Cultura

Il sorriso di Budai

Tempo di lettura: 7 minuti

Arte buddhista nei musei italiani è un progetto di Cultura Unione Buddhista Italiana. Una trasmissione video di alta divulgazione, che attraverso una serie di puntate mostra una selezione di opere d’arte a carattere buddhista, presenti in vari musei italiani.

Selezionate all’interno di musei d’arte orientale o con collezioni afferenti a tale area, le opere vengono raccontate dai direttori e conservatori dei rispettivi musei, tramite una spiegazione che ne descrive le peculiarità storico-artistiche, oltre a tracciare la storia del nucleo collettivo di appartenenza.

Alla voce degli esperti museali, è stata aggiunta, di volta in volta, anche quella di diversi studiosi e artisti, così come di maestri di Dharma delle varie tradizioni coinvolte, chiamati a narrare gli oggetti in mostra dal proprio specifico punto di osservazione.

Le trasmissioni sono state realizzate con la partecipazione di studenti del Corso di Diploma accademico in Produzione Video di SAE Institute Milano, per la regia di Sergio Basso.

I musei coinvolti in questo primo ciclo di trasmissione sono: il Museo delle Civiltà di Roma; il Civico Museo Archeologico di Milano; il Museo E. Chiossone di Genova; il Civico Museo d’Arte Orientale di Trieste e il MAO Museo d’Arte Orientale di Torino.

La puntata qui proposta, Il sorriso di Budai, è dedicata al Civico Museo d’Arte Orientale di Trieste.

Il Civico Museo d’Arte Orientale di Trieste

Il Civico Museo d’Arte Orientale di Trieste è stato inaugurato nel marzo 2001 e raccoglie al suo interno tutti i manufatti di origine orientale che sono confluiti nelle collezioni dei Civici Musei di Storia ed Arte del Comune di Trieste. È collocato nel cuore della città ed è ospitato all’interno di Palazzetto Leo, edificio anch’esso di grande valore storico-artistico, edificato nel XVIII secolo e di proprietà dell’importante famiglia patrizia dei Leo. Il Comune di Trieste acquisisce l’immobile nel 1954, in ottemperanza alle volontà testamentarie della contessa Margherita Nugent, ultima discendente della famiglia.

Le opere inserite all’interno del percorso museale sono la testimonianza più evidente di quella curiosità per l’Estremo Oriente che si sviluppò nel corso dell’Ottocento in tutta Europa e che a Trieste fu particolarmente sentita. Pur nelle sue ridotte dimensioni, il museo custodisce al suo interno oggetti di grandissimo valore, manifestazione visiva del gusto ricercato dell’élite economica ottocentesca, arricchitasi grazie ai commerci che qui si svolgevano. Durante il corso dell’Ottocento, Trieste era infatti diventata la città portuale che metteva in comunicazione tra loro i porti austriaci e quelli del Levante.

Il collezionismo che qui si sviluppa ha inizialmente origine da una curiosità per l’esotico che poi si evolve in una vera e propria passione per lo studio del dato antropologico, dando vita ad un’interesse profondo per la cultura e l’arte di paesi lontani.

Il percorso museale si articola in tre sezioni principali: al piano terra trovano collocazione reperti archeologici provenienti dall’antica area del Gandhara; al primo piano è presente una ricca collezione di oggetti originari della Cina, con sete di raffinata fattura e una corposa selezione di eleganti porcellane; infine, al secondo e al terzo piano sono presenti stampe xilografiche Ukiyo-e, porcellane Imari, armi e armature di derivazione giapponese.

Salone delle porcellane cinesi del Museo d'Arte Orientale, Comune di Trieste, Fotografia di Marino Ierman
Salone delle porcellane cinesi del Museo d’Arte Orientale, Comune di Trieste, Fotografia di Marino Ierman

Il legato Zanella

Tra i collezionisti che hanno deciso di donare le loro raccolte d’arte ai Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste, il legato di Carlo Zanella è uno dei più rappresentativi di quel sentimento di curiosità per l’esotico che ha caratterizzato la prima fase del collezionismo triestino.

