Questa è la seconda di una serie di cinque esplorazioni sul tema della meditazione secondo il buddhismo antico, che nel presente studio riguarda in particolare gli antecedenti delle pratiche di presenza non duale reperibili nelle tradizioni buddhiste himalayane e dell’Asia orientale.
Nel tentativo di presentare un argomento piuttosto complesso in termini semplici, pratici, la presenza non duale può essere intesa come una modalità di consapevolezza che ha abbandonato la dualità soggetto-oggetto tipica dell’esperienza ordinaria della mente umana. Inoltre, essa opera in un modo che viene spesso definito non-concettuale, nel senso che, oltre a essere caratterizzata da piena presenza e vigilanza, le consuete funzioni mentali del riconoscere, riflettere e attribuire un senso all’esperienza vengono abbandonate, fino al punto che resta soltanto la pura e semplice qualità del conoscere della mente.
Come forma di dimora meditativa, la presenza non duale deve essere distinta dall’assorbimento meditativo, anch’esso non duale, per il quale è altrettanto necessario che le attività concettuali della mente siano lasciate cadere. Il genere di presenza non duale in esame è dinamico piuttosto che statico, e non è conseguenza di un semplice approfondimento del raccoglimento, bensì richiede che tranquillità e visione profonda si manifestino e vengano incarnate l’una insieme all’altra, invece di essere coltivate separatamente e con gradualità. Oltre a una naturale, genuina quiete mentale, la visione profonda da incarnare è innanzitutto quella del vuoto. A questo scopo, l’esperienza deve essere completamente svuotata di ogni puntello, tendenza e reificazione nei confronti di qualsivoglia «cosa». È una visione profonda in sintonia con il genere di vuoto di cui parlano i testi della Perfezione della saggezza, abbinata con la prospettiva sulla natura della mente dello Yogācāra. Ogni cosa viene vista come avente origine nella mente e totalmente priva della pur minima traccia di esistenza indipendente come una qualche sorta di ente.
Le difficoltà pratiche della presenza non duale sono notevoli, dato che al meditante viene chiesto di rilassarsi completamente nell’assenza di qualsiasi attività mentale e, al tempo stesso, di lasciare andare ogni punto di riferimento oggettuale, restando però pienamente presente e consapevole, senza soccombere alla distrazione o al torpore. Come sostegno nell’affrontare queste sfide, oltre a varie pratiche preliminari, le tradizioni meditative del buddhismo himalayano – conosciute con i nomi di Mahāmudrā e Dzogchen ̶ hanno sviluppato tecniche di potenziamento che, attraverso la trasmissione diretta da maestro a discepolo, hanno lo scopo di gettare luce sulla natura della mente. Nei lignaggi dell’Asia orientale, il ruolo del maestro si esprime nell’immediatezza e imprevedibilità con cui le istruzioni vengono trasmesse, come nel Chan e nello Zen, che hanno sviluppato anche tecniche ausiliari note con il termine giapponese koan. Mediante queste pratiche ci si rivolge a un problema razionalmente insolubile con un’attitudine mentale di investigazione non concettuale o di dubbio, perfino di stupore, allo scopo di realizzare la natura della mente, una volta abbandonati tutti i tentativi di dare un senso alle cose.
Senza-segno
Senza in alcun modo voler ignorare o sottovalutare le specifiche caratteristiche storico-culturali e le traiettorie di sviluppo di queste tradizioni himalayane e dell’Asia orientale, nonché le loro distinte radici nel buddhismo indiano, i tratti fondamentali della presenza non duale possono forse essere messi in relazione con la meditazione senza-segno descritta nei testi del buddhismo antico. Nella sua analisi del processo cognitivo, la nozione di «segno» (nimitta) ha un ruolo centrale nel far sì che la percezione alle porte dei sensi renda possibile il riconoscimento. Tuttavia, nel caso di una mente ordinaria non risvegliata, tale segno non è soltanto il riflesso puro e semplice di ciò che i sensi appercepiscono, poiché si intreccia inesorabilmente con valutazioni soggettive, perfino pregiudizi, che però dal punto di vista di chi percepisce appaiono come tratti intrinseci all’oggetto. In altre parole, secondo il pensiero del buddhismo antico l’esperienza è vista come una costruzione, in cui il soggetto esercita un ruolo fondamentale nel dare forma e letteralmente costruire ciò che viene percepito e conosciuto (Anālayo, 2023).
