Voci di cura: per una cultura in cui la fragilità e la mortalità sono risorse per crescere spiritualmente e convivere in armonia.
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La dimensione dello spirito
Queste note nascono dalla necessità di fare il punto su quanto la dimensione dello spirito abbia permeato la mia vita personale e professionale come psicologa, su come continui a essere il cammino che fa da sfondo alla mia quotidianità e alla consapevolezza che la mia morte è sempre più vicina.
La questione mi riguarda, ci riguarda, personalmente: non si tratta di interrogarsi solo sull’accompagnamento dell’altro quando necessita del nostro aiuto in particolare alla fine della sua vita; si tratta di entrare in contatto con la nostra interiorità, con la domanda sul senso del nostro esistere, sui suoi significati e su cosa ci spinge a prenderci cura di noi e dell’altro nel corso dell’unica esperienza che tutti siamo chiamati a vivere, la nostra morte. In questa prospettiva sono un essere umano in costante ricerca e penso che la dimensione spirituale non sia monopolio di nessuno, ma piuttosto l’essenza stessa di ciascuno di noi e dunque metto in comune qualche riflessione maturata nel corso della mia vita personale e professionale. In particolare vorrei condividere in che modo la dimensione spirituale influisce sulla mia relazione con le persone che sono alla fine della vita e con i loro familiari e quali sono i benefici che ne traggo sul piano personale e professionale.
La definizione di spiritualità che ritengo più vicina al mio sentire (e bisogna considerare che ce ne sono tantissime!) è testimoniata dalle parole di Padre Enzo Bianchi:
«La vita interiore o spirituale è una dimensione dell’esperienza umana in quanto tale, nella quale si decide e si cerca il senso della vita… c’è vita interiore quando non ci si lascia vivere, quando non si permette ad altri di decidere e pensare per noi, quando non ci si accontenta di certezze già confezionate, ma si è capaci di aprirsi alle domande poste dalla vita, alla domanda di senso e si è disposti, anche a fatica, di dare una risposta personale».
Vita spirituale e vita psicologica
In questa prospettiva, vita spirituale e vita psicologica si intersecano necessariamente e proprio per questo, come professionista, sono debitrice al vasto mondo della psicologia umanistica e transpersonale che include il concetto di auto-trascendenza, cioè la possibilità di andare oltre la nostra limitata singola personalità per sperimentare la realizzazione di un sé più intimo e profondo connesso a tutti gli altri esseri che abitano l’universo. Molti anni fa per me questa è stata una vera esperienza di liberazione: c’è un che di spazioso nel cogliere che ci si può affrancare dal proprio ego, che non sentirsi il centro di tutto consente una visione più ampia, che coltivare la consapevolezza aiuta a vedere il bisogno di autenticità e aumenta la tensione verso l’onestà intellettuale. E questa possibilità deriva da millenni di sapienza umana che oggi, in questo mondo sempre più connesso e tuttavia frammentato, consente contaminazioni feconde tra Oriente e Occidente, tra Nord e Sud, tra cielo e terra e rende possibile, come dice Chandra Candiani «esercitarsi a non sapere e a meravigliarsi» come pratica preliminare di qualunque altra.
Da questa concezione e dal cammino spirituale che mi accompagna da tanti anni, nascono alcune consapevolezze che io credo siano ampiamente spendibili quando abbiamo il privilegio di stare con qualcuno che muore, perché la ricchezza di ciò che accade è proprio la possibilità di sperimentarci in una relazione spirituale da entrambe le parti e questo modifica strutturalmente anche il nostro modo di vivere le professioni della cura.
Riappropriarsi completamente della propria umanità uscendo dalla «sindrome dell’assistente» per fidarsi invece del potere di lasciare che le cose siano e della saggezza insita in noi che ci indicherà, di volta in volta, l’azione consapevole da mettere in campo
Si tratta in primo luogo di renderci conto che siamo di fronte a un’esperienza di cui capiremo qualcosa solo quando ci succederà e dunque tutto ciò che possiamo condividere tra noi viventi sono solo le nostre percezioni, le risonanze interiori che viviamo, le nostre ansie, le nostre paure, le nostre convinzioni, le nostre opinioni. La nostra narrazione non può essere frutto di un’esperienza diretta della morte e dunque dobbiamo essere consapevoli che la verità più profonda è proprio il nostro non sapere. Un «immenso non sapere», come lo definisce Chandra Candiani. Questo riguarda il mistero del vivere e del morire, ma riguarda anche la nostra conoscenza delle persone di cui ci prendiamo cura e delle loro famiglie. Coltivare la nostra vita spirituale ci consente di essere sempre vigili rispetto alla nostra mancanza di conoscenza ed è da qui che può maturare un atteggiamento di reale rispetto per le persone di cui ci prendiamo cura. Non sappiamo chi sono, le incontriamo in un tempo breve e in un contesto emotivamente forte e il più delle volte doloroso. Poterle avvicinare anche all’interno di una cornice spirituale può rendere questa esperienza molto più che una relazione di aiuto.
