Cultura

Il volto irato della compassione

Tempo di lettura: 5 minuti

Arte buddhista nei musei italiani è un progetto di Cultura Unione Buddhista Italiana. Una trasmissione video di alta divulgazione, che attraverso una serie di puntate mostra una selezione di opere d’arte a carattere buddhista, presenti in vari musei italiani.

Selezionate all’interno di musei d’arte orientale o con collezioni afferenti a tale area, le opere vengono raccontate dai direttori e conservatori dei rispettivi musei, tramite una spiegazione che ne descrive le peculiarità storico-artistiche, oltre tracciare la storia del nucleo collettivo di appartenenza. 

Alla voce degli esperti museali, è stata aggiunta di volta in volta anche quella di esperti, studiosi, artisti, così come di maestri di Dharma delle varie tradizioni coinvolte, chiamati a narrare gli oggetti in mostra dal proprio specifico punto di osservazione.

La puntata che qui vi proponiamo, Il volto irato della compassione, è dedicata al Museo Nazionale della Montagna di Torino.

Il Museo Nazionale della Montagna di Torino

Il Museo Nazionale della Montagna “Duca degli Abruzzi” è ubicato a Torino, lateralmente alla Chiesa e al Convento del Monte dei Cappuccini, in una posizione particolarmente panoramica, dalla quale si possono ammirare un lungo tratto di Alpi e la sottostante città. L’idea di costituire in quest’area un museo dedicato alla montagna nacque nel 1874, tra i primi soci del Club Alpino Italiano (CAI), allora sorto da un decennio nella stessa città. Attualmente il Museo opera, con un’ampia e composita attività, sia a livello nazionale che internazionale. Il suo intento è quello di essere un polo culturale che unisca idealmente, sotto tutti gli aspetti, le montagne del mondo intero. A questo scopo, dunque, oltre all’allestimento museografico permanente, si aggiungono le numerose esposizioni temporanee. Sorto con una visione espositiva ben più ristretta, nel corso degli anni il Museo della Montagna ha avuto il merito svilupparsi anche grazie a un ricco programma di eventi culturali, ben recepiti da un pubblico non soltanto locale.

 Courtesy Museo Nazionale della Montagna di Torino, panorama dal Museo

Il Ladakh nella collezione Mario Piacenza

Dopo essersi a lungo dedicato alle Alpi, sull’esempio e per incitamento del cugino Vittorio Sella, l’alpinista ed esploratore Mario Piacenza sentì l’irresistibile attrazione verso i grandi gruppi montuosi extraeuropei. Nel 1910 organizzò, infatti, una spedizione in Caucaso e in Persia; poi, nel 1913, fu la volta dell’Himalaya kashmiriano. Fu da quest’ultimo viaggio, che Piacenza rientrò in Italia con una straordinaria collezione sulle genti del Ladakh: un documento eccezionale, se si considera che all’epoca quella regione era praticamente inesplorata. Piacenza fu anche il primo a documentare la ricerca etnografica tramite un film, la cui pellicola è purtroppo andata perduta. È possibile, tuttavia, ammirare fotografie e reperti raccolti da Mario Piacenza nella sala omonima, a lui dedicata, al primo piano del museo e in varie pubblicazioni conservate all’interno della biblioteca. 

Mario Piacenza nacque nel 1884 a Pollone, nei pressi di Biella, da un’abbiente famiglia di industriali, dediti all’arte della lana, da più generazioni. Svolse una composita attività collegata all’alpinismo e fu anche direttore del Museo Nazionale della Montagna, incarico che mantenne fino all’anno della sua morte, nel 1957. La sua attività sulle Alpi fu vastissima e prestigiosa, con particolari attenzioni al Cervino, dove realizzò tra l’altro la prima ascensione per la Cresta Fürggen.

La maschera per danze rituali della collezione Piacenza

L’opera a cui è dedicata questa puntata è una maschera in cartapesta dipinta, raffigurante una larga faccia dai tratti accigliati e furenti: la bocca spalancata mostra i denti e la lingua; i tre occhi prominenti, dalla pupilla completamente dilatata, sono iniettati di sangue; pizzo, basette e sopracciglia hanno la caratteristica forma di ricci fiammei; l’acconciatura consiste in un ciuffo (jatila), cui è appoggiato un teschio. Alla radice del naso è fissata una cinghietta, che serviva ad allacciare la maschera alla testa del monaco danzatore. 