La coltivazione della meditazione senza-segno richiede a sua volta un completo abbandono di ogni tentativo di dare un senso all’esperienza, di ogni sforzo di riconoscere ed elaborare in qualche modo i dati che giungono attraverso le porte dei sensi. Questo si può ottenere coltivando la «non-attenzione» (amanasikāra) nei confronti di qualsiasi segno. Nell’esperienza del senza-segno che ne deriva, i concetti non operano più nel modo ordinario e inoltre, data l’assenza di un oggetto, anche la consueta dualità soggetto-oggetto viene a cadere.
La coltivazione della meditazione senza-segno richiede un completo abbandono di ogni
tentativo di dare un senso all’esperienza,
di ogni sforzo di riconoscere ed elaborare
in qualche modo i dati che giungono
attraverso le porte dei sensi.
La meditazione senza-segno è un tranquillo dimorare nella compostezza della mente, un samādhi, che al tempo stesso non implica nessuna focalizzazione, poiché non resta nulla su cui focalizzare l’attenzione. Vi è in essa un notevole potenziale di visione profonda, seppure non richieda nessuna delle attività mentali necessarie alla comprensione e quindi all’attivazione di un insight. Per realizzare questo potenziale, prima del dimorare meditativo nel senza-segno è indispensabile un’adeguata fase preliminare, in particolare, una comprensione diretta della natura vuota di tutti i fenomeni e dell’esperienza come costruzione. Senza questo lavoro di base, la meditazione senza-segno rischia di ridursi a un semplice dimorare in uno stato di tranquillità mentale. Infatti, nel pensiero del buddhismo antico non si dà per scontato che essa conduca alla liberazione. Al contrario, se la pratica è discontinua e priva della necessaria visione profonda, alla sua coltivazione può subentrare una notevole regressione.
Un contesto meditativo che fornisce un grande supporto al dispiegarsi del pieno potenziale di liberazione del senza-segno è reperibile in un discorso che descrive la graduale entrata meditativa nel vuoto: il Discorso breve sul vuoto. Qui, lo scopo fondamentale delle istruzioni, incoraggiare cioè una comprensione sempre più profonda del vuoto, vuole garantire che il dimorare nel senza-segno sia radicato nell’impulso e nel sostegno offerti dalla visione liberante e da essi pervaso.
L’entrata graduale nel vuoto
Il Discorso breve sul vuoto, conservato in pāli, cinese e tibetano, descrive un’entrata graduale nel vuoto, nel cui ambito la meditazione senza-segno rappresenta un passo particolare, immediatamente antecedente al punto in cui l’intera traiettoria culmina potenzialmente nel Nirvana. Il parallelo cinese e quello tibetano sono di aiuto nel correggere un apparente errore nella versione in pāli, l’unica che fa precedere la meditazione senza-segno da un’esperienza che non è né percettiva né non-percettiva. Lasciando da parte questo apparente errore, la progressione nelle versioni parallele presenta la seguente forma di pratica (Anālayo, 2024).
L’entrata graduale nel vuoto ha inizio con il notare quello che è assente nella situazione presente. Ciò si collega ad altre pratiche riconosciute dalla teoria meditativa del buddhismo antico, nelle quali la presenza è diretta a ciò che è assente (Anālayo, 2022). Nel contesto del discorso, il Buddha e il suo uditorio si trovano in un monastero nella foresta, dove sono assenti diversi aspetti della vita delle antiche città indiane. Le istruzioni iniziano richiamando l’attenzione su questa assenza, per portare alla percezione della foresta, nel senso letterale del luogo in cui ci si trova, ma anche in senso simbolico, vale a dire il ritiro che favorisce la pratica meditativa. Si può applicare lo stesso principio al contesto dei praticanti e delle praticanti contemporanei, che dovranno semplicemente prendere nota delle fonti di disturbo assenti nel luogo appartato scelto per la meditazione formale.
Sulla base di questo primo passo, in uno schema progressivo in cui la presenza viene diretta a vari tipi di assenza, la graduale entrata nel vuoto procede espandendo il campo di ciò che è assente, fino a raggiungere infine, con l’esperienza del senza-segno, la totale assenza di qualsiasi oggetto o concettualizzazione. Affidarsi a un processo graduale che conduce al senza-segno permette di procedere con calma, gradualmente, rispettando le esigenze e le capacità individuali, fino ad essere in grado di dimorare in una condizione mentale libera non solo da qualsiasi oggetto, ma anche dalle attività mentali di concettualizzazione e comprensione. Da questo punto di vista, l’esito conclusivo di tale approccio graduale è paragonabile alle pratiche di presenza non duale delle tradizioni himalayane e dell’Asia orientale. In altre parole, questo tipo di pratica offre una modalità alternativa per affrontare la sfida del dimorare in una condizione mentale sostanzialmente diversa dal modo consueto in cui la mente funziona. Questo avviene attraverso un approccio graduale che porta a espandere i tipi di assenza a cui si presta attenzione, liberando al tempo stesso la mente, un passo dopo l’altro, dai modi che in genere impiega per prestare attenzione.
