Cura

Avere a cuore

Tempo di lettura: 4 minuti

Voci di cura: per una cultura in cui la fragilità e la mortalità sono risorse per crescere spiritualmente e convivere in armonia.

Per saperne di più su programmi, progetti, corsi, eventi di Cura UBI vai su ubicura.it

La pratica della cura

La parola cura si lega per me alla pratica e alla bellezza dell’avere a cuore.

Avere a cuore qualcuno significa riconoscerlo come prezioso e delicato allo stesso tempo, frangibile e quindi bisognoso di attenzione così che non si rompa e, se già si fosse spezzato, significa ancor più tenerlo vicino al cuore affinché possa trovare conforto e sollievo per riprendere poi al meglio la sua esistenza, per quanto ferita.

Non sempre la cura può riparare coloro che si sono feriti, forse quasi mai può riportare chi soffre alla condizione precedente la ferita subita. Ma sempre la cura può essere una pratica che crea la condizione adatta e migliore affinché chi soffre trovi culla, conforto, vicinanza, abbia una sosta protetta ma non soffocante in cui rigenerarsi e trovare la via per una nuova nascita, in cui apprendere come fare i conti con la propria vulnerabilità, che per la prima volta o di nuovo si è svelata come condizione inevitabile dell’umano.  

Una pratica, insisto su questa parola: perché la cura è un’arte che trasforma profondamente chi la offre e chi la riceve. Credo che non ci sia cura possibile senza compromissione reciproca: per quanto ci sia un’asimmetria inevitabile e necessaria tra chi in quel momento è nel bisogno e chi ha la possibilità di rispondere a quella necessità, bisogna essere consapevoli del fatto che è solo la situazione contingente che ci pone in quelle posizioni. Infatti, un giorno, chi cura sarà stato o sarà curato e chi è oggi nel bisogno, un giorno avrà aiutato o potrà aiutare altri.

Per questo si fa la differenza tra curare
e prendersi cura perché la seconda
opzione pone l’accento sull’ampiezza
del gesto e sulla visione dell’altro nella
sua interezza, fisica, emotiva, sociale.

Senza questa consapevolezza di universalità e trasversalità del bisogno di cura, questa preziosa e fondamentale pratica rischia di diventare mero gesto meccanico, poco attento e delicato, mai sufficiente perché  non è disponibile a vedere l’umano nella sua complessa stratificazione e nella domanda di senso che nel soffrire porta con sé: per questo si fa la differenza tra curare e prendersi cura perché la seconda opzione pone l’accento sull’ampiezza del gesto e sulla visione dell’altro nella sua interezza, fisica, emotiva, sociale (come disse C. Saunders, fondatrice del movimento delle cure palliative).

Il guaritore ferito

Credo che l’archetipo del guaritore ferito sia la miglior immagine che accompagna da anni il continuo processo di cura, di me stessa e degli altri, che porto avanti in vari contesti: Chirone è esperto di arte medica grazie al fatto che si trova a dover curare la propria ferita e il proprio dolore, ed è proprio questa condizione del prendersi cura della propria fragilità e sofferenza che gli permette di essere in un ascolto ben sintonizzato col dolore dell’altro e di farsene carico con empatia, attenzione, delicatezza.

Il guaritore ferito ha a cuore l’umano, nella sua variegata forma e manifestazione, nella sua complessa fattura e ambivalente espressione di emozioni, nonché nel suo essere inevitabilmente portatore di domande sul senso del vivere e del morire che da quella fragilità e sofferenza sgorgano.

Queste domande a volte sono urlate, a volte taciute, altre, specie di fronte al timore o alla realtà della morte e del morire, emergono tra fiumi di lacrime. È lì che il curante può farsi strumento malleabile e il più possibile aperto, può prestarsi ad essere cassa di risonanza e luogo di custodia del dolore e della domanda sul significato della vita sofferente, può essere testimone di fiducia nella capacità dell’essere umano di rinascere anche dai dolori più atroci e di trasformarsi in essi, può restare umile artigiano di processi e contesti che permettono a ciascuno di trovare un po’ di salvezza, anche là dove il dolore sembrava inchiodare e togliere il respiro o la parola. Può accettare di essere il custode di soglie tra vita e morte, tra sofferenza e serenità, tra luce ed ombra e mentre prova a custodire, tremebondo anch’egli, tesse con incespicante pazienza e fiducia l’armonia possibile tra gli opposti che, laddove possono convivere in maniera vitale e creativa, permettono la cura migliore.