La maschera fu quasi certamente acquisita da Mario Piacenza nel Monastero di Hemis, in Ladakh, in occasione della festa dedicata a Padmasambava, celebrata dal nono all’undicesimo giorno del quinto mese tibetano: di essa Piacenza ci ha lasciato non solo un resoconto scritto (datato 1930) e alcune interessanti fotografie, ma anche un film – oggi purtroppo perduto – che venne proiettato al Cinema Italia di Torino, nel 1914.

Questo tipo di celebrazioni consistevano in danze rituali, accompagnate da musiche ed eseguite da monaci mascherati. Esse rappresentano, in forma allegorica, la lotta fra l’”eroe santo”, portatore della dottrina buddhista (Dharma), e le feroci, mostruose divinità locali. Queste ultime, una volta domate e ammansite, venivano trasformate in divinità minori del buddhismo tibetano e inserite quindi in quel pantheon, in qualità di divinità guardiane della dottrina (dharmapala). L’aspetto terrifico e gli ornamenti macabri di queste divinità hanno un valore e un significato apotropaico. Secondo quanto riferiscono alcuni studiosi, la bocca spalancata sta a indicare il grido ruggente con cui il dharmapala spaventa e mette in fuga i nemici dell’insegnamento del Buddha.

Courtesy Museo Nazionale della Montagna di Torino, Mario Piacenza

Daniela Berta è Direttrice del Museo Nazionale della Montagna di Torino. È inoltre coordinatrice dell’IMMA – International Mountain Museums Alliance, rete globale di 18 musei e centri di documentazione. Nel suo percorso professionale ha coltivato un approccio alla museografia che intreccia ricerca scientifica, curatela espositiva e progetti editoriali, ponendo al centro l’accessibilità della cultura, le reti territoriali, il dialogo con i pubblici e la costruzione di percorsi educativi.

Enrico Camanni (Torino, 1957), è approdato al giornalismo attraverso l’alpinismo. È stato caporedattore de “La Rivista della Montagna”, direttore del mensile “Alp” e del semestrale internazionale “L’Alpe”. Ha curato i musei del Forte di Bard e ha scritto molti libri sulle terre alte (tra cui La nuova vita delle Alpi; Alpi ribelli; Storia delle Alpi; La montagna sacra, oltre a dieci romanzi, l’ultimo dei quali La bandita (Mondadori, 2025). È vicepresidente di Dislivelli.

Ven. Lama Paljin Tulku Rinpoche è un monaco buddhista di tradizione tibetana Mahayana Vajrayana, pratica il buddhismo da oltre trent’anni. Segue gli insegnamenti di S.S. il Dalai Lama ed è stato discepolo di alcuni fra i maggiori maestri tibetani fuggiti dal Tibet dopo l’invasione cinese. Nel 1995, in Ladakh, è stato riconosciuto come la reincarnazione di Je Paljin: insigne Lama lì vissuto intorno al 1600, noto per aver contribuito a diffondere il buddhismo nel suo Paese e per le straordinarie doti di yogin. Proprio in Ladakh, il ven. Paljin Tulku Rinpoche siede oggi fra i Maestri reggenti del monastero di Lamayuru, e detiene il trono del monastero di Atitse, divenuto sotto la sua guida un centro internazionale di meditazione. Infaticabile diffusore del buddhismo in Occidente, conduce corsi e seminari in Italia e all’estero. È fondatore e guida spirituale del Centro studi tibetani Mandala di Milano, con centri associati in Italia ed Europa. Nel 1991 ha fondato il Monastero Mandala Samten Ling di Graglia Santuario, in Piemonte, luogo di studio e ritiri, che tuttora dirige. Oltre a promuovere numerose iniziative umanitarie, in Ladakh, India, Nepal, Etiopia e Perù, è tra i fondatori del Forum delle religioni di Milano, fautore del dialogo interreligioso, a livello nazionale e internazionale, e co-fondatore del Forum delle Religioni di Biella.i del mondo.

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