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Civiltà antiche, animali divini

 

 

 

Da tempo immemorabile, gli animali hanno occupato un posto di rilievo nel vasto panorama delle credenze, delle mitologie e delle cosmogonie. In ogni angolo del mondo, dai deserti dell’antico Egitto alle vette dell’Olimpo greco, gli animali sono stati più che semplici creature terrene; sono stati trasformati dall’immaginazione fervida dell’uomo in simboli viventi, forze creatrici e plasmatrici della realtà tangibile, potenti divinità e guide spirituali. La loro presenza nelle mitologie e nelle religioni antiche è una finestra aperta su mondi ormai perduti, soprattutto in occidente, dove il confine tra l’umano e il divino era permeabile e ogni animale era vettore di una storia, un potere e una lezione. Confine che oggi è stato invece reso totalmente impermeabile dalla scienza e dalla perdita di forme di culto ancestrali, soppiantate dalle religioni monoteiste che hanno pur sempre continuato a includere gli animali nella narrativa, ma con funzioni metaforiche, accessorie o di totale subordinazione all’uomo, in quell’ottica antropocentrica mai più abbandonata.

 

Nell’antico Egitto, ad esempio, gli dèi assumevano le sembianze di sacre bestie, attingendo alla fauna selvatica locale. Queste divinità non difficili da incontrare nel proprio quotidiano nella loro forma terrena incarnavano un legame intrinseco con il mondo naturale, un equilibrio delicato tra uomo, natura e sacro.

 

Anche nelle mitologie greca e romana, gli animali erano al centro di storie epiche e saghe divine, riflettendo virtù e vizi della natura umana.  Comprendere il ruolo degli animali attraverso la mitologia e la religione ci svela come gli animali stessi siano stati venerati, temuti e amati, fungendo da ponti tra il mondo visibile e il mondo dell’invisibile. Una comprensione necessaria, che ci invita a esplorare non solo la storia delle civiltà passate, ma anche le profondità del nostro spirito e la nostra relazione con la biosfera, riscoprendo antiche connessioni, riaccendendo il senso di meraviglia e mistero che gli animali e gli elementi naturali hanno a lungo ispirato.

 

L’adorazione e la rappresentazione degli animali nelle civiltà antiche non erano solo manifestazioni di fede religiosa, ma anche specchio delle loro società e della loro epoca. Nell’antico Egitto, sede di una civiltà che si sviluppò lungo le fertili rive del Nilo a partire dal 3100 a.C., gli animali erano intrinsecamente legati alla vita quotidiana, economica e spirituale dell’area geografica. Bastet, la dea gatta venerata fin dall’Antico Regno (circa 2686–2181 a.C.), era onorata in tutto l’Egitto, ma in particolare nella città di Bubasti, dove si trovava il suo grande tempio. Le rappresentazioni di Bastet come protettrice della casa e della famiglia erano comuni in molte abitazioni egizie e avevano funzione di talismano. Non da meno, la dea era ampiamente rappresentata anche nei grandi templi come divinità guerriera. Una venerazione che si traduceva in raffigurazioni pittoriche ma anche in statue e statuine, e che celebrava da un lato la natura materna e protettrice della divinità, dall’altra la sua natura più feroce.

 

Sobek, il dio coccodrillo, era particolarmente venerato nelle regioni del Fayyum e di Kom Ombo, dove si trovano templi a lui dedicati risalenti al Nuovo Regno (circa 1570–1070 a.C.). Questi siti archeologici mostrano come Sobek fosse adorato come divinità della fertilità e della potenza del Nilo, essenziale per la sopravvivenza in una terra dipendente dall’agricoltura. Il fiume, che con le sue esondazioni e le sue acque cariche di nutrienti era garante di vita, incuteva un profondo senso di timore e reverenza nelle comunità toccate dal suo lungo e serpeggiante corso. Il coccodrillo, presenza minacciosa e dotata di forza mostruosa, ma allo stesso tempo presenza quieta e silenziosa del fiume, ben si prestava a incarnare tutte le virtù e le tragedie delle quali la natura era madre attraverso la forza distruttrice e creatrice dell’acqua. Onorarlo significava ingraziarsi le acque e garantirsi, possibilmente, ricchi raccolti e sicurezza.