La valenza spirituale della relazione di cura consiste infatti nel considerarci «a servizio» dell’altro. Naomi Remen, medico, esprime molto chiaramente questo modo di intendere la cura quando dice:
«L’aiutare, l’aggiustare e il servire sono tre differenti modi di vedere la vita. Quando aiutate, vedete la vita come qualcosa di debole. Quando aggiustate, vedete la vita come qualcosa di rotto. Quando servite, vedete la vita come un tutto unico. Aiutare e aggiustare possono essere opera dell’ego, ma il servizio è opera dell’anima».
Ecco che ciò che caratterizza la relazione in chiave spirituale è la consapevolezza che le nostre competenze tecniche e relazionali, i nostri ruoli professionali e non, sono importanti e necessari però possono non essere sufficienti. Il valore aggiunto della chiave spirituale sta, come sostiene Frank Ostaseski, nell’avere «il coraggio di essere autenticamente interi. E che cos’è l’autenticità? Dire esattamente ciò che è nel momento in cui è: presentando e facendo ciò che diciamo di voler fare, ricordandoci dei nostri impegni e onorando i nostri accordi. L’autenticità impegna la volontà e punta a ciò che ha cuore e significato. Con essa ci assumiamo una responsabilità personale sia nei nostri compiti sia nelle relazioni che costruiamo per svolgere quei compiti. Se agiamo con autenticità, costruiamo fiducia».
In questa prospettiva la crescita spirituale è il riappropriarsi completamente della propria umanità uscendo dalla «sindrome dell’assistente» per fidarsi invece del potere di lasciare che le cose siano e della saggezza insita in noi che ci indicherà, di volta in volta, l’azione consapevole da mettere in campo. E questo approccio, qualunque sia il ruolo che ricopriamo, è particolarmente fecondo.
Mi sento di dire che il primo frutto del prendersi cura della propria vita spirituale, includendola nella relazione con l’altro, sta proprio nel potersi avvicinare a chi muore e alla sua famiglia senza il carico di ansia e di aspettative che le cose vadano in una certa direzione. Ciò che fa la differenza, dal mio punto di vista, è che adesso va bene tutto quello che c’è: posso accogliere la situazione così com’è e questo facilita un ascolto più profondo, un interesse più sincero, una vicinanza più autentica, un’accettazione profonda di ciò che l’altro vuole per sé anche quando non è in accordo con le mie convinzioni. Dunque posso stare con quello che c’è.
A cuore aperto
Posso non avere paura del coinvolgimento emotivo, posso portarmi a casa tutto, non mi interessa più separare la mia vita da quella dell’altro. La lente dello spirito mi consente di aprirmi all’esperienza e di fidarmi che capirò come fare, di fidarmi che chi muore saprà come morire, di fidarmi che le persone che amano il proprio caro sapranno attraversare tutto e che, se lo vogliono e solo se lo vogliono, io potrò condividere questo pezzo con loro mettendomi a disposizione. Dunque posso stare a cuore aperto.
Posso perfino fare un passo indietro e apprezzare che non ci sia alcun bisogno di me, oppure semplicemente comprendere che posso non essere io la persona giusta in quella situazione ed essere grata che ci siano altri migliori di me. Il lavoro spirituale fa sì che le mie competenze professionali siano ripulite da molte sovrastrutture e questo crea spazio dentro di me e se c’è spazio, il dolore dell’altro, e anche il mio, possono trovare accoglienza.
Una costante possibilità di reciproco apprendimento
su ciò che generalmente non ci viene insegnato:
perdere, restare soli, cominciare daccapo,
attraversare il dolore.
Il secondo frutto del lavoro spirituale, qualunque sia il cammino che scegliamo di percorrere, è la possibilità di vedere le cose come sono e distinguerle dalla narrazione che amiamo costruire. Ho iniziato a lavorare in cure palliative con l’idea di voler essere utile, di far sì che nessuno dovesse morire con un dolore inutile, che esiste la buona morte, che alla fine della vita bisogna poter fare pace, che non si deve morire da soli, che il lavoro d’équipe è indiscutibile.
