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Cambiamento e dolore
È morto troppo giovane, non è giusto! Era appena andata in pensione e non ha potuto godersi nulla… Si è improvvisamente ammalato, che ingiustizia!
Il cambiamento e il dolore che ne consegue ci fanno spesso scomodare il concetto di ingiustizia, con un apparente legame consequenziale che, se è certamente dettato dall’emozione bruciante della perdita, non è però così logico come vorremmo far credere. Tutto ciò che ci fa soffrire è spesso percepito come ingiusto, come se il bene ci fosse sempre dovuto per diritto acquisito alla nascita, e il male invece dovesse essere sempre destinato ad altri.
Purtroppo, nel momento in cui si soffre per esempio per una separazione, una malattia, una recente diagnosi infausta, un lutto, la percezione del dolore è così forte che non ci permette riflessioni e ragionamenti nella direzione di un riequilibrio del nostro soffrire all’interno della sofferenza di tutti gli esseri viventi, né nella direzione di un ricollocamento del dolore all’interno della sofferenza ineliminabile in quanto connaturata all’esistenza umana.
Per questo nella tradizione buddhista si insiste molto sull’importanza dell’allenamento continuo, della meditazione quotidiana per familiarizzarsi con la natura della nostra mente e con la realtà dei fenomeni, di noi stessi, della vita.
Tutto ciò che ci fa soffrire è spesso percepito come ingiusto, come se il bene ci fosse sempre dovuto per diritto acquisito alla nascita, e il male invece dovesse essere sempre destinato ad altri.
Nei momenti di difficoltà, dove il dolore è già tanto e pervadente, la percezione soggettiva di essere vittime di un’ingiustizia aggiunge dolore al dolore, si dice che quasi ne raddoppi la portata. Ovvero, se nel momento in cui, per esempio, scopro di avere una malattia grave, cronica o inguaribile non riesco a fermare quel molesto rimuginio che mi suggerisce con insistenza che non è giusto, non mi doveva capitare, proprio a me, proprio adesso… la percezione di subire un torto scatena una serie di emozioni tipiche di quando si subisce davvero un torto, un’offesa, cioè non solo rabbia ma anche rancore, risentimento e desiderio di vendetta.
Tutto ciò non fa altro che continuare a infettare la nostra ferita, che non può rimarginarsi – attraverso per esempio un percorso di accettazione della realtà, seppur sgradevole e non voluta – ma rimane invece aperta e purulenta. Se viceversa riesco a vivere l’arrivo di una malattia come qualcosa di certamente spiacevole e preoccupante ma non ingiusto, è molto probabile che riuscirò con più facilità ad attingere alle mie risorse per affrontare un periodo faticoso e difficile con maggiore equilibrio emotivo e maggiore resilienza, inquadrando ciò che accade nel modo in cui la realtà esiste, e quindi anche la mia vita.
Giusto e giustizia
E se poi si trattasse di ingiustizia, chi è il responsabile? La società che mi ha condotto a una vita troppo stressante, i dottori che hanno sbagliato la diagnosi e hanno permesso alla malattia di correre veloce, Dio che mi ha abbandonata dimenticandosi di me (ma evidentemente anche di altri milioni di persone che ogni giorno soffrono in ogni parte del mondo…)?
Ci risulta così difficile accettare la vita umana nella sua interezza, dove la morte non è l’opposto della vita ma casomai della nascita, all’interno di un’esistenza dove nascita e morte sono la porta di ingresso e la porta di uscita in un periodo di cambiamento e trasformazione continua. Siamo inconsciamente tutti vittime di una sorta di autoinganno, che ci sussurra all’orecchio fin da quando siamo piccini più o meno così: «Se farai tutto bene, se ti comporterai sempre nel modo giusto, non potrà mai accaderti nulla di male». Al di là del fatto che «fare tutto bene» è un concetto totalmente soggettivo, credo che nessuno alla nascita abbia firmato un contratto con questa clausola. E quando la malattia o la morte arriva è sempre ingiusta e precoce. Ma esiste una condizione o un’età dopo la quale la morte potrebbe essere definita “giusta”?
Oggi l’aspettativa di vita è molto aumentata, non solo come dati statistici reali, ma come vera e propria aspettativa, cioè desiderio personale svincolato dalla realtà. Allora dopo i 70 la morte potrebbe essere giusta? Ho provato una volta a fare questa domanda a un gruppo di persone, e ho dovuto spostarmi sugli 80 e poi sui 90 anni per arrivare a un minimo livello di accettazione… E in quali condizioni potremmo abbandonare l’idea di essere vittime di ingiustizia? La malattia è considerata sempre ingiusta, perché ci priva di quella condizione di benessere e salute che consideriamo diritto naturale e inviolabile. La morte violenta e improvvisa è percepita ancora di più come un’ingiustizia crudele, qualcosa che non dovrebbe mai succedere. Alla fine, quindi, con le persone con cui discutevo di questo argomento, obtorto collo ci siamo avvicinati all’accettazione della morte come qualcosa che fa parte della vita senza parlare di giusto o ingiusto solo quando abbiamo ipotizzato una morte per vecchiaia, con un lento, dolce e indolore declino, dopo i 100 anni… Ovvero, una situazione molto poco realistica, che accade rarissimamente, e quindi forse non può essere considerata né giusta né normale.
Senza voler semplificare un tema che semplice non è, e senza voler sminuire il dolore che proviamo di fronte a malattia e morte, credo che sarebbe importante imparare a discernere tra ciò che comprensibilmente non ci piace e non vorremmo mai incontrare – la sofferenza in ogni sua forma – e ciò che non è giusto, perché «giusto» e «giustizia» hanno un significato semantico da cui non possiamo prescindere. Nella Treccani si legge:
giusto: che è conforme a giustizia, ossia, propriamente, a un diritto naturale o positivo
giustizia: virtù eminentemente sociale che consiste nella volontà di riconoscere e rispettare i diritti altrui attribuendo a ciascuno ciò che gli è dovuto secondo la ragione e la legge.
Secondo la Chiesa, è una delle virtù cardinali, per la quale si riconosce e si opera il bene, posseduta in sommo e perfetto grado da Dio di cui costituisce uno degli attributi. In senso assoluto e più oggettivo, il riconoscimento e il rispetto dei diritti altrui, sia come consapevolezza sia come prassi dell’uomo singolo e delle istituzioni.
La giustizia è strettamente legata ai diritti altrui, perciò al rispetto, alla convivenza basata sull’interdipendenza, e da un punto di vista cristiano all’operare il bene. Certo, questo non mi risolve il problema della sofferenza legata al distacco, al decadimento fisico, alla perdita della salute, dell’autonomia e tante altre cose, ma forse una riflessione paziente e continua sull’essenza e sulla natura della nostra vita potrebbe aiutarci a non focalizzarci solo e soltanto su ciò che è inevitabile, ma ad allargare le braccia per accogliere la vita così com’è, cercando di scorgere un senso anche nei momenti che ci appaiono più bui. In quanto esseri umani siamo dotati di grandi risorse interiori e mi piace pensare che via via saremo sempre più capaci di utilizzarle non per combattere l’inevitabile, ma per scegliere in quale direzione andare, senza pretendere di nuotare contro corrente.
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