 

Nell’antico Egitto, altre due figure simboliche dominano il paesaggio spirituale e culturale: Anubi, il dio con testa di sciacallo, e lo scarabeo sacro, un insetto venerato come simbolo di rinascita e rigenerazione.

 

Nuovo regno-epoca tarda, scarabeo con ali e pendenti coi 4 figli di horus, 664-332 a.C. ca. Credit: Sailko – Opera propria, CC BY 3.0

 

Anubi, il guardiano dell’aldilà, era raffigurato come un uomo con la testa di sciacallo o direttamente come uno sciacallo. Questa immagine non era scelta a caso; gli sciacalli, spesso avvistati nei pressi delle sepolture, erano associati al concetto di morte e protezione dei defunti. Anubi, nel suo ruolo di protettore dei morti, era di fatto incaricato di guidare le anime nell’aldilà, svolgendo un ruolo cruciale nei rituali di mummificazione e nel giudicare le anime stesse al momento della loro transizione. La sua figura rappresentava non a caso il passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei trapassati, simboleggiando protezione, guida e trasformazione. Lo scarabeo stercorario, o scarabeo sacro, era un altro simbolo potente nell’antico Egitto. Questo insetto, noto per la sua abitudine di rotolare palle di sterco, era associato al dio del sole, Ra, e alla sua quotidiana rinascita. Gli Egizi lo osservavano infatti emergere dalla terra e lo interpretavano come una manifestazione di continua rigenerazione. Noto scientificamente come Scarabæus sacer æyptiorum, questo insetto era associato al compito di spingere il sole attraverso il cielo ogni giorno, fungendo da simbolo di immensa portata spirituale e cosmologica. Gli scarabei non erano solo raffigurati nell’arte pittorica egizia, ma erano anche modellati in amuleti e gioielli, particolarmente comuni come talismani funerari. Questi amuleti erano considerati potenti strumenti per assicurare una rinascita e una vita dopo la morte, sottolineando il ruolo prezioso degli scarabei nel ciclo eterno dell’esistenza. L’associazione dello scarabeo con il concetto di rinascita era ulteriormente rafforzata dalla credenza (scientificamente corretta) che gli scarabei femminili depositassero le loro uova nelle palline di sterco e che i nuovi scarabei emergessero da queste. Inoltre, il ciclo di vita dello scarabeo rifletteva così visione di un universo governato da cicli continui di morte e nascita, un tema cosmologico centrale dal punto di vista filosofico. Questa meditazione sulla vita e sulla morte, e il legame dello scarabeo con il divino, dimostravano il profondo senso di connessione tra il mondo fisico e quello spirituale dell’antico Egitto, oltre ad una profonda comprensione delle leggi naturali che dominavano il mondo.

 

Queste due figure, Anubi e lo scarabeo, illustrano inoltre la straordinaria capacità degli antichi egizi di osservare e interpretare la natura, integrandola nei loro sistemi di credenze e pratiche culturali. Non vedevano gli animali e gli insetti solo come elementi del loro ambiente fisico, ma come esseri che possedevano qualità spirituali e divine, in grado di influenzare e guidare le loro vite. La venerazione di Anubi e dello scarabeo rifletteva una visione del mondo in cui ogni elemento della natura aveva un significato e un ruolo nell’ordine cosmico, un approccio che ancora oggi può ispirarci a guardare al mondo naturale con un rispetto che trascende i concetti di biodiversità e ruolo ecologico.

 

Anche la mitologia greca e romana ci restituiscono l’uso di animali come simboli divini, forme di venerazione diffuse in tutto il Mediterraneo dall’VIII secolo a.C. in poi. L’aquila di Zeus, ad esempio, era un simbolo riconosciuto in tutta la Grecia e nelle regioni sotto influenza greca, tradotto in numerose opere d’arte, dalle sculture alle monete. L’aquila rappresentava la visione onnisciente di Zeus e la sua capacità di governare da una prospettiva elevata. La famosa civetta di Atena viene invece associata alla dea a partire dal VI secolo a.C., e diviene il simbolo della città di Atene e della saggezza greca, rappresentata ampiamente in arte e letteratura. Questo rapace notturno di piccole dimensioni era visto come un’estensione della saggezza e dell’intelletto della dea, ed è divenuto nei secoli un emblema universale di conoscenza.

