Cultura

Il tesoro di Densatil

Tempo di lettura: 6 minuti

Arte buddhista nei musei italiani è un progetto di Cultura Unione Buddhista Italiana. Una trasmissione video di alta divulgazione, che attraverso una serie di puntate mostra una selezione di opere d’arte a carattere buddhista, presenti in vari musei italiani.

Selezionate all’interno di musei d’arte orientale o con collezioni afferenti a tale area, le opere vengono raccontate dai direttori e conservatori dei rispettivi musei, tramite una spiegazione che ne descrive le peculiarità storico-artistiche, oltre a tracciare la storia del nucleo collettivo di appartenenza.

Alla voce degli esperti museali, è stata aggiunta, di volta in volta, anche quella di diversi studiosi e artisti, così come di maestri di Dharma delle varie tradizioni coinvolte, chiamati a narrare gli oggetti in mostra dal proprio specifico punto di osservazione.

La puntata qui proposta, Il tesoro di Densatil, è dedicata al MAO Museo d’Arte Orientale di Torino.

Il MAO, Museo d’Arte Orientale di Torino

Inaugurato nel 2008 nella sede storica di Palazzo Mazzonis, il MAO Museo d’Arte Orientale ospita una delle più importanti collezioni di arte asiatica in Italia e in Europa. Il Museo, però, non è solo il luogo in cui le collezioni vengono presentate al pubblico: aprendosi a uno sguardo orientalista, il MAO vuole dimostrare come, attraverso lo studio scientifico e un dialogo sempre attivo e in continua evoluzione tra le opere, i visitatori e gli artisti contemporanei che prendono parte alla vita del museo, sia possibile giungere a nuove interpretazioni non eurocentriche del patrimonio che custodisce.

Il MAO si propone anche come spazio sociale e luogo di incontro e come #MAOtempopresente: un ambiente vivo e propositivo, in cui si producono costantemente nuove visioni, si rinnovano i linguaggi e si stimolano pubblico, staff e professionisti esterni, tutti invitati a una collaborazione attiva che rende il museo un luogo realmente partecipativo.

In accordo col suo ruolo di Museo Civico e nel rispetto delle direttive ICOM (International Council of Museums), il MAO si impegna nella conservazione e nello studio delle collezioni, ma anche a collaborare e dialogare con le comunità del territorio con le quali progetta numerose attività di formazione, didattico-laboratoriali, eventi e performance. Per questo motivo, il MAO ribadisce il proprio ruolo di luogo di accoglienza per ospiti, studiosi, artisti e pubblico e si pone come punto di riferimento nel rapporto tra la Città di Torino, l’Italia e l’Asia.

Davide Quadrio

Courtesy MAO, Museo d’arte orientale, foto Gonnella.

I am the guardian king of the South (io sono il re guardiano del Sud)

Una riflessione sull’allestimento della collezione del Monastero di Densatil al MAO, da parte degli artisti Ritu Sarin e Tenzing Sonam

Pochi anni dopo la presa del Tibet da parte della Repubblica Popolare Cinese nel 1959, la catastrofica Rivoluzione Culturale travolse il Paese, interrompendo con violenza la civiltà unica del Tibet. Nel 1974, la maggior parte dei 6.000 monasteri tibetani era ridotta in macerie. Per molti anni si è creduto che anche le loro vaste collezioni di antichi e preziosi manufatti buddhisti – manoscritti, dipinti, statue – fossero andate in gran parte perdute. Poi, con l’apertura della Cina al mondo esterno negli anni Ottanta, alcuni di questi tesori cominciarono a riemergere nelle case d’asta di Hong Kong, in Europa e negli Stati Uniti.

Tra le migliaia di istituti religiosi distrutti in quel periodo, il Monastero di Densatil si distingue come esempio particolarmente emblematico. Fondato nel 1198, era celebre in tutto il Tibet per i suoi straordinari stupa tashi gomang, reliquiari che custodivano i resti degli abati venerati del monastero. Questi stupa a più livelli erano riccamente decorati con immagini buddhiste sotto forma di bassorilievi e sculture, i cui frammenti superstiti sono tra i più raffinati esempi della produzione artistica tibetana. Densatil fu raso al suolo nel pieno della Rivoluzione Culturale, ma non prima che, come oggi sappiamo, alcuni dei suoi tesori fossero messi in salvo.

Oggi, alcuni dei tesori sacri di Densatil che sono sopravvissuti si trovano in collezioni private e museali, incluso il MAO Museo d’Arte Orientale. Il pezzo centrale della collezione del MAO – la statua di uno dei Re Guardiani delle Quattro Direzioni, che un tempo vegliava sui punti cardinali di ciascuno stupa di Densatil – ci ricorda ciò che è stato salvato, ma anche ciò che è andato perduto. La Rivoluzione Culturale ha spezzato bruscamente un continuum di pratiche religiose e trasmissioni spirituali durato secoli.

