Questa è la terza di una serie di cinque esplorazioni sul tema della meditazione secondo il buddhismo antico, che ora si volge a esaminare i quattro fondamenti della presenza (smṛtyupasthāna/satipaṭṭhāna) da una prospettiva di pratica. Questi quattro riguardano la coltivazione della presenza in relazione al corpo, alle tonalità affettive (nel senso della tonalità edonica dell’esperienza in quanto piacevole, spiacevole o neutra), agli stati mentali e ai dharma (Anālayo, 2018).
Ciò che implica il quarto fondamento, la contemplazione dei dharma, non è propriamente chiaro. Per orientarci, ci possiamo rivolgere a quelle pratiche che vengono descritte in modo simile nel Satipaṭṭhāna-sutta e nei suoi paralleli, nonché alle istruzioni su come procedere nel quarto fondamento della presenza in relazione al respiro. È quindi ragionevole suggerire che, per cogliere la dinamica della contemplazione dei dharma, ci si debba affidare al Dharma – gli insegnamenti del Buddha applicati alla pratica meditativa – al fine di progredire verso la realizzazione del Nirvana, punto culminante del Dharma (così come inteso nel buddhismo antico).
Il riferimento al Satipaṭṭhāna-sutta e ai suoi paralleli intende segnalare che esistono versioni diverse di questo discorso,trasmesse da lignaggi distinti di recitazione nell’India antica, in un contesto orale che a quei tempi non impiegava la scrittura per conservare tali istruzioni. Le differenze fra queste versioni del Satipaṭṭhāna-sutta sono a volte piuttosto significative (Anālayo, 2013). Per tentare una ricostruzione del buddhismo antico, risultano di particolare importanza le istruzioni che si ritrovano in forma simile nelle versioni pervenute.
La contemplazione del corpo
Le versioni parallele del Satipaṭṭhāna-sutta concordano nel citare tre contemplazioni del corpo, in cui il corpo umano viene esaminato dal punto di vista della sua costituzione anatomica, della sua costituzione materiale (i quattro elementi) e della sua natura, per cui è destinato a disgregarsi dopo la morte.
Le istruzioni per la contemplazione della costituzione anatomica presentano una lista di parti del corpo – capelli, unghie, pelle, ossa, vari organi e liquidi ecc. ̶ a cui segue l’invito a considerarle come prive di qualsiasi attrattiva intrinseca. Ciò è significativo, dato che, secondo l’istruzione generale all’inizio del discorso, è necessario coltivare una presenza libera da reattività, vale a dire libera da desiderio e scontento, e tale attitudine non-reattiva è in effetti caratteristica delle pratiche di presenza in generale. In questo caso, si intende incoraggiare una prospettiva diversa, più ampia e forse più realistica, che superi la tendenza a relazionarsi ai corpi degli altri dal punto di vista dell’attrattiva sessuale. Tuttavia, nel contesto contemporaneo è preferibile insegnare questa pratica consentendo alle singole persone di decidere, nel caso voglia adottarle, quali valutazioni ritiene appropriate. Può inoltre essere utile semplificare la lista delle parti anatomiche, riducendola a pelle, carne e ossa. Ovviamente, ogni praticante, se desidera, sarà libero di aggiungere ulteriori dettagli, in linea con le istruzioni del Satipaṭṭhāna-sutta.
Nel tipo di pratica presentato qui, pelle, carne e ossa sono tre aspetti fondamentali del corpo umano che è possibile esplorare mediante scansioni. La scansione corporea in quanto tale non si ritrova nel buddhismo antico, ma emerge solo in periodi successivi (Anālayo, 2020a). Tuttavia, essa può essere utile per addestrare i praticanti alla consapevolezza del corpo, uno strumento importante per coltivare la continuità della presenza, sia nel corso della meditazione formale che nelle attività quotidiane. In questo caso, la scansione ripetuta dovrebbe essere accompagnata dalla consapevolezza, in particolare, della pelle, della carne e delle ossa in quest’ordine.
Lo scopo qui non è assicurarsi che una determinata parte anatomica venga sentita in modo distinto e completo, il che sarebbe piuttosto difficile. Le istruzioni invitano semplicemente a fare scorrere l’attenzione lungo il corpo, dalla testa ai piedi, nella consapevolezza che esso è racchiuso dalla pelle. La scansione successiva può iniziare dai piedi, là dove si è conclusa la precedente, per muoversi verso la testa, consapevoli che il corpo contiene carne, vale a dire muscoli, tendini e organi, riuniti tutti sotto la stessa categoria. Una terza scansione, da capo a piedi, si svolge poi nella consapevolezza che nel corpo, dal cranio giù fino ai piedi, ci sono ossa. A volte sarà forse possibile percepirne qualcuna distintamente, ma non è questo lo scopo principale. Il compito principale è, piuttosto, semplicemente quello di mantenere la continuità della presenza nel corso di tutta la scansione, riconoscendo al tempo stesso che il corpo umano non è altro che ossa ricoperte da carne e racchiuse nella pelle.
