Arte buddhista nei musei italiani è un nuovo progetto di Cultura Unione Buddhista Italiana. Una trasmissione video di alta divulgazione, che attraverso una serie di puntate mostra una selezione di opere d’arte a carattere buddhista, presenti in vari musei italiani.
Selezionate all’interno di musei d’arte orientale o con collezioni afferenti a tale area, le opere vengono raccontate dai direttori e conservatori dei rispettivi musei, tramite una spiegazione che ne descrive le peculiarità storico-artistiche, oltre a tracciare la storia del nucleo collettivo di appartenenza.
Alla voce degli esperti museali, è stata aggiunta, di volta in volta, anche quella di diversi studiosi e artisti, così come di maestri di Dharma delle varie tradizioni coinvolte, chiamati a narrare gli oggetti in mostra dal proprio specifico punto di osservazione.
La puntata qui proposta, Bodhidharma, patriarca del buddhismo Zen, è dedicata al Museo d’Arte Orientale Edoardo Chiossone di Genova.
Il Museo d’Arte Orientale Edoardo Chiossone
Il Museo d’Arte Orientale Edoardo Chiossone conserva il ricchissimo patrimonio di arte giapponese e cinese raccolto da Edoardo Chiossone (1833-1898) in Giappone alla fine del XIX secolo: grandi sculture buddhiste in legno e bronzo, armi e armature, reperti archeologici e maschere teatrali sono esposte nel percorso museale permanente, assieme a porcellane, lacche e piccoli bronzi, mentre eccezionali dipinti e stampe xilografiche ukiyo-e sono visibili durante le mostre temporanee.

Edoardo Chiossone si trasferì in Giappone nel 1875 su invito del Governo Imperiale del Giappone, per lavorare alla Officina Carte e Valori del Ministero delle Finanze, dove disegnò e incisele prime banconote e i primi francobolli di produzione giapponese. Nei suoi 23 anni di permanenza in Giappone, Chiossone raccolse più di 15.000 opere, che nel suo testamento volle destinare alla istituzione del primo museo di arte asiatica aperto al pubblico in Italia, inaugurato nel 1905. La collezione Chiossone rappresenta la più grande e preziosa collezione civica di arte giapponese in Italia.

Bodhidharma, patriarca del buddhismo Zen
Daruma è il nome giapponese di Bodhidharma, il semileggendario patriarca del buddhismo Zen (Chan in cinese). Si dice che fosse un principe indiano che viaggiò fino al Sud della Cina all’inizio del VI secolo per trasmettere la pratica della meditazione. Dopo varie tappe e rifiuti, giunse al monastero di Shaolin (Jp. Shōrin-ji), dove rimase a meditare per nove anni, rivolto verso la parete rocciosa di una caverna. Alla fine riuscì a istruire tre discepoli che tramandarono i suoi insegnamenti fino a diffondere il buddhismo Chan in Cina e successivamente in Giappone, dove venne chiamato Zen.
Daruma è uno dei soggetti più diffusi nella pittura Zen ed è tipicamente raffigurato come un pingue monaco abbasta anziano dai tratti indiani, con petto villoso, pochi capelli, barba e sopracciglia folte che gli donano un’espressione severa. È sempre vestito di rosso e indossa degli orecchini ad anello, simbolo delle sue nobili origini principesche.
I suoi occhi sono sempre spalancati perché, secondo la tradizione giapponese, fu Daruma stesso a tagliarsi le palpebre, per non assopirsi durante la meditazione. Si dice anche che le palpebre cadute a terra germogliarono dando vita alle prime piante di tè verde, bevanda appunto usata dai monaci per mantenere la concentrazione durante le sessioni di zazen.
Il ritratto di Daruma al Museo Chiossone
Il Museo Chiossone conserva uno splendido ritratto di Daruma realizzato da Ogata Kōrin (1658-1716), artista di spicco dell’inizio del XVIII secolo e fondatore della Scuola Rinpa. È conosciuto principalmente per i suoi dipinti su paraventi e i suoi disegni presenti in ceramiche e lacche preziose. Nacque a Kyoto in una famiglia della borghesia mercantile, proprietaria di un negozio di sartoria di lusso. Studiò pittura classica Kano e Tosa ma perfezionò uno stile personale, che verrà in seguito chiamato Rinpa (da “rin”, ultima parte del suo nome, più “pa/ha” cioè scuola/corrente in giapponese. Il suo stile è ricco e variopinto, noto per aver fuso lo stile tradizionale Yamato, le scuole classiche Kano e Tosa e il gusto della borghesia cittadina emergente.
Nel caso dell’opera del Museo Chiossone, tuttavia, i suoi caratteri più iconici vengono accantonati per preferire lo stile detto sumie (pittura a inchiostro), caratterizzato da pochi intensi tratti di pennello a inchiostro nero su carta, mantenendo lo sfondo neutro. Il grigio chiaro usato per i morbidi contorni della testa e il pallido rosso della veste contrastano con i tratti neri e vigorosi che marcano i contorni del mantello.
La pittura sumie si sviluppa in Cina nella seconda metà del VIII secolo e raggiunge il Giappone alla fine del XII secolo, proprio attraverso la scuola Chan. Ipotizziamo quindi che Kōrin abbia voluto rendere omaggio a Daruma ritraendolo nello stile più rappresentativo dell’iconografia zenga, cioè l’arte influenzata dagli (o realizzata negli) ambienti Zen.
La pittura zenga ebbe grandissima diffusione in Giappone, anche grazie all’arrivo dei monaci cinesi della scuola Zen Rinzai nella seconda metà del XVII secolo, da cui si svilupperà poi la scuola Ōbaku, che ebbe il periodo di massima diffusione proprio negli anni in cui Kōrin realizzò quest’opera. Il dipinto può infatti essere datato dopo il 1701, anno in cui l’artista venne insignito del titolo di corte di Hokkyō (Ponte del Dharma), il terzo grado onorifico più alto dato agli artisti buddhisti, con cui infatti firma il dipinto del Museo Chiossone.
Il Daruma di Kōrin appare meno vecchio e imbronciato rispetto ai classici dipinti di questo soggetto, ma ritroviamo tutti i tratti somatici tramandati dal canone cinese, usati per realizzare i ritratti idealizzati e non realistici del patriarca: gli occhi sporgenti e sbarrati, la barba folta e il petto villoso, i tratti severi del volto che alludono alla severità della pratica ascetica, mentre le tre pieghe del collo sono un rimando ad uno dei laksana (attributi fisici) con cui viene rappresentato il Buddha.
Il mantello rosso è un carattere distintivo di Daruma, che verrà poi sempre mantenuto nelle rappresentazioni popolari giapponesi: a partire dal XVI secolo, infatti, cominciarono ad essere utilizzate immagini di Daruma come talismani per proteggere i bambini dal vaiolo. Sempre per scongiurare questa malattia, verso la metà del 1700 venivano vendute bambole dalla forma arrotondata, chiamate Daruma, che rappresentano il volto del patriarca, avvolto nella sua veste rossa, senza gambe e braccia. Questo perché, secondo le leggende nate in Giappone su Daruma, durante i nove anni ininterrotti di meditazione le braccia e le gambe gli si sarebbero atrofizzate fino a cadere, lasciandolo senza arti. Dal momento che il vaiolo è molto pericoloso per gli occhi, i commercianti vendevano le bambole Daruma senza disegnare le pupille, invitando i clienti a dipingere una pupilla all’inizio della malattia e l’altra una volta guariti. Tuttora l’utilizzo delle bambole Daruma è molto comune in Giappone, dove vengono usate per esprimere desideri, oppure per dichiarare un proprio obiettivo personale: si disegna una pupilla quando lo si esprime, e l’altra pupilla quando si avvera, o lo si raggiunge.
Aurora Canepari

Aurora Canepari è laureata in Lingue e Culture dell’Asia Orientale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, con specializzazione in lingua e cultura giapponese. Dal 2015 collabora con il Museo d’Arte Orientale E. Chiossone di Genova dove, dal 2018, ricopre il ruolo di direttore scientifico e conservatore responsabile. Si occupa di diversi progetti curatoriali e mostre temporanee, sia al Museo Chiossone che per realtà esterne, impegnate nella divulgazione dell’arte e della cultura giapponese. Tra le ultime mostre curate al Museo Chiossone troviamo Chiossone e il suo Giappone (2023), Il Giappone Antico. L’alba del Sol Levante (2024), Muse ed eroine. La donna nell’arte giapponese tra ‘600 e ‘800 (2025). È socia ICOM e AISTUGIA.
Aldo Tollini è stato Professore di Lingua Giapponese classica presso il Dipartimento di Studi sull’Asia e l’Africa mediterranea dell’Università Ca’ Foscari di Venezia fino all’anno 2017. Dopo il pensionamento ha continuato la sua attività di ricerca e divulgazione prevalentemente nel campo del Buddhismo Zen giapponese, e in particolare focalizzando molta parte della sua attività sul maestro Eihei Dōgen (1200-1253) il capostipite della scuola Sōtō Zen, oggi tra le maggiori presenti in Giappone. La sua competenza nella lingua giapponese e cinese antica gli hanno permesso di affrontare i temi della ricerca attraverso lo studio, la traduzione e il commento di testi originali sia dello Zen giapponese sia del Chan cinese. In questo campo ha al suo attivo parecchie pubblicazioni per Einaudi, Bompiani, Ubaldini Astrolabio, e altre case editrici. Inoltre, tra il 2021 e il 2023 è stato Direttore didattico del Corso Triennale in Studi Buddhisti Zen per la formazione di maestri e praticanti, sponsorizzato dall’Unione Buddhista Italiana e da un consorzio di templi Zen Sōtō.
La rev. Elena Seishin Viviani studia e pratica lo Zen di Tradizione Zen Sōtō dal 1982. Ha completato la formazione monastica prevista da quest’Ordine partecipando a ritiri in Francia (al tempio La Gendronniere, fondato dal Maestro Taiten Deshimaru Roshi); negli Stai Uniti (al monastero Yoko–ji, lo Zen Mountain Center di Los Angeles, California, fondato da Maezumi Roshi); in Giappone (al monastero Yoko-ji, il tempio fondato da Keizan Zenji). Ha studiato a Nagoya, presso il seminario di formazione femminile Aichi Senmon Nisodo, fondato e diretto dal rev. Shundo Aoyama Roshi, e a Kutoyama, presso Antaiji, fondato da Kodo Sawaki Roshi e Kosho Uchiyama Roshi. È erede nel Dharma del rev. Massimo Daido Strumia e guida spirituale del Tempio Enkuji (Torino). È Kokusai Fukyōshi dell’Ordine monastico Zen Sōtō e ricopre l’incarico di Tanto – responsabile dell’educazione monastica – presso il Monastero Zen Soto Shōbōzan Fudenji (Salsomaggiore Terme, Parma). Fra le varie attività, è stata consulente del Comitato Scientifico di Torino Spiritualità, e dal 2006 è coordinatrice per l’area buddhista di questa rassegna. Dal 2019, ricopre la carica di Vice-presidente dell’Unione Buddhista Italiana. In UBI è responsabile dell’Ufficio Culti e incaricata del Dialogo Interreligioso e Intra-religioso. È Vice-direttore di Buddhismo Magazine e docente per la Tradizione Zen Sōtō del Master in Scienze Contemplative e Cognitive del Centro Studi dell’Unione Buddhista Italiana. In rappresentanza dell’UBI, dal 2010 è membro del Comitato Interfedi della Città di Torino e dal 2025 della Consulta delle religioni della Regione Lombardia. È membro del D.I.M. – Dialogo Interreligioso Monastico – per il Buddhismo Zen Sōtō.
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