Da anni è idea condivisa che un’educazione alla fragilità e alla mortalità possa essere un ottimo strumento per permettere ai bambini di diventare adulti responsabili e capaci di comprendere il limite come caratteristica della vita umana, e agli adulti di diventare persone in grado di affrontare tutti i momenti critici della vita – malattie, perdite, lutti e anche la propria morte – con maggiore equilibrio e con meno ansia e paura. Accogliere la morte come parte ineludibile della vita, e necessaria perché la vita di altri continui, è compito appunto della Death Education, che si connota innanzi tutto come un’importante percorso di prevenzione, che aiutandoci a riportare la mortalità all’interno dell’orizzonte della vita aiuta anche a infondere maggiore significato alla vita stessa.
La Death Education, nata in contesto anglosassone negli anni sessanta, si basa proprio su questo presupposto, in un momento storico in cui il tabù della morte stava prendendo piede sempre più, favorito anche dagli strabilianti progressi della medicina, che con la rianimazione cardiopolmonare e i trapianti d’organo sembrava volersi avviare a una vittoriosa sconfitta della morte: non solo la vita si stava allungarsi sempre più, ma il momento del decesso veniva relegato negli ospedali, e la morte iniziava a essere concepita come malattia da combattere, nemica della vita, più che come parte della vita stessa.
Gli insegnamenti buddhisti sulla morte e il morire rappresentano, da più di duemila anni, una sorta di Death Education continuativa e permanente, che non ha perso nel tempo il suo valore e la sua efficacia. Il loro scopo è avvicinarsi alla comprensione della vera natura dei fenomeni, essere umano compreso e, realizzando il valore di questa vita, utilizzarla al meglio per coltivare le qualità interiori, a beneficio proprio e altrui.
La Death Education, infatti,si configura come un percorso di consapevolezza di che cosa significhi morire, quella consapevolezza che è il fulcro del sentiero buddhista in tutte le sue declinazioni, compresa appunto la comprensione profonda della propria mortalità e vulnerabilità quali caratteristiche essenziali dell’essere umano, così come è sempre stato altresì per tutte le principali filosofie e sapienze antiche. Quella consapevolezza della propria finitudine che è considerato l’elemento principale che differenzia l’essere umano dalle altre creature.
Nella tradizione buddhista l’impermanenza e la morte rimangono tuttora ben ancorati all’interno dell’orizzonte dell’esistenza, il continuo cambiamento da uno stato a un altro – fisico e mentale – è considerato l’essenza stessa della vita, e la meditazione sulla morte è praticata durante tutta la vita per aiutare a familiarizzarsi con ciò che è inevitabile, fornendo gli strumenti non solo per affrontare dolore, malattia e morte con meno paura, ma anche per utilizzare il processo di morte come occasione di crescita spirituale lungo il cammino verso l’illuminazione. Nella cultura buddhista la realtà della morte, poggiando sul piedistallo degli insegnamenti sull’impermanenza, non sembra essere stata rimossa, né in Oriente né in Occidente.
Diversi sono i punti in comune tra visione della morte buddhista e la Death Education: la necessità di una profonda riflessione sulla morte per dare significato alla vita; la coltivazione di una rappresentazione matura della morte e del morire veicolata attraverso un linguaggio privo di eufemismi e di meccanismi di fuga; la volontà e la riconosciuta necessità di aumentare il benessere psico-fisico attraverso una maggiore familiarità con la nostra condizione mortale che diminuisca l’ansia di morte; la necessità di aumentare preparazione e conoscenza, unite a una dimensione spirituale, come antidoto alla paura della morte e dell’ignoto; l’importanza della dimensione spirituale sia di fronte alla malattia e alla morte sia per la crescita personale dell’individuo.
In questo senso l’insegnamento buddhista si connota, secondo la terminologia della Death Education, come prevenzione primaria (meditazioni sull’impermanenza e sulla morte/memento mori), secondaria (meditazioni e pratiche di accompagnamento durante il processo di morte/ars moriendi) e terziaria (meditazione sull’impermanenza e sull’attaccamento/trasformazione sana del cordoglio in lutto).
Ma perché la meditazione sulla morte nel Buddhismo è considerata così importante?
Buddha disse che come di tutte le impronte quella dell’elefante è la suprema, così di tutte le meditazioni di presenza mentale quella sulla morte è la suprema. Meditare sulla morte è considerato un metodo molto efficace per abituarsi ai continui cambiamenti della vita, per liberarsi dall’attaccamento – uno dei tre «veleni mentali» principali – per realizzare il valore di questa vita e avere quindi uno stimolo immediato a intraprendere con energia il cammino spirituale. Perciò negli insegnamenti tradizionali si medita sui vantaggi dell’essere consapevoli della morte e sugli svantaggi del non esserlo. L’inevitabilità della morte se da una parte, quando non metabolizzata, costringe a lottare inutilmente sprecando la propria vita in un’attività che non porta alcun frutto, dall’altra può diventare una preziosa occasione per realizzare la vera natura dell’impermanenza.
