Che siete colti ve lo dite da voi. Avete letto tutti gli stessi libri.
Non c’è nessuno che vi chieda qualcosa di diverso.
Lettera a una professoressa
Accade ogni quindici giorni. Ogni quindici giorni, da ora e per un anno, uscirà un articolo che racconta un libro, tutto gestito da noi ragazzini.
A cosa serve un’altra rubrica sui libri, per di più curata da persone che hanno meno di 25 anni? Serve a guardarci in faccia. A dirci quali sono i libri che secondo noi davvero valgono, che a noi hanno insegnato qualcosa, che davvero ci hanno fatto sentire parte di qualcosa, indipendentemente da mode, politiche e piani editoriali.
È un’idea di rubrica civile e ha per noi a che fare con un passaggio orizzontale della conoscenza. Ci spieghiamo meglio, facciamo un salto nel tempo: seguiteci.
Uno dei testi più veri e trascinanti del Novecento italiano non è nato dalla penna di uno scrittore, ma dalle voci schiette di otto ragazzini guidati da un prete moribondo.
È il 1967. A gennaio è morto Luigi Tenco e di lì a breve inizieranno le rivolte e le occupazioni universitarie; ma prima, a maggio, viene pubblicato Lettera a una professoressa (Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 1967), appassionato esempio di scrittura collettiva che denuncia una scuola, quella italiana, che ormai da anni non fa altro che approfondire le disuguaglianze sociali. A pagina uno, in stampatello maiuscolo, si presentano gli autori:
A PRIMA VISTA SEMBRA SCRITTO DA UN RAGAZZO SOLO. INVECE GLI AUTORI SIAMO OTTO RAGAZZI DELLA SCUOLA DI BARBIANA. ALTRI NOSTRI COMPAGNI CHE SONO A LAVORARE CI HANNO AIUTATO LA DOMENICA. QUESTO (…) È UN INVITO A ORGANIZZARSI.
Dopo la pubblicazione di Lettera a una professoressa, il luogo che fa da sfondo alla vicenda diventerà celebre, ma in quell’anno Barbiana non è altro che un paesino di montagna in provincia di Firenze. Meno di cento abitanti, privo di luce elettrica e acqua corrente. È il 7 dicembre 1954 quando vi arriva un giovane prete radicale del cui viso Anna Maria Ortese scriverà che «suggeriva un profondissimo disprezzo per qualcosa di ignoto»: don Lorenzo Milani.
Questo prete radicale lo era davvero: fervente, dogmatico, giunse a Barbiana per un castigo voluto dalla Chiesa e lì conobbe la povertà, lui di famiglia ricca e colta. Gli parve chiaro fin da subito che il motore primo di quelle ingiustizie strutturali fosse la scuola, e da lì iniziò il suo lavoro. Mise su una scuola anomala. Come si legge nella Lettera, nel racconto di uno degli studenti, a Barbiana:
tutti i ragazzi andavano a scuola dal prete. Dalla mattina presto fino a buio, estate e inverno. Nessuno era «negato per gli studi». (…) Né cattedra, né lavagna, né banchi. Solo grandi tavoli intorno a cui si faceva scuola e si mangiava. D’ogni libro c’era una copia sola. I ragazzi gli si stringevano sopra. Si faceva fatica ad accorgersi che uno era un po’ più grande e insegnava. Il più vecchio di quei maestri aveva sedici anni. Il più piccolo dodici e mi riempiva di ammirazione. Decisi fin dal primo giorno che avrei insegnato anch’io.
Subito, chiaro: la scuola è di tutti. E chi impara, subito insegna agli altri.
Poi insegnando imparavo tante cose. Per esempio ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio.
Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia. Dall’avarizia non ero mica vaccinato. Sotto gli esami avevo voglia di mandare al diavolo i piccoli e studiare per me. Ero un ragazzo come i vostri, ma lassù non lo potevo confessare né agli altri né a me stesso. Mi toccava esser generoso anche quando non ero. A voi vi parrà poco. Ma coi vostri ragazzi fate meno. Non gli chiedete nulla. Li invitate soltanto a farsi strada.
La scuola di Barbiana è una scuola dura. È una scuola prima di tutto senza ricreazione e senza vacanze, nemmeno la domenica. Questo sembra il punto più difficile da mandare giù per i borghesi in visita, ma i ragazzi non se ne curano. La loro scuola non è noiosa perché è un’occasione reale di emancipazione. Inoltre, la ricreazione e le vacanze, si legge, aiutano solo i ricchi.
Nelle famiglie privilegiate sono quattordici ore di assistenza culturale di ogni genere. Per i contadini sono quattordici ore di solitudine e silenzio a diventare sempre più timidi.
Soprattutto è una classe senza registro, poiché a causa dei voti:
la classe è immersa nell’ozio o nel terrore. Perde tempo perfino il ragazzo interrogato. Tenta di non scoprirsi. Sfugge le cose che ha capito meno, insiste su quelle che sa bene. Per contentare lei (la professoressa) basta sapere vendere la merce.
È una scuola contro le ripetizioni.
La mattina i professori sono pagati da noi per fare scuola eguale a tutti. La sera prendono denaro dai più ricchi per fare scuola diversa ai signorini. Se un impiegatuccio comunale, a casa sua, a caro prezzo, facesse certificati presto e bene e allo sportello li facesse lentamente e inservibili, andrebbe dentro. Ma non va dentro un professore che fa lo stesso.
Una scuola, e questo è fondamentale per gli autori, contro la bocciatura.
Bocciare è come sparare in un cespuglio. Forse era un ragazzo, forse una lepre. Si vedrà a comodo. Per lei, che ne ha 32, un ragazzo è una frazione. Per il ragazzo la maestra è molto di più. Ne ha avuta una sola e l’ha cacciato. Gli altri due non son tornati a scuola. Sono a lavorare nei campi. In tutto quello che mangiano c’è dentro un po’ della loro fatica analfabeta.
Alla scuola di Barbiana, quando uno lascia, i compagni vanno a riprenderlo. In officina, nei campi: gli si presentano e gli chiedono «Perché non torni? Senza di te la scuola non sa di nulla». Scrivono:
Se si perde loro, la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile.
Finché uno non ha capito, la classe non va avanti.
«Così abbiamo capito cos’è l’arte», si legge nel celebre passaggio che affascinò Pasolini, «è voler male a qualcuno o a qualche cosa. Ripensarci sopra a lungo. Farsi aiutare dagli amici in un paziente lavoro di squadra. Pian piano viene fuori quello che di vero c’è sotto l’odio. Nasce l’opera d’arte: una mano tesa al nemico perché cambi