Chirone non ci suggerisce che possiamo prenderci cura di altri solo se abbiamo conosciuto la sofferenza a nostra volta, ma che dobbiamo accettare il fatto che potenzialmente siamo tutti esposti al dolore e alla vulnerabilità e far sì che questa visione sia il terreno in cui la capacità di cura germoglia e cresce.

Therapeia

Therapeia in greco significava servizio ed era la cura proposta e praticata dal filosofo nell’antichità, quando la filosofia era anche esercizio spirituale quotidiano.  

Therapeia ancora oggi vuol dire mettersi in attento e disponibile ascolto dell’altro, ma per farlo bisogna necessariamente praticare, come nell’antichità, la cura di sé: un ascolto lucido e una conoscenza sincera delle proprie passioni, inclinazioni, debolezze e virtù per poter così praticare al meglio l’arte del ben vivere e del ben morire. Una pratica quotidiana che permette di darci forma, la forma migliore che possiamo prendere, andando sempre più verso ciò per cui vale la pena vivere.

Allora la cura diviene necessariamente anche cura del senso: a ciascuno serve trovare una direzione, un significato verso cui dirigere l’esistenza, coglierne i valori e dirigerne i gesti.

C.G Jung scrisse che circa un terzo dei suoi pazienti non aveva una patologia ma soffriva per la mancanza di senso e scopo nella vita.  È evidente che ancora oggi dobbiamo ritrovare vie di senso, abbiamo necessità di riapertura di orizzonti, del sorgere di nuovi sogni, possiamo dare spazio a desideri e immaginazioni in cui gli esseri non siano ridotti al fare e al consumare – o all’essere consumati e divorati – ma tornino ad avere valore e significato proprio nell’essere, nell’esistere, semplicemente.

Dedicarsi quindi alla tessitura attenta di tempi e spazi in cui trovare e coltivare ciò che conta, ciò che genera vita desiderabile, relazioni significative e di cura reciproca, generare circoli virtuosi, è un altro aspetto centrale del prendersi cura.

Se mi prendo cura di me, dell’altro, della natura, se accetto la mia interdipendenza da tutto e tutti e non lascio che semplicemente le cose accadano, se non abbandono nulla all’incuria, se non agisco senza consapevolezza alcuna dei miei gesti o pensieri o parole, allora agirò liberamente, mi darò un’etica e sceglierò con responsabilità cosa fare o non fare, cosa dire o non dire, dove agire e come.  Anche questo sarà un atto costante di cura che ognuno potrà compiere per non scordare e per testimoniare nella quotidianità che senza cura non si può sopravvivere.

Cura

  • Filosofa, analista biografica a orientamento filosofico (Abof) e consulente pedagogica. Collabora con la Scuola superiore di pratiche filosofiche di Milano “Philo” ed è consulente etica nelle cure palliative e nell’ambito della malattia e del lutto. Nel corso della sua carriera ha studiato e approfondito il tema della felicità attraverso la pratica filosofica e la psicologia analitica.

Da Maestro a Maestro

Gli incendi di Maicol&Mirco

Dharma in azione

Casa editrice

Ultima
Uscita

Casa discografica​

La casa discografica dell'Unione Buddhista Italiana

Ultima
Uscita

Iscriviti alla newsletter di GATE

Resta aggiornato con tutte le ultime novità

In caso di consenso conferito spuntando le caselle sopra riportate, i suoi dati saranno trattati da Unione Buddhista Italiana - UBI, con sede in Circonvallazione Clodia 163/167– 00195 Roma, nel rispetto della normativa sulla protezione dei dati personali al fine di inviarle all’indirizzo e-mail da lei fornito la nostra newsletter e invitarla a partecipare a eventuali sondaggi. I dati che saranno trattati sono quelli da lei inseriti nel modulo sopra. Potrà in ogni momento revocare il consenso disiscrivendosi tramite il link riportato in calce alla newsletter. Maggiori informazioni in tema di finalità del trattamento, base giuridica, destinatari, termini di conservazione e diritti dell’interessato potranno essere consultati nell’informativa privacy (https://gategate.it/privacy/).

Casa editrice

Casa discografica