La stessa procedura può essere impiegata per la contemplazione del corpo successiva, che si occupa invece dei quattro elementi, come costituenti di base della materia in generale e del corpo umano in particolare. Questi sono la terra, il fuoco, l’acqua e il vento, che rappresentano le qualità della solidità/durezza, della coesione/umidità, della temperatura e del movimento. Come nell’esercizio precedente, il compito non consiste nel cercare di percepire distintamente ogni singola qualità in ogni parte del corpo. L’istruzione è invece di effettuare una scansione corporea nella consapevolezza che c’è solidità in ogni parte del corpo, anche se percepibile soprattutto nello scheletro; a questa ne seguiranno altre tre, relative all’umidità/coesione, alla temperatura e al movimento. Anche queste qualità si possono trovare in tutto il corpo, ma risultano particolarmente evidenti nei liquidi all’interno degli organi (=acqua), nella temperatura a livello della pelle (=fuoco), e nel costante processo della respirazione (=vento). L’obiettivo fondamentale di questa pratica è far emergere la somiglianza fra il nostro corpo, quello degli altri e la natura al di fuori di noi. È una pratica estremamente efficace, che favorisce una relazione più intima e più diretta con la natura, offrendo quindi una base a iniziative volte a proteggere l’ambiente e ad affrontare il cambiamento climatico (Anālayo, 2019).
Secondo le istruzioni della terza contemplazione del corpo, nel contesto dell’India antica i praticanti osservavano un cadavere a stadi diversi di decomposizione, consapevoli del fatto che anche i loro corpi erano destinati a disgregarsi. Nel suo significato fondamentale, la pratica era intesa a comunicare senza mezzi termini la realtà della mortalità.
Nell’insegnare questo approccio ai quattro fondamenti della presenza, si tratta indubbiamente dell’esercizio più difficile, ma anche più trasformativo dell’intero gruppo. Nei ritiri residenziali, la giornata in cui viene introdotta questa terza contemplazione del corpo è quella in cui si registra il più alto numero di ritardi alle sedute di meditazione e ai pasti, oltre a una diffusa tendenza alla distrazione, a dimenticare oggetti personali e via dicendo. È altamente consigliato presentare questa pratica con grande delicatezza e morbidezza, nella consapevolezza che i partecipanti debbano essere guidati con gradualità ad affrontare ciò che nella società contemporanea viene regolarmente soppresso ed evitato: il fatto incontrovertibile della propria morte. Tale necessità emerge anche da una ricerca recente sull’approccio ai quattro fondamenti della presenza presentato qui, dove ai partecipanti è stata data la possibilità di saltare questo esercizio (Sedlmeier et al., 2023).
Per quanto riguarda la pratica, il consiglio è di basarsi sulla consapevolezza del processo naturale della respirazione, che per certi versi è già emersa nella contemplazione precedente, relativa all’elemento vento. L’istruzione invita a valutare l’opportunità di evocare una qualche immagine, quella di uno scheletro per esempio, rimanendo al tempo stesso ben radicati nella presenza all’intero corpo, a ogni inspirazione consapevoli che questo potrebbe essere l’ultimo respiro, mentre a ogni espirazione ci rilassiamo e lasciamo andare.
Questo modo di coltivare la presenza alla morte è senza dubbio impegnativo, ma anche estremamente necessario. La realtà della morte è indubitabile, eppure la maggior parte degli esseri umani si ostina a negarla, reagendo poi violentemente quando la negazione non regge più. Eppure, la morte è la prova finale della vita, per cui c’è assolutamente bisogno di prepararsi a essa finché c’è ancora tempo. Quindi, per non continuare nel solco della negazione, questa pratica ci viene in aiuto con un approccio graduale che permette alla morte di essere parte della vita. Grazie a ciò, i praticanti giungono regolarmente a scoprire che in realtà stanno diventando più vivi. Addestrarsi nell’arte di morire significa addestrarsi nell’arte di vivere in modo più pieno e consapevole.
