si realizza introducendo categorie di individui a cui rivolgersi e invitando, nel caso dei quattro incommensurabili, a una contemplazione di tipo riflessivo, ponendo l’accento su una focalizzazione ristretta a oggetti specifici, invece che sull’ampia, aperta ricettività che caratterizza la presenza mentale (Anālayo, 2019a). Nel modo in cui gli incommensurabili vengono presentati nel buddhismo antico, la coltivazione di ognuno di essi potenzia e sostiene gli altri, mentre l’esperienza della loro irradiazione sconfinata è simile alla condizione mentale di aperta ricettività che può essere coltivata mediante la presenza.
Riferimenti bibliografici
Anālayo, Bh. (2015), Compassion and emptiness in early Buddhist meditation, Windhorse Publications.
Anālayo, Bh. (2017), «How compassion became painful», in Journal of Buddhist Studies,14, pp. 85-113, trad. it. di Giovanni Zappa (a cura di Bhikkhunī Dhammadinnā), «Come la compassione si fece dolorosa», Āgama Research Group, 2023.
Anālayo, Bh. (2019a), «How mindfulness came to plunge into its objects», in Mindfulness, 10(6), pp. 1181-1185.
Anālayo, Bh. (2019b), «Immeasurable meditations and mindfulness», in Mindfulness, 10 (12), pp. 2620-2628.
Anālayo, Bh., e Dhammadinnā, Bh. (2021), «From compassion to self-compassion: a text-historical perspective», in Mindfulness, 12(6), pp. 1350-1360, trad. it. di Giovanni Zappa (a cura diBhikkhunī Dhammadinnā), «Dalla compassione alla self-compassion: una prospettiva storico-testuale», Āgama Research Group 2023.
Nota
Le istruzioni di meditazione guidata corrispondenti alle pratiche descritte in questo articolo sono disponibili gratuitamente sul sito http://agamaresearch.dila.edu.tw/bhikkhu-analayo-meditationinstructions.
- Gli incommensurabili
- Presenza non duale
- Le dimensioni della presenza
- Presenza al respiro
- I fondamenti della presenza