Sono partita con la mia mappa per scoprire piano piano che la mappa non è il territorio e che se mentre cammini continui a guardare la mappa, non ti accorgi del sentiero che hai sotto i piedi, del paesaggio che incontri, del clima che cambia, di chi sono davvero i tuoi compagni di viaggio e soprattutto, senza rendertene conto, pensi che la strada non dovrebbe essere quella perché non corrisponde alla mappa che hai in mano. Il cammino spirituale ti invita a essere davvero presente a quello che c’è in questo momento, a fermarti per sentire in profondità piuttosto che a emozionarti superficialmente o agire frettolosamente. Testimoniare il morire significa accettare che a volte, il più delle volte, la morte è faticosa e dolorosa e non c’è niente di più banale e irrispettoso che negare questa realtà edulcorandola o romanzandola. Altre volte il morire può essere più semplice e non c’è niente di più irrispettoso che pensare che non è possibile accettare serenamente la propria morte. Sento di poter dire che coltivare una pratica spirituale oggi mi consente di non fidarmi delle mie interpretazioni, ma piuttosto di entrare davvero in contatto con i significati dell’altro, di non difendermi attraverso l’uso di strumenti e tecniche, ma piuttosto di cogliere l’opportunità di esplorare l’unicità di quanto sta avvenendo. Dunque posso stare a mente sveglia.
Il terzo frutto del lavoro spirituale, almeno per quanto mi riguarda, ha a che fare con la dimensione del coraggio. Coraggio deriva dal latino cor, cuore. Ghandi sosteneva che il coraggio è il primo requisito della spiritualità, al punto da affermare che «i vili non possono mai essere morali».
Il coraggio, secondo l’enciclopedia Treccani, è il «prestare l’ampiezza del petto all’incerto, al pericolo, al dolore». È quello che spesso ho incontrato nell’incontro con i familiari, in particolare con quelli che definiamo care giver che vivono in prima persona l’esperienza della malattia e della morte dei loro cari. Esseri umani, come me, spesso impauriti, stanchi, vulnerabili, disorientati. Ma spesso anche dediti, impegnati, capaci, resilienti. La relazione tra i familiari e i curanti, noi delle cure palliative compresi, richiederebbe giornate intere di narrazione e confronto. Che cosa possiamo imparare da questa relazione, se guardiamo le cose anche attraverso la lente dello spirito?
Un’occasione di risveglio in primo luogo: siamo tutti sulla stessa barca e prima o poi toccherà a noi essere al loro posto.
Un’opportunità di consapevolezza circa le nostre autentiche motivazioni al lavoro di cura e l’accuratezza del nostro modo di operare: manifestiamo per i familiari lo stesso rispetto e la stessa compassione che vorremmo per noi o ci lasciamo trasportare più facilmente dal giudizio? Riusciamo a vedere le loro risorse oltre ai loro limiti?
Una costante possibilità di reciproco apprendimento su ciò che generalmente non ci viene insegnato: perdere, restare soli, cominciare daccapo, attraversare il dolore. Questo è ciò che, quando accompagno le persone nel lutto, ho l’opportunità di condividere. Penso ai genitori che perdono i loro figli, ai coniugi anziani che si apprestano a vivere una profonda solitudine, ai giovani genitori che devono fare da padre e da madre contemporaneamente. E ciò che vedo è che le persone hanno una grande capacità trasformativa: questo è lo sfondo ampio e fiducioso su cui noi umani possiamo contare. Senza negare il male, l’invidia, il senso di ingiustizia, la rabbia…ma piuttosto accettando di incontrare anche tutto questo, di conoscerlo, di attraversarlo e lavorarlo. Ci vuole coraggio per accogliere e trasformare.
Chiudo questo mio piccolo contributo augurandomi che tutti noi che facciamo parte del mondo delle cure palliative possiamo non perdere di vista l’essenza della nostra scelta. Quando si diventa un sistema questo è un possibile rischio.
Mi auguro, come essere umano destinato alla vecchiaia, alla malattia e alla morte, che chi si prenderà cura di me, a partire da un profondo rispetto, abbia capacità di trascendenza, possa vedere oltre se stesso, coltivi la resa come un bene prezioso e si apra alla dimensione della fiducia di base. Siamo fatti per nascere, vivere e morire.
Io non so se esiste un dopo o un aldilà. Il qui e ora mi sembrano già sacri e sufficienti a coltivare una profonda gratitudine e a fare del mio meglio, così come posso.
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