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© Triennale Milano. Foto di Lorenza Daverio

Né orecchio, né suono. «Dal cuore»

,

 

 

Come un calmo oceano senza onde,
come una luminosa lampada senza vento,
possa la vostra mente essere in pace.

[…]

Come un mare senza mare
libero da ogni forma di movimento.

(Milarepa, I centomila canti)

 

Genericamente, nel buddhismo di tradizione tibetana si definisce «fenomeno» (dharma) tutto ciò che esiste, ed «esistente» tutto ciò che può essere comprovato da un ragionamento valido: un cosiddetto «oggetto di conoscenza», percepibile dalle 6 coscienze (5 sensoriali + 1 mentale). Essi si suddividono in fenomeni permanenti e impermanenti, questi ultimi, a loro volta, suddivisi in: forma (rūpa); coscienza (vijñāṇa); fattori composti non associati (viprayukta-saskāra), ossia fenomeni che non sono né forma né coscienza (per esempio la persona, designata in base all’unione di forma e coscienza, o condizioni come la nascita, l’invecchiamento, il tempo).

 

Fra le forme, vi è il suono: oggetto che la coscienza uditiva è in grado di sperimentare, tramite la facoltà uditiva, tramite cioè il suo organo, l’orecchio.

 

Caratteristica di tutti i fenomeni è la loro insostanzialità a livello ultimo: privi di esistenza intrinseca e al tempo stesso, e proprio per questo, relativi, dato il loro sorgere dipendente. Pur essendo percepiti come esistenti e autonomi, essi, infatti, se indagati risultano introvabili, vuoti di natura propria, e tuttavia funzionano, dipendendo da cause e condizioni, compresa la coscienza che li percepisce.

 

Partire da questo dato così elementare – scavare così alla radice – per esperire la musica di Éliane Radigue, non è certo il più ortodosso dei metodi, la tecnica per indagarla, da una prospettiva di materia musicale. Ma un’unità di misura che prova a far riferimento a tali basi di conoscenza della realtà, condivisa del resto dal pensiero della stessa artista per via della sua aderenza al Buddhadharma, può forse sostenere nell’impresa di chi tenta la «purezza» dell’ascolto della sua opera. E così, nello specifico, a comprendere – immersi in una sorta di ascolto originario – il flusso impermanente e impercettibilmente cangiante de L’Île Re-Sonante, composizione del 2005, eseguita il 12 marzo 2024, presso il Teatro dei Filodrammatici di Milano da François J. Bonnet.

 

La serata, aperta con l’esecuzione di OCCAM OCÉANOCCAM XXVI da parte di Enrico Malatesta, percussionista attivo nel campo della musica sperimentale, è parte del palinsesto di FOG – Performing Arts Festival di Triennale Milano Teatro, nonché frutto di una collaborazione con l’Agenda Cultura dell’UBI, promotrice dell’evento.

 

Un programma di due giorni (11-12 marzo) in omaggio a Éliane Radigue, pioniera della composizione elettronica, dallo stile personale, maturato negli anni attraverso varie influenze artistiche, fra cui il Minimalismo e la Musica Concreta, per approdare a un certo prototipo di «ambient music» dal carattere introspettivo, difficilmente classificabile e assimilabile ad altri.

 

Quanto il Buddhismo abbia influenzato la compositrice, anche in questa continua ricerca dall’inafferrabile etichetta, e non solo esplicitamente in opere come Songs of Milarepa o Trilogie de la Mort, è evidente. Ma a volerne rintracciare l’esplicito rapporto, occorre risalire alla metà degli anni Settanta, quando un gruppo di studenti francesi, al termine di una performance, rivolgendosi alla Radigue, commentarono quanto la sua opera fosse in grado di provocare esperienze meditative. Interrogata sulla provenienza della sua musica, evidentemente riconducibile a un altrove, meravigliata, la Radigue rispose: «dal cuore». Ricordando in seguito che: «la storia che eventualmente può raccontare non può che essere la storia dell’ascoltatore, un processo in ogni modo molto intimo»1Citazione tratta da articolo di Roberto Rizzo, Éliane Radigue. Al cuore impermanente del suono, pubblicato su «Ondarock.it», come a sottolineare la percezione soggettiva del fenomeno e l’imprescindibile risonanza con la propria esperienza interiore.

 

L’accostamento alla meditazione fu la scintilla per approcciarsi concretamente al Buddhismo, e approdare così a un centro Centro di Studi Tibetani di Parigi, di tradizione Kagyu, sotto la guida di Pawo Rinpoche.

 

Non sorprende che quella nuova ricerca, eminentemente spirituale, la portò a immergersi nella pratica senza riserve, abbandonando per circa quattro anni la musica. Fu un periodo di distacco dal mondo, in cui tuttavia una certa musica interiore non smise mai di risuonare, fino a farle maturare una consapevolezza, ben descritta dalle sue stesse parole: «In molte tecniche di meditazione, coloro che hanno raggiunto livelli di consapevolezza superiori, spesso si ritrovano con una sensazione di completa unità con la totalità della creazione, per la quale provano un amore infinito e che dissolve la polarità tra il sé e il resto. Il guru Pawo Rinpoche era tra questi e a un certo punto finii col pensare che il povero Maestro si sorbisse chiaramente tutto il tempo questo flusso che mi suonava costantemente per la testa. Così chiesi consiglio e con grande sorpresa, ma anche a conferma dei miei sospetti, mi disse che dovevo tornare fuori a fare musica, alla luce di questo mio nuovo stato, con un’offerta a testimonianza del mio nuovo impegno»2Ibid..

 

Superando questa forma di separazione, facendo così coincidere la sua musica interiore a una nuova esperienza del mondo, la Radigue compose, a partire dai primi anni Ottanta, lavori per l’appunto di eloquente testimonianza della propria esperienza con il Buddhismo.

 

Songs Of Milarepa, per cominciare: opera in cinque parti, dedicata alla vita del famoso yogi e poeta tibetano, fra i capostipiti del lignaggio Kagyu. È interessante sottolineare che si tratta della prima produzione della Radigue a non essere più su nastro magnetico, ma su un supporto di larga fruizione, come il CD (per l’etichetta Lovely Music). Alle Songs si aggiunsero Jetsun Mila e Mila’s Journey Inspired By A Dream, composizione, quest’ultima, per cui si avvalse del canto del lama tibetano Kunga Rinpoche.

 

Trilogie de la Mort è un altro corposo ciclo di opere, ispirate al Bardo Tödröl Chenmo, comunemente noto come il «Libro Tibetano dei Morti», che per fatale coincidenza la coinvolse intensamente non solo nella composizione, ma anche nell’esperienza della perdita del figlio Yves e, pochi mesi più tardi, del suo maestro, Pawo Rinpoche.

 

Anche L’Île Re-Sonante («l’isola risuonante»), considerata dalla critica come una piena attestazione artistica, risente di evidenti influenze buddhiste, già a partire dall’oggetto della sua ispirazione. Si tratta, infatti, di una visione apparsa alla Radigue durante una sessione di meditazione, un’immagine fortemente connessa al linguaggio buddhista: il riflesso di un volto nell’acqua; in questo caso, un’isola in mezzo a un lago, a riflettere il suo volto.

 

Nell’iconografia tibetana, fra gli Otto Oggetti (o Sostanze) di Buon Auspicio, lo specchio risulta essere particolarmente simbolico, prestandosi a numerose interpretazioni, dalla Retta Visione, alla mente: chiara, luminosa e dalla funzione conoscitrice, che tutto riflette senza parzialità. Si parla inoltre di “saggezza simile allo specchio”, di una mente che comprende l’illusione dei fenomeni, la mancanza di distinzione fra percettore e percepito, fra la mente il suo oggetto di osservazione.

 

Sembra quasi un continuum mentale, l’Île Re-Sonante della Radigue. Un pattern di suoni bassissimi, un flusso spirituale, continuo, ricco di sfumature timbriche, al limite dell’impercettibile. Un’esperienza di graduale assorbimento interiore, che pare innanzitutto invitare all’ascolto di sé: alle percezioni più sottili dello spazio in cui si è immersi: una presente consapevolezza, che affina l’ascolto, lasciando cogliere tutte le increspature di un continuo, impermanente flusso mentale, come di un’acqua che scorre.

 

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