Dalla percezione del ritiro, esemplificato dalla foresta, il passo successivo è la percezione della terra che rappresenta la materia, in particolare dal punto di vista della sua solidità. Questa percezione deve essere coltivata tralasciando le specifiche differenze con cui la materia solida si manifesta nel luogo dove si trova il praticante o la praticante. Invece di prestarvi attenzione, l’accento sarà posto su ciò che vi è di comune in esse, vale a dire appunto la loro solidità, l’elemento terra. In tal modo, la pratica procede dall’assenza di elementi di disturbo all’assenza di singole caratteristiche della materialità.
Con il passo successivo, alla percezione della terra subentra la percezione dello spazio, dove per spazio si intende l’assenza di qualsiasi elemento materiale, ma anche lo spazio occupato dalla materia, che insieme sfociano nella percezione dello spazio infinito. Le istruzioni invitano qui a coltivare la percezione in quanto tale e non richiedono di pervenire a quel raccoglimento profondo che nei testi antichi viene regolarmente citato come stato fondato su quella stessa nozione di spazio infinito, ma la cui coltivazione richiede la padronanza di tutti e quattro i livelli di assorbimento (dhyāna / jhāna) riconosciuti nella teoria della meditazione buddhista. La percezione dello spazio infinito che qui interessa può invece essere compresa se consideriamo lo spazio come l’oggetto per la coltivazione di una «totalità» (krtsna / kasina), la quale può realizzarsi, in virtù di un certo livello di compostezza mentale, ben prima di avere raggiunto anche solo il primo dei quattro livelli di assorbimento. Per quanto concerne l’assenza, questa fase del processo meditativo si lascia alle spalle tutta la materialità: i praticanti e le praticanti percepiscono se stessi e tutto ciò che li circonda come dissolti in un’esperienza unificata di spazio. La percezione meditativa che ne consegue indebolisce considerevolmente la tendenza alla reificazione o anche semplicemente l’attaccamento agli oggetti materiali, di cui è messa in luce la natura del tutto insostanziale.
È necessario aggiungere che la rivelazione della natura fondamentalmente insostanziale di tutta la materia ha l’unico scopo di minare l’attaccamento, e non deve essere presa troppo alla lettera. Coloro che praticano da tempo questo tipo di meditazione non sono certo in grado di passare attraverso un muro. Il punto è solo comprendere che un muro non è un’entità, ma una combinazione di cause e condizioni, le quali lo rendono comunque abbastanza solido da scoraggiare qualsiasi tentativo di passarci attraverso. Provarci significherebbe solo andare a sbattere la testa.
L’esperienza onnicomprensiva dello spazio può essere a sua volta considerata dal punto di vista della coscienza consapevole dello spazio, la quale, avendo come oggetto qualcosa di infinito, è divenuta anch’essa infinita. Questo spostamento di prospettiva conduce al passo successivo della coscienza infinita, stadio in cui la dualità soggetto-oggetto si dissolve, dato che il soggetto è divenuto oggetto di se stesso. Resta soltanto la mente. Senza spingersi al punto di formulare una sorta di idealismo, questo passo meditativo rivela il primato della mente, non solo nelle sue varie attività, ma nella costruzione stessa dell’esperienza. È così possibile verificare di persona quale sia l’orientamento delle tradizioni del buddhismo antico, e di quelle successive, nei confronti del ruolo della mente e della sua centralità.
Si continua a rivolgere l’attenzione all’assenza anche quando resta soltanto la mente, dato che nel passo successivo dell’entrata graduale nel vuoto ci si volge all’esperienza stessa della mente come «niente». In linea con la traiettoria generale del discorso, possiamo considerare la nozione di «niente» o «nulla» come un indicatore del vuoto. Così compresa, la percezione che «non-c’è-nulla» si esprime in questo passo nella visione profonda secondo cui tutti i fenomeni, inclusa la mente stessa, sono vuoti di qualsiasi consistenza, di qualsiasi entità, per non parlare di un sé. Questo genere di assenza o vuoto è al cuore del sentiero verso la liberazione secondo il buddhismo antico, e ha profonde ripercussioni sia sul progredire nella pratica formale che nel migliorare le interazioni nella vita quotidiana. Questa visione profonda del vuoto è fra gli aspetti più trasformativi della meditazione buddhista.