 

Anche i lupi, considerati per lungo tempo creature ostili, hanno avuto un ruolo di primo piano nel Pantheon greco come in quello romano, che del resto da esso traeva ispirazione. I lupi di Artemide, adorati in tutta la Grecia e in regioni come l’Asia Minore, erano particolarmente associati a luoghi di culto in zone selvagge e inesplorate, simboleggiando la natura selvaggia e indomita che la dea rappresentava. Artemide, venerata dai Greci e nota come Diana tra i Romani, era una delle divinità più enigmatiche e rispettate del pantheon antico. Conosciuta come la dea della caccia e degli animali selvatici, la sua figura si identificava in molto di più che la mera arte venatoria; era personificazione dell’indipendenza, della natura incontaminata e non assoggettata all’uomo e della protezione degli animali.

 

Nella cultura greca, Artemide era onorata ovunque, con un culto particolarmente forte in regioni come l’Arcadia, dove la presenza di vasti paesaggi naturali forniva un perfetto contesto per il culto di una dea così fortemente legata alla natura più indomita. Questa venerazione si estendeva anche nel mondo romano, dove la dea Diana assunse un ruolo simile se non equivalente, ma con sfumature uniche che riflettevano la cultura e le tradizioni romane.

 

Apollo e Artemide, vaso attico a figure rosse del pittore Brygos, 470 a.C. c. Louvre

 

Artemide era spesso raffigurata armata di arco e frecce, simboli non solo della sua autorità come dea della caccia, ma anche della sua natura protettiva nei confronti degli animali. Accompagnata da cervi, lupi, daini, cani, quaglie, orsi e altri animali selvatici, che erano considerati sacri per lei, la sua immagine rifletteva una profonda connessione con il mondo naturale. Oltre al suo ruolo come dea della caccia, Artemide era anche venerata come protettrice dei giovani e delle donne, in particolare delle partorienti. Questo aspetto del suo culto collegava il ciclo della vita umana con quello della natura, sottolineandone l’interdipendenza. La dea, e gli animali ad essa attribuiti, si impongono come un simbolo potente nelle discussioni moderne sulla conservazione ambientale. Sebbene il culto sia stato abbandonato, il valore delle storie a ella associate continuano a influenzare la nostra visione del mondo e la nostra relazione con l’ambiente naturale. Basti pensare al mito dei lupi che ululano alla luna, elemento cosmico associato a sua volta alla dea, al quale oggi, duemila anni dopo, le persone tendono ancora a credere come possibile.

 

L’esplorazione del simbolismo e della divinizzazione degli animali nelle antiche civiltà egizie, greche e romane ci offre una visione profonda del rapporto tra l’umanità e il mondo naturale. Le figure divine come Bastet, Sobek, Zeus, Atena e Artemide, con la loro natura animale o i loro attributi animali, erano molto più di semplici rappresentazioni mitologiche; erano manifestazioni di una saggezza ancestrale, del potere indiscusso della natura e del rispetto che le andava accordato.

 

Gli animali, interpretati non solo come creature terrene, ma come entità sacre e divine, diventano qui parte integrante delle strutture sociali e spirituali. Antiche credenze certo, che però ci offrono una prospettiva unica sulle nostre moderne interpretazioni del mondo naturale e sul nostro posto in esso. Ci ricordano l’importanza di mantenere un rapporto di rispetto e venerazione per gli animali e la natura, un principio che, sebbene spesso trascurato nel mondo moderno, rimane fondamentale per l’armonia tra l’uomo e l’ambiente. Attraverso l’apprezzamento del ricco simbolismo animale delle culture passate, possiamo essere ispirati a riscoprire il nostro legame con il mondo naturale e a riflettere su come possiamo contribuire a preservare questo sempre più delicato equilibrio nella nostra epoca. In definitiva, l’eredità lasciataci dalle civiltà antiche ci incoraggia a rivedere e rinnovare il nostro impegno nei confronti del mondo naturale. Anche, perché no, riconoscendogli un valore sì scientifico, ma anche profondamente spirituale.

 

 

 

 

 

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