La meditazione sulla morte rappresenta, in concreto, ciò che possiamo fare, cioè cambiare la nostra mente, mentre non è in nostro potere cambiare gli eventi ed evitare l’inevitabile. Inutile sarebbe combattere contro l’inevitabile (morte e sofferenza), più saggio è concentrarsi su ciò che possiamo fare: «Perché essere infelici per qualcosa, se le si può porre rimedio? E perché essere infelici per qualcosa, se non le si può porre rimedio?», dice Shantideva, saggio e mistico indiano del VII-VIII secolo d.C..
La familiarizzazione con una rappresentazione di morte realistica diventa così l’elemento principale per coltivare una dimensione spirituale che sarà la più forte àncora di salvezza nel dolore, nella malattia e durante il processo di morte, che grazie a questo allenamento potranno essere vissuti senza terrore né stravolgimento emotivo, e come occasione di pratica e crescita spirituale. Una vera e propria prevenzione primaria di Death Education, che è ormai verificato essere in grado di portare effetti benefici a livello del benessere psico-fisico e della capacità di affrontare con efficacia le difficoltà della vita.
L’allenamento della meditazione, infatti, ha anche lo scopo di fornire gli strumenti per acquisire una reale conoscenza e una solida padronanza della propria mente, strumenti che durante il processo di morte potranno essere utilizzati per non cadere in balia di emozioni incontrollate e di paure perturbanti. La conoscenza, quindi, assume il ruolo di antidoto alla paura. Anche le esperienze passate di nascite e morti, che in una visione di esistenze senza inizio sono infinite, funzionano come rassicurazione: siamo già passati un numero infinito di volte non solo attraverso la sofferenza della morte ma anche della nascita, perciò anche se non ne abbiamo memoria, andiamo incontro a un’esperienza già vissuta.
L’educazione alla mortalità insita nella tradizione buddhista racchiude in sé tutti e tre i livelli dei percorsi di Death Education, cioè di prevenzione primaria, secondaria e terziaria: meditazioni che allenano alla familiarizzazione con l’impermanenza e la morte per diminuirne la paura e aumentarne la preparazione personale; pratiche ad hoc per l’accompagnamento nel fine vita da parte dei dolenti e anche per i morenti, durante tutto il processo di morte; e infine meditazioni e pratiche per i dolenti durante la fase del lutto, sempre a beneficio sia dei dolenti sia dei defunti.
Che la coltivazione di una dimensione spirituale determini generalmente una minore paura della morte e possa produrre livelli d’ansia e strategie di coping differenti nell’affrontare la malattia e la morte è già stato ampiamente evidenziato, così come è già stata messa in luce la necessità di un dialogo tra Death Education e spiritualità.
Per questo motivo è lecito ritenere che l’educazione buddhista alla morte e all’impermanenza – altro elemento fondamentale per riportare la morte e il morire all’interno della vita quotidiana – potrebbe essere utilizzata per coltivare una più matura cultura della morte e del morire anche all’interno di percorsi strutturati di Death Education, integrando così il patrimonio di culture e tradizioni spirituali differenti in un percorso teso alla costruzione di una sorta di etica laica a beneficio dell’umanità. Il Buddhismo può senza dubbio contribuire in modo efficace a una Death Education integrata, interreligiosa e sovrareligiosa, che sia in grado di parlare della consapevolezza della propria finitudine.
L’educazione buddhista alla mortalità, inoltre, è molto vicina alla dimensione delle cure palliative e della cura integrale dell’essere umano, che comprende la dimensione spirituale, e anche per questo motivo potrebbe essere particolarmente utile ed efficace per diffondere una rappresentazione più matura della morte e del morire e una maggiore accettazione della realtà della vita umana a beneficio di tutti.
Per questo motivo, a mio avviso, la saggezza della filosofia buddhista può contribuire a mettere a fuoco e coltivare il compito evolutivo anche alla fine della vita, a beneficio di un’umanità più consapevole della vera natura dell’essere umano e della realtà, e dei limiti e dei valori che determinano l’esistenza stessa.
«Imparare a vivere per imparare a morire» diventa così un memento mori interreligioso, che unisce cultura cristiana e tradizione buddhista in un atteggiamento di autoresponsabilità spirituale personale e collettiva, perché il futuro dipende sempre dal presente, e la preparazione alla vita e alla morte non può più aspettare.
Sarebbe interessante svolgere una ricerca scientifica per indagare come la rappresentazione di morte basata sulla spiritualità di tradizione buddhista influisca sulla paura della morte e sul modo di vivere fragilità, dolore e sofferenza alla fine della vita. Credo che sarebbe utile indagare in questa direzione, per capire quali elementi dell’educazione buddhista all’impermanenza e alla morte siano più adatti per essere utilizzati nella creazione di percorsi di Death Education integrati a una nuova spiritualità laica e sovra-religiosa. Nella convinzione che oggi più che mai sia necessario imparare a prendersi cura dell’altro con rinnovata saggezza, cuore aperto e lungimiranza. E con la comprensione che siamo tutti profondamente interconnessi.