Per giungere al senza-segno è necessario poi lasciar andare anche questa visione profonda del vuoto, per dimorare in una condizione di totale mancanza di coinvolgimento, in cui, si può ben dire, non avviene più nessuna coltivazione mentale. La dualità soggetto-oggetto è già stata lasciata cadere con il passo della coscienza infinita, e con il nulla è stato decostruito anche il senso di un soggetto. Grazie al lavoro preliminare così svolto, è ora meno arduo fare un ulteriore passo avanti, lasciando andare anche la percezione del vuoto. A questo punto, la pratica è andata completamente al di là di ogni possibilità di coinvolgimento in valutazioni e considerazioni, motivo per cui essa stessa non può più essere oggetto di valutazione alcuna. Il silenzio più completo domina questo culmine, in cui tranquillità e visione profonda si fondono, oltre il quale ci sarà solo la realizzazione del Nirvana.
Per giungere al senza-segno è necessario lasciar andare anche la visione profonda del vuoto,
per dimorare in una condizione di totale
mancanza di coinvolgimento, in cui,
si può ben dire, non avviene più
nessuna coltivazione mentale.
Lungo l’intero percorso viene segnalata costantemente la necessità di evitare qualsiasi attaccamento alle esperienze meditative estremamente rarefatte e profonde che questa modalità di pratica può generare. Si raccomanda di dirigere l’attenzione non solo alle fonti di disturbo che si sono lasciate indietro a ogni passo, ma anche di cogliere ciò che è ancora presente come un residuo di disturbo. Il diminuire dell’attaccamento che così si genera può infine condurre oltre il senza-segno, alla svolta verso il Nirvana, espressione del vuoto supremo nel buddhismo antico: la sua piena realizzazione, il cui esito è divenire un arahant o un Buddha, svuoterà la mente da tutti gli inquinanti.
Gli incommensurabili e il vuoto
La completa decostruzione delle modalità percettive e conoscitive ordinarie, descritta nel Discorso breve sul vuoto, ha un notevole potenziale di liberazione, ma presenta al tempo stesso considerevoli difficoltà, fra cui in primo luogo la necessità di evitare che ciò che è decostruttivo divenga distruttivo.
È possibile che ciò accada quando la contemplazione del vuoto porta a dissociazione, isolamento e indifferenza. In particolare, nel contesto individualistico delle società contemporanee occidentalizzate, questa tendenza costituisce un grande problema, come lo è anche la potenziale presenza di traumi irrisolti, che le pratiche meditative descritte qui sopra potrebbero riattivare.
Per affrontare tali problematiche, l’approccio meditativo proposto qui fa precedere le pratiche del vuoto dalla coltivazione dei quattro incommensurabili: la benevolenza, la compassione, la gioia partecipe e l’equanimità. La prima fa sì che il sorgere e lo stabilirsi di attitudini mentali positive fornisca il radicamento indispensabile per imbarcarsi in tali pratiche. Questo radicamento non costituisce solo un punto di partenza, ma anche un’opzione a cui poter fare sempre ritorno, nel caso in cui le pratiche del vuoto minacciassero di divenire destabilizzanti. Inoltre, il fatto di porre gli incommensurabili in primo piano esemplifica l’importanza da accordare all’apertura del cuore in quanto metro di misura per una proficua coltivazione del vuoto. Una vera, autentica realizzazione del vuoto si manifesta nel sorgere spontaneo degli incommensurabili in qualsiasi situazione ci si trovi, ed è per questo che ciò rappresenta un valido riferimento per valutare il progresso in tale pratica.
Dal punto di vista dell’entrata graduale nel vuoto, coltivare gli incommensurabili attraverso un’irradiazione illimitata, in linea con le istruzioni dei discorsi antichi, costituisce un efficace trampolino di lancio per la meditazione sul vuoto. Si stabilisce già, grazie a tale coltivazione, un modo di dimorare meditativo in cui è importante l’essere piuttosto che il fare, e che inoltre non dipende da un oggetto circoscritto di focalizzazione. Tutto questo, per certi versi, prefigura già una decostruzione delle consuete modalità di fare esperienza, ma avviene in una maniera integrata, che mette in primo piano stati emozionali positivi. Una volta raggiunto il punto culminante dell’equanimità illimitata, le caratteristiche di questa esperienza meditativa si avvicinano così tanto a quelle della percezione dello spazio infinito che, per passare da una all’altra, non c’è bisogno di un grande sforzo.