Carlo Zanella (1853-1900) era un agente del Lloyd Austriaco di Navigazione e lavorò tra Hong Kong, Singapore e Bombay dal 1884 al 1894, riuscendo a collezionare, durante questo lungo periodo, un grande numero di oggetti orientali che, al momento della sua morte nel 1900, destina in legato al Museo Civico. La sua donazione era piuttosto consistente e si componeva di circa 1500 oggetti, provenienti prevalentemente dalla Cina, dal Giappone e dall’India. Molti dei pezzi facenti parte di questa imponente collezione, sono oggi esposti nelle vetrine del Museo d’Arte Orientale. Fanno parte del legato Zanella anche le raffinate statuette in Blanc de Chine, raffiguranti divinità del pantheon taoista e buddhista.

Budai, Cina, dinastia Qing, XVIII secolo, CMSA inv. 1748; Museo d'Arte Orientale, Comune di Trieste, Fotografia di Marino Ierman
Budai, Cina, dinastia Qing, XVIII secolo, CMSA inv. 1748; Museo d’Arte Orientale, Comune di Trieste, Fotografia di Marino Ierman

Budai, il Buddha sorridente

Il nome Budai significa letteralmente «sacco di tela» e fa riferimento alla sacca che si dice portasse con sè nei suoi pellegrinaggi. È uno dei Bodhisattva del pantheon buddhista tra i più amati nella cultura asiatica. Si narra che fosse un monaco buddhista cinese, noto come Qieci, vissuto durante la tarda dinastia Liang (502-557) e che fosse un’incarnazione di Maitreya, il Buddha del futuro. La sua figura è venerata anche in Giappone, dove è noto come Hotei, ed è uno dei sette Shichifukujin, le Sette Divinità della Buona Fortuna.

È considerato la divinità dell’abbondanza, della soddisfazione e dell’accontentarsi di ciò che si ha. Nel suo continuo vagabondare, si recava nei vari villaggi, dove era molto ben voluto e portava sempre con sè un grande sacco di tela, nel quale trasportava i suoi pochi averi e da cui si dice estraesse doni per i bambini. Egli era spesso incline a dormire ovunque andasse, anche all’aperto, poiché i suoi poteri mistici allontanavano da lui il freddo pungente. Tradizionalmente viene raffigurato con il volto sorridente e con il ventre pingue, accompagnato dai suoi attributi simbolici, quali il rosario buddhista e il sacco in tela. Noto per la sua intelligenza, gentilezza, ottimismo e saggezza, è simbolo di abbondanza, fortuna e benevolenza, la sua immagine è una delle più rappresentate dai ceramisti di Dehua, nel sud-est della Cina. Questa tipologia di porcellana spicca tra i tesori della Cina, affascinando il mondo intero con il suo luminoso smalto bianco. Per la creazione di queste incantevoli porcellane, gli artigiani di Dehua svilupparono una versione migliorata del tradizionale «forno ascendente», che permetteva così l’eliminazione della maggior parte delle impurità. Trattandosi di porcellana che tende naturalmente a cedere durante la cottura, i ceramisti di Dehua, particolamente nel caso delle figure, usarono spessori molto forti, con vistose craquelures della vetrina sulla parete esterna. Queste statuette solitamente venivano foggiate a stampo, in due metà in seguito suturate con la barbottina a crudo, mentre la testa, altre parti anatomiche, accessori e attributi, venivano modellati separatamente e assemblati al corpo prima o dopo la cottura. La produzione seguiva delle tecniche e degli stilemi, tramandati per generazioni. L’argilla locale, che veniva estratta dalle colline circostanti poi purificata, era particolarmente ricca di feldspato e quarzo, caratterizzata inoltre da un’insolita purezza, data dai bassissimi livelli di ferro, che permetteva agli artigiani di cuocere la porcellana in monocottura a temperature elevate, che si aggiravano tra i 1270°C e i 1290°C. Le statuette si caratterizzano per il corpo in caolino molto puro, duro e vetroso che è rivestito da una spessa vetrina trasparente, liscia e brillante. Questa vetrina durante la cottura si fonde completamente con il corpo ceramico e dalla fusione si ottiene un colore che varia dal bianco avorio, come in questo caso, al bianco freddo. Queste statuine, molto popolari sia in Cina che in Occidente, venivano modellate con grande maestria tecnica e sensibilità artistica, seguendo una tradizione figurativa specifica: Budai veniva raffigurato assiso o in piedi, con il caratteristico ventre prominente e il sorriso benevolo, accompagnato dai suoi attributi simbolici.