La contemplazione delle tonalità affettive e degli stati mentali
Con il secondo fondamento della presenza l’attenzione è diretta alla qualità affettiva, o edonica, dell’esperienza. Ogni praticante dovrà individuare da sé tre gradazioni di queste tonalità, che in linea di principio possono essere comprese fra i livelli più alti del piacere e il fondo più buio del dolore. Passando dai picchi di maggiore intensità verso forme via via più sottili di sensazioni piacevoli, a un certo punto, nel continuum della tonalità edonica, ne incontreremo una che potremo piuttosto definire neutra, dato che, invece di suscitare desiderio, ci porterà piuttosto verso la noia e il disinteresse. Procedendo oltre, si arriverà a un punto in cui le tonalità affettive non rientreranno più nella categoria del neutro, poiché inizieranno a essere così spiacevoli da attivare la tendenza della mente alla resistenza e all’irritazione. Mettere in pratica la presenza sulla base di un’esplorazione così diretta e personale, darà ai praticanti la possibilità di applicare in modo efficace alle proprie esperienze le tre categorie della tonalità affettiva piacevole, neutra e spiacevole.
Il punto di partenza qui può ancora una volta essere una scansione del corpo: l’esplorazione meditativa partirà cioè dalla qualità edonica delle sensazioni fisiche, per poi ampliare il campo dell’investigazione, includendo anche le tonalità affettive mentali. Il compito è sempre quello di notare la tonalità edonica del momento presente così com’è – piacevole, spiacevole o neutra – senza reattività.
Lo stesso compito di base continua con gli stati mentali, il terzo fondamento della presenza mentale. Qui la sfida è penetrare al di sotto della superficie di pensieri e associazioni, per individuare lo stato mentale sottostante. È necessaria qui una presenza sostenuta, per evitare di venire coinvolti nel contenuto di un particolare pensiero o associazione ed esserne trascinati via. In virtù di tale presenza sostenuta sarà possibile riconoscere, per esempio, che il ricorrere di pensieri caratterizzati da irritazione, uniti a tonalità affettive spiacevoli, è il segno di una mente che si trova momentaneamente sotto l’influsso della rabbia.
Lo scopo dell’investigazione non è limitato a constatare la presenza di un inquinante come, per esempio, la rabbia, ma ne rileva anche l’assenza. Ciò dimostra che essere presenti a ciò che è assente costituisce parte integrante della coltivazione di questo fondamento della presenza (Anālayo, 2022a). Con le tonalità affettive mentali e gli stati mentali, la pratica diviene gradualmente meno strutturata rispetto agli esercizi precedenti, un andamento esemplificativo di uno schema generale applicabile ovunque. Anche forme più strutturate per stabilire la presenza non dovrebbero, infatti, divenire strumenti fine a se stessi, poiché così si rischierebbe di eseguire le istruzioni in modalità pilota automatico. Si devono invece considerare come una struttura di sostegno, che aiuterà a essere semplicemente presenti al momento presente, senza più fare ricorso a procedure particolari. È questo, in fin dei conti, un compito centrale della presenza: monitorare ciò che avviene senza esserne direttamente coinvolti.
La contemplazione dei dharma
Nella contemplazione dei dharma, un posto centrale è occupato dai fattori di risveglio, a cui si aggiungono i cinque impedimenti. Questi ultimi sono il desiderio sensuale, l’avversione, l’indolenza-e-torpore, l’irrequietezza-e-preoccupazione e il dubbio. Sono cinque, ma comprendono sette distinte condizioni mentali, in quanto l’indolenza, ovvero la noia, e il torpore, o stanchezza fisica, sono riuniti insieme, poiché il loro impatto sulla mente è simile; lo stesso vale per l’irrequietezza, condizione che è alla base dell’agitazione, e la preoccupazione, più specifica, in quanto apprensione relativa a un problema specifico. Questo insieme di cinque stati individua quelle condizioni mentali che tendono ad ostacolare il corretto funzionamento della mente, sia nello studio e nell’apprendimento che nella meditazione (Anālayo, 2022b).
Il compito della presenza consiste innanzitutto nel riconoscere con chiarezza la presenza o l’assenza di un impedimento, per poi procedere a investigarne le cause, gettando così le basi per il suo superamento. Quest’ultimo, tuttavia, rientra nella sfera del retto sforzo, un altro dei fattori dell’ottuplice sentiero di pratica che definisce il contesto della meditazione secondo il buddhismo antico. Come componente dei fattori del sentiero, la presenza si limita a monitorare ciò che avviene, senza intervenire attivamente. Tuttavia, specialmente se gli impedimenti sono deboli, il loro semplice riconoscimento è spesso sufficiente a dissolverli. Nella prospettiva di pratica presentata qui, l’indicazione è di esaminare la mente per scoprire se è presente uno dei cinque impedimenti e, ogni qual volta sono assenti, gioire della sua condizione salutare.