Il lato negativo di questa modalità, secondo cui dalla coltivazione dei quattro incommensurabili si passa poi direttamente alla percezione dello spazio infinito, è che non rende pienamente giustizia all’intero processo dell’entrata graduale nel vuoto, così come è descritta nel Discorso breve sul vuoto. Per questo motivo si consiglia di esplorare, di tanto in tanto, l’intera progressione. Tuttavia, il percorso che inizia con gli incommensurabili e procede poi direttamente alla percezione dello spazio infinito, della coscienza infinita e del nulla coglie comunque l’essenza della dinamica meditativa che conduce al senza-segno. La percezione dello spazio infinito porta quindi a compimento lo sviluppo di una crescente tranquillità mentale che, essendo basata sull’assenza di un oggetto concreto, era già stata coltivata con gli incommensurabili. In sintonia con la definizione ricorrente, secondo cui il presupposto per raggiungere la sfera dello spazio infinito è l’abbandono di ogni percezione di diversità, l’esperienza che sorge da questo passo dell’entrata graduale nel vuoto è quella di uno stato mentale unificato. Qui l’unico oggetto è lo spazio – quindi la totale assenza di solidità e materia – come espressione della visione profonda della natura insostanziale di qualsiasi fenomeno materiale.
Con la percezione successiva della coscienza infinita, il soggetto diviene, in un certo senso, oggetto di se stesso e si giunge a vedere che tutte le esperienze sono radicate nella mente, vengono costruite dalla mente stessa del praticante e della praticante. È una realizzazione che, a sua volta, mina alla base la tendenza a farsi catturare dalla proliferazione concettuale (prapañca / papañca). Si svela così il notevole potenziale del prendere rifugio nella parte della mente che conosce anche nella vita quotidiana, fuori dal contesto della pratica formale. Sarà quindi possibile accedere a un luogo privilegiato di stabilità e di libertà interiori da cui affrontare gli alti e bassi della vita, senza essere trascinati via dal chiacchiericcio interno e dal suo costante valutare e giudicare, e da tutte le altre forme di proliferazione.
Nel passo successivo la dottrina del vuoto viene messa in pratica nel modo più diretto, nel senso che tutti i fenomeni, i dharma, sono visti come vuoti di qualsiasi realtà sostanziale o permanente. È questa infatti la posizione del buddhismo antico, che sotto questo aspetto differisce dalla tendenza alla reificazione dei dharma presente in alcune tradizioni esegetiche successive, le quali postulano una natura intrinseca, ovvero un essere proprio (svabhāva / sabhāva) dei dharma. Tale tendenza ha provocato, a sua volta, un’accesa risposta che, nella letteratura della Perfezione della saggezza, si fa portavoce di una nozione radicale di vuoto. Nella pratica, l’esperienza, sia nella meditazione formale che nella vita quotidiana, viene a essere pervasa dello stesso sapore di vuoto che abbraccia tutto.
Con il senza-segno, quindi, la coltivazione meditativa procede oltre se stessa, dato che ormai non si coltiva più nulla attivamente, se non il lasciare andare ogni tentativo della mente di conoscere, riconoscere, attribuire un senso o comprendere. A questo punto, la rilevanza del tempo e dello spazio, come punti di riferimento fondamentali dell’esperienza ordinaria, non è più così evidente. Tuttavia, l’esperienza del senza-segno non significa assolutamente essere inconsapevoli o non coscienti; non vuol dire essere privi di una mente. La presenza è pienamente presente, anche in grado elevato, ma la mente non concepisce più nulla in alcun modo.
Riferimenti bibliografici
Bhikkhu Anālayo, Bh. (2022), Being mindful of what is absent, in «Mindfulness», 13(7), pp. 1671-1678, trad. it. di Silvia Maerna (a cura di di Bhikkhunī Dhammadinna), Presenza all’assenza, Āgama Research Group, 2023.
Bhikkhu Anālayo, (2023), The signless and the deathless: on the realization of Nirvana, Wisdom Publications, Somerville.
Bhikkhu Anālayo, (2024), Abiding in emptiness: a guide for meditative practice, Wisdom Publications, Somerville.
NOTA Le istruzioni di meditazione guidata corrispondenti alle pratiche descritte in questo articolo sono gratuitamente disponibili sul sito http://agamaresearch.dila.edu.tw/bhikkhu-analayomeditation-instructions.analayomeditation-instructions.