Attraverso quale tortuoso percorso questi manufatti sono giunti nei loro nuovi santuari? Torneranno mai nella loro casa d’origine? E, data la situazione politica attuale del Tibet, quale sarebbe oggi questa casa? In Tibet, l’originario Densatil è stato ricostruito, ma come molti monasteri restaurati sotto la supervisione cinese, è soggetto a condizioni restrittive imposte dallo Stato. In esilio, in India e Nepal, i rifugiati tibetani guidati dal Dalai Lama hanno ricostituito le loro istituzioni religiose e ridato vigore alla pratica del Buddhismo in condizioni di maggiore libertà.

Queste domande ci hanno accompagnati nel nostro lavoro di artisti e registi, da sempre legato alla realtà dell’esilio tibetano. Dando voce al Re Guardiano e raccontando la storia del suo viaggio dal Tibet all’Occidente, Io sono il Re Guardiano del Sud intende stimolare una riflessione sulla provenienza dei manufatti religiosi tibetani giunti in varie collezioni nel mondo. Allo stesso tempo, speriamo di restituire al Re Guardiano – e a tanti altri come lui, violentemente strappati dal loro contesto spirituale e materiale – la sacralità di una divinità vivente che continua a mantenere un profondo significato religioso per i praticanti buddhisti.

Ritu Sarin e Tenzing Sonam

Quattro ḍākinī danzanti Tibet, XV secolo fusione in lega di rame, doratura, turchesi e pietre semipreziose Altezza: 31,8 cm x Larghezza: 37,8 cm Proprietà Regione Piemonte, N. Inv. Hb/5.D

Davide Quadrio (1970), storico dell’arte e sinologo di formazione, è un curatore e cultural producer con base tra Cina e Italia. Dal 2022 è Direttore del MAO Museo d’Arte Orientale di Torino, che guida con una visione strategica radicale, favorendo collaborazioni istituzionali, scientifiche e culturali internazionali. Nel 1998 ha fondato BizArt Art Center, il primo laboratorio no-profit di Shanghai, considerato un luogo storico dell’avanguardia artistica asiatica, che ha diretto per oltre un decennio. Nel 2007 ha creato Arthub, una piattaforma curatoriale dedicata alla produzione e promozione dell’arte contemporanea con una portata globale. Dal 2005 al 2008 è stato direttore artistico dello spazio creativo Bund18 di Shanghai, mentre dal 2013 al 2016 curatore per l’arte contemporanea del Museo Aurora di Shanghai. Nel 2021 ha fatto parte del team curatoriale della 13a Biennale di Gwangju in Corea. Il suo ambito creativo si estende anche a posizioni accademiche, con una visiting professorship presso il Dipartimento di Arti e Architettura dell’Università Iuav di Venezia dal 2020.

Carla Gianotti, traduttrice di testi religiosi tibetani, tibetologa e saggista, dal 2009 è docente di Buddhismo tibetano alla Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa di Rimini. Da anni tiene lezioni e conferenze di Religione e Filosofia buddhista presso istituti orientali, centri di Dharma, istituzioni universitarie ed è invitata a incontri di dialogo interreligioso. Parallelamente all’attività accademica, conduce incontri di meditazione buddhista di consapevolezza e seminari sulle dimensioni simboliche femminile e materna. Tra le sue pubblicazioni in volume: Cenerentola nel Paese delle Nevi. Fiaba tibetana (UTET, 2002), Milarepa, Il Grande Sigillo (Mimesis, 2004), In forma materna (Ibiskos, 2009), Donne di Illuminazione. Ḍākinī e demonesse, Madri Divine e maestre di Dharma (Ubaldini, 2012), Il respiro della fiducia. Pratica di consapevolezza e visione materna (Mimesis, 2015), jo mo. Donne e realizzazione spirituale in Tibet (Ubaldini, 2020), Custodire, concepire. Il tempo e l’eccedenza (delle cose) (Mimesis, 2021). Di recente ha curato la traduzione dall’originale tibetano de Tsang nyön Heruka, Vita di Milarepa (Carocci 2025).

Ven. Gyuto Khensur Rinpoche Thupten Tenzin diviene monaco all’età di otto anni nel suo monastero natale, a Dhankar, nella Valle dello Spiti, al confine tra India e Tibet. All’età di diciassette anni si trasferisce nel monastero di Gaden Shartse, nel sud dell’India, per proseguire gli studi. Riceve insegnamenti da molti rinomati Maestri della tradizione Gelugpa e consegue il titolo universitario di Ghesce Lharampa, il dottorato più alto del Buddhismo tibetano, conferito nella tradizione Ghelug. Perfeziona gli studi presso il Monastero Tantrico di Gyuto, in India. Successivamente insegna Filosofia al monastero di Gaden Shartse e dona innumerevoli insegnamenti di Dharma in Europa, America e Asia. È riconosciuto ancora oggi in India, e in diverse parti del mondo, come un Maestro prestigioso per la sua profonda conoscenza, la capacità didattica, nonché la grande competenza espositiva. Nel 2014, Sua Santità il Dalai Lama lo nomina Vice Abate del prestigioso Monastero Tantrico di Gyuto, nel nord dell’India. Nel 2017, gli viene conferito il titolo di Abate dello stesso Monastero, ovvero Khen Rinpoche Thupten Tenzin, carica che manterrà fino al 2020. Da allora continua ad insegnare in diverse parti del mondo.

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