La gioia è uno dei sette fattori di risveglio, il cui sorgere in questo caso si basa sulla presenza e su un processo di investigazione, per verificare se ci sono impedimenti, portato avanti con energia sufficiente a garantire che questi siano davvero assenti. In questo modo, i primi quattro dei sette fattori di risveglio sono già stati suscitati, e la presenza della gioia può quindi condurre la mente alla tranquillità e al raccoglimento, che culmineranno infine nell’equilibrio.
Nel caso dei sette fattori di risveglio – presenza, investigazione-dei-dharma, energia, gioia, tranquillità, raccoglimento, equilibrio – la presenza svolge, come nel caso degli impedimenti, un monitoraggio di base, allo scopo di notare la loro presenza o assenza, individuando, ove sia possibile, le cause che hanno portato al loro sorgere. A differenza però degli impedimenti, che devono essere superati, i fattori di risveglio devono essere nutriti e coltivati. In particolare, quando la mente è lievemente intorpidita, si consiglia di ricorrere ai tre fattori energizzanti: investigazione, energia, gioia. Nel caso in cui fosse invece un po’ agitata, sarà opportuno fare ricorso a tranquillità, raccoglimento ed equilibrio, dotati di un effetto calmante. Fra i sette, è sempre richiesta e consigliata la presenza, che ne costituisce il fondamento e che, in virtù di un continuo monitoraggio, garantisce che gli altri sei siano coltivati in modo equilibrato, al fine di progredire verso la realizzazione finale del risveglio.
I quattro fondamenti
Il metodo presentato qui sopra è un modo per unire insieme, in una singola pratica, aspetti essenziali di ognuno dei quattro fondamenti della presenza, invece di selezionarne solo uno o due. Nei discorsi del buddhismo antico, vari riferimenti a questi quattro fondamenti lasciano infatti intendere che si tratti in realtà di un singolo approccio dotato di quattro sfaccettature interconnesse. Tale criterio unitario può, in linea di principio, venire applicato a ogni situazione della vita quotidiana. Qualsiasi cosa accada, ci sarà sempre la dimensione del corpo, una tonalità edonica piacevole, neutra o spiacevole, e naturalmente anche un particolare stato d’animo. La presenza a queste tre dimensioni offre una modalità estremamente efficace, che permette di giungere a una piena comprensione di ciò che stiamo vivendo. Secondo la soteriologia del buddhismo antico, è possibile poi integrarle, mettendo in relazione quella medesima situazione con gli insegnamenti, il Dharma, procedendo così lungo il sentiero verso la liberazione.
In qualsiasi modo lo si metta in pratica, lo schema dei quattro fondamenti della presenza richiede di combinare un insieme di qualità; le istruzioni non si limitano infatti alla presenza in quanto tale, ma sostengono che debba operare in sintonia con queste altre qualità. Una di queste è il chiaro conoscere, o chiara comprensione (Anālayo, 2020b), che si esprime, per esempio, nelle valutazioni relative alla costituzione anatomica del corpo, come nel riflettere che anche il proprio corpo è destinato a morire e a disgregarsi, esattamente come il cadavere di un’altra persona. Grazie a questi esercizi, la presenza in essere si accompagna a un elemento di riflessività, che scaturisce dal chiaro conoscere o chiara comprensione.
Un’altra di queste qualità è la diligenza, a volte tradotta perfino come ‘ardore’, a cui si può collegare, nell’ambito dei fattori di risveglio, quella dell’energia. Tutto questo sottolinea la necessità di un impegno incondizionato nell’arco di un lungo periodo di tempo, affinché la pratica trasformativa dei fondamenti della presenza giunga a piena maturazione. Naturalmente, anche un solo momento di presenza può essere di beneficio, tuttavia, dal punto di vista dell’addestramento buddhista tradizionale, è piuttosto sconcertante l’idea diffusa secondo cui un corso di mindfulness per neofiti di qualche settimana possa produrre risultati concreti. Sarebbe un po’ come valutare la qualità didattica di varie università interrogando gli studenti nella prima settimana del loro primo semestre. Ovviamente, anche allora potranno emergere differenze, ma per una valutazione corretta bisognerebbe intervistare gli studenti che hanno completato con successo almeno un corso di laurea.
Un’altra qualità ancora è la capacità di restare liberi da reattività, liberi cioè da desiderio e scontento. A volte, se ne parla come di una dimensione di presenza non giudicante. L’utilizzo di questo termine non sta però a indicare che non ci sia più alcuno spazio di valutazione; al contrario, sarà proprio questo il compito del chiaro conoscere, o chiara comprensione. Il punto è invece che la presenza ha come compito fondamentale quello di osservare senza lasciarsi coinvolgere. A questo scopo è indispensabile frenare, almeno temporaneamente, la tendenza connaturata della mente a reagire con impulsività. Stabilire la presenza in questo modo consentirà di effettuare una pausa cruciale prima di agire, così da rendere possibile una piena appercezione della situazione, e una spassionata valutazione del modo appropriato di rispondere a essa. Questo è di importanza vitale.
Un’altra dimensione centrale dei quattro fondamenti della presenza è la necessità di coltivarli sia internamente che esternamente, come anche in entrambe le modalità contemporaneamente. Il significato di questa distinzione è stato purtroppo oscurato nel corso degli sviluppi testuali che hanno avuto luogo nell’ambito delle tradizioni buddhiste (Anālayo, 2020c, d). Alla mancanza di chiarezza che ne è seguita, si è aggiunta la tendenza già pronunciata all’individualismo delle società contemporanee occidentalizzate, per cui gran parte delle pratiche di presenza sono al giorno d’oggi confinate al mondo interiore dei praticanti. La dimensione esterna, parte integrante dei quattro fondamenti della presenza, è dotata invece di un’intrinseca qualità relazionale, poiché dirige la presenza alla condizione degli altri. Il riconoscimento delle tonalità affettive e degli stati d’animo altrui, attraverso la postura, l’espressione del volto e l’inflessione della voce è un’abilità posseduta già dai neonati, che vi fanno ricorso nel relazionarsi alla madre. Questa stessa abilità può essere ulteriormente sviluppata con l’aiuto della presenza, allargando l’orizzonte a una potenzialità che finora non ha ricevuto il dovuto riconoscimento. Da tutto ciò emerge che già nel buddhismo antico i potenziali benefici prosociali di cui sono dotati i quattro fondamenti della presenza si estendono al di là del loro scopo primario, quello di fornire un sentiero diretto alla realizzazione del Nirvana.
Riferimenti bibliografici
Anālayo, Bh. (2013), Perspectives on Satipaṭṭhāna, Windhorse.
Anālayo, Bh. (2018), Satipaṭṭhāna meditation: a practice guide, Windhorse, Cambridge, trad.it. di Letizia Baglioni (a cura di Bhikkhunī Dhammadinna), Ubiliber, Roma 2022.
Anālayo, Bh. (2019), “A task for mindfulness: facing climate change”, in Mindfulness, 10(9), pp. 1926- 1935, trad.it. di Silvia Massara, “Un compito per la presenza mentale, affrontare il cambiamento climatico”, Āgama Research Group, 2019.
Anālayo, Bh. (2020a), “Buddhist antecedents to the body scan meditation”, in Mindfulness, 11(1), pp. 194-202.
Anālayo, Bh. (2020b), “Clear knowing and mindfulness”, in Mindfulness, 11(4), pp. 862-871.
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Anālayo, Bh. (2022a), “Being mindful of what is absent”, in Mindfulness, 13(7), pp. 1671-1678, trad. it
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Anālayo, Bh. (2022b), “Education and mindfulness: an early Buddhist contribution to the ongoing dialog.”, in Mindfulness, 13(10), pp. 2413-2419.
Sedlmeier, P., A. Beckel, S. Conrad, J. Husmann, L. Kullrich, R. Lange, A.‑L. Müller, A. Neumann, T. Schaaf,
A. Schaub, A. Tränkner, e B. Witzel. (2023), “Mindfulness meditation according to the Satipatthana Sutta: a single‑case study with participants as collaborators”, in Mindfulness, 14(7), pp. 1636-1649.
Nota
Le istruzioni di meditazione guidata corrispondenti alle pratiche descritte in questo articolo sono gratuitamente disponibili sul sito http://agamaresearch.dila.edu.tw/bhikkhu-analayomeditation-instructions.analayomeditation-instructions.
- Gli incommensurabili
- Presenza non duale
- Le dimensioni della presenza
- Presenza al respiro
- I fondamenti della presenza




