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La parola come relazione e cura
Nel mio quotidiano lavoro di psicoterapeuta, che sia in studio con ragazzi che si affacciano alla vita oppure in hospice con persone che dalla vita stanno per congedarsi, resto ogni volta affascinata nell’osservare come la vera trasformazione e la cura autentica passino attraverso la relazione costruita attorno alla parola.
Per provare a comprendere la natura di questo processo vorrei partire da qualche considerazione sull’etimologia del termine. In italiano “parola” non deriva propriamente dal latino verbum né dal greco logos, ma ha piuttosto a che fare con il tardo latino parabola, che a sua volta ricalca il greco antico παραβάλλω (mettere accanto). A ben guardare, però, non si tratta soltanto di un richiamo alla figura retorica ma di una vera e propria dinamica relazionale: curare con la parola significa costruire un ponte accanto al travaglio dell’altro, affinché questi nel suo percorso non si senta sopraffatto o smarrito. La parola che cura, quindi, non si impone ma si mette di lato, come un compagno di viaggio che offre una nuova prospettiva e, all’occorrenza, si fa sostegno per facilitare il percorso nelle salite più impervie, offrendo una corda a cui aggrapparsi senza però sostituirsi nel passo.
Curare con la parola significa costruire un ponte accanto al travaglio dell’altro, affinché questi nel suo percorso non si senta sopraffatto o smarrito.
In un’epoca di clamore costante, dove il linguaggio è spesso urlato e usato con prepotenza, riscoprire questa “parola-parabola” significa tornare alla dimensione sacra del dire. E allora non posso fare a meno di rendere omaggio in questa riflessione a quelli che nel mio percorso di formazione, ma soprattutto esistenziale, sono stati per me autentici maestri.
Accoglienza incondizionata
Il primo passo verso una parola che cura è l’accoglienza incondizionata teorizzata da Carl Rogers. Per il padre dell’Approccio Centrato sulla Persona la parola non è mai un atto isolato ma l’esito di una relazione in cui si può sperimentare – in alcuni casi per la primissima volta nella vita – una condizione di sicurezza e di assenza di giudizio. Rogers ci insegna che curare significa creare uno spazio di trasparenza e congruenza.
La parola che cura è quella che nasce dall’autenticità e dalla riconnessione con il proprio sé: quando
un individuo si sente profondamente ascoltato e accolto per quello che è, smette di usare un linguaggio rigido e inizia a narrare la propria verità senza il timore della disapprovazione. La cura è dunque un processo di disvelamento nel quale le parole diventano i mattoni con cui la persona ricostruisce con coraggio la propria identità, trasformando il detto in un atto liberatorio e di rinascita.
La cura è dunque un processo di disvelamento
nel quale le parole diventano i mattoni
con cui la persona ricostruisce con
coraggio la propria identità
Tuttavia, la parola non è solo una trama interiore ma è anche l’ordito che viene tessuto nel “qui e ora” della relazione con l’altro, come spiega magistralmente Irvin Yalom nel libro Il dono della terapia. Secondo la visione di psicoterapia esistenziale da lui proposta, riuscire a nominare l’innominabile — la morte, la responsabilità, la solitudine, l’assenza di senso – consente di percepire la condivisione di un destino in cui la relazione diventa il luogo dove due persone si riconoscono nella comune appartenenza al genere umano. Provare ad aprire uno spiraglio della propria anima e accorgersi che anche l’altro ha il medesimo sentire, anche quando emerge da una biografia magari molto diversa, consente di toccare con mano il senso di universalità, che lo stesso Yalom cita tra i fattori terapeutici più efficaci.
Il potere ambivalente della parola
La parola può dunque essere bisturi che guarisce o che uccide, come già aveva intuito il filosofo Gorgia da Lentini, che definiva il logos come un “gran sovrano” capace di imprese divine. Per il sofista la parola agisce sull’anima come il farmaco sul corpo: può essere, sì, medicina ma anche veleno. La parola che cura e quella che sfrutta condividono la medesima struttura ma a distinguerle è l’intenzione: mentre la parola manipolatoria usa l’inganno per prevaricare, la parola che cura mira a restituire all’altro la propria sovranità.
Ogni parola è un seme che può far germogliare
la comprensione o alimentare l’odio.
La parola amorevole
Ma come può l’atto del dire mantenere questa purezza? Il Maestro Thich Nhat Hanh ci indica la via della Parola Amorevole, ricordandoci che ogni parola è un seme che può far germogliare la comprensione o alimentare l’odio. Secondo il monaco vietnamita la cura della parola è una pratica di consapevolezza radicale: prima di parlare dovremmo chiederci se ciò che stiamo per dire è vero, necessario e dettato dalla compassione o, al contrario, possibile nocumento per l’altro. La parola che cura nasce dal silenzio, da un ascolto profondo che intercetta la sofferenza sotto la superficie del discorso. È una forma di nutrimento spirituale che invita a scegliere parole che non intossichino, ma che offrano ristoro e dimora.
La parola nelle cure palliative: accompagnare nella soglia
Questa visione non solo della relazione d’aiuto ma, oserei dire, della Relazione tra esseri umani (da scrivere volutamente con l’iniziale maiuscola) trova massima espressione nelle cure palliative, dove la parola si fa accompagnamento.
In questo luogo di confine, la parola “giusta” è quella che sa stare sulla soglia del dolore senza fuggire, permettendo alle persone di narrarsi e di riappropriarsi di un’identità che spesso la malattia ha violato e stravolto. È una parola di una trasparenza assoluta che valida l’esistenza proprio mentre essa declina, trasformando il morire in un atto relazionale denso di dignità.
Silenzio e tocco: il linguaggio oltre le parole
La cura attraverso la parola non può considerarsi completa se non viene collocata nei suoi confini naturali del tocco e del silenzio. Se la parola è il segno, il silenzio è la pagina bianca che lo rende leggibile. Esiste un silenzio che non è assenza bensì presenza e pienezza.
Nelle stanze della sofferenza, il silenzio si fa spazio sacro, un grembo in cui l’altro è accolto senza riserve. In questo vuoto fecondo, la cura scivola dalla parola al contatto fisico. Una mano che si appoggia su una spalla, le dita che sfiorano un braccio sono i fonemi di una lingua antica che parla direttamente al cuore. Il tocco è la parola fatta carne, che può fare da contenitore e offrire sicurezza.
Un’etica della parola nella relazione umana
Emerge così un’etica del linguaggio che permette di curare abitando il dire con responsabilità e rispetto e diventando custodi dell’espressione: solo così la parola cesserà di essere rumore per farsi accoglienza, trasformando ogni dialogo in una dimora in cui, finalmente, sentirsi a casa e prendersi cura gli uni degli altri, da persona a persona, tra esseri umani.
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