Nel caso specifico del nostro museo, il Budai è raffigurato in piedi su un’elaborata base di roccia, con il viso sorridente, il rosario stretto nella mano destra e il sacco di tela nella mano sinistra. Il grande ventre è scoperto e la modellatura è particolarmente curata nei dettagli del volto e nelle pieghe del vestito. Un esemplare del tutto identico a quello conservato al museo di Trieste è presente anche nella collezioni del British Museum di Londra.

Francesca Avignone

Still da video

Francesca Avignone è laureata all’Università degli Studi di Trieste e si è specializzata in Economia e Gestione delle Arti e delle Attività Culturali all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha conseguito il Master in Global Marketing, Comunicazione e Made in Italy della Fondazione Italia USA, in collaborazione con Centro Studi Comunicare l’Impresa. Ha inoltre svolto periodi di studio e di formazione all’estero presso la Heinrich-Heine-Universität Düsseldorf. Ha lavorato presso l’Università degli Studi di Trieste nell’ambito della ricerca e attualmente è Funzionario Direttivo Conservatore del Civico Museo d’Arte Orientale del Comune di Trieste, dove si occupa dello studio e della conservazione delle collezioni. Tra i suoi interessi rientrano il teatro e l’arte orientale, in particolare il teatro popolare Kabuki e le xilografie policrome dell’Ukiyo-e.


Danilo Soscia (1979) scrive per quotidiani, siti e riviste letterarie. Ha pubblicato Atlante delle meraviglie (2018) e Gli dei notturni (2020) entrambi per l’editore minimum fax. Si è occupato di Cina e di ricezione della cultura cinese, realizzando i due volumi In Cina. Il Grand Tour degli italiani verso il Centro del mondo (ETS, 2010) e Forma Sinarum. Personaggi cinesi nella letteratura italiana (Mimesis, 2016). È uno dei curatori del Pisa Chinese Film Festival, nel 2025 giunto alla sua XIV edizione. 

Carlo Tetsugen Serra nasce a Milano nel 1953. Durante la permanenza al Monastero Tosho-Ji Stella del Sud di Tokyo, inizia il suo training di formazione monastica zen con il maestro Ban Tetsugyu Soin e riceve la trasmissione del Dharma dal Maestro Tetsujyo Deguchi, nel lignaggio di Daiun Sogaku Harada (13.10.1871 – 12.12.1961) conosciuto in Giappone, come in Occidente, per aver ideato un metodo che combinasse le tradizioni delle scuole Sōtō e Rinzai. Al termine della sua formazione, il Maestro Tetsugen è riconosciuto insegnante internazionale Kokusai Fukyoshi dalla Sōtō Zen. Nel 1986 si diploma Zen Master Shiatsu all’Istituto di Shitsuto Masunaga, presso lo Iokai Shiatsu Center di Tokyo. A diretto contatto con il Susumu Kimura sensei, dell’istituto Kimura Institute in Sasazuka, Tokyo, compie un percorso di approfondimento che caratterizza la sua pratica meditativa ed energetica, trasformando lo Zen Shiatsu in una pratica Zen di risveglio: mente, corpo e spirito secondo i principi Wa, Kei, Sei e Jaku armonia, rispetto, purezza e realizzazione della mente MU SHIN. Al suo rientro in Italia, nel 1988, fonda a Milano il Monastero Zen di Città “Enso-Ji Il Cerchio”, primo monastero residenziale in una città, e la Scuola Zen Shiatsu®, riconosciuta dalla FISIEO – Federazione Italiana Shiatsu Insegnanti e Operatori, dove insegna i principi della pratica Zen Shiatsu, in modo semplice e diretto e nel perfetto stile originario della tradizione Zen. Nel 1996, fonda l’Eremo di montagna Zen Sanbo-Ji Tempio dei Tre Gioielli a Berceto (PR), luogo di formazione monastica Zen e ritiri di meditazione aperti a tutti. Negli anni a seguire, amplia le iniziative didattiche volte all’approfondimento della pratica Zen e Shiatsu, creando i percorsi fisico energetici: Shin-do e Fan Guan. Inoltre, mette a punto Life Coach Zen, percorso per offrire sostegno, attraverso l’ascolto analitico, a chi vive un momento difficile della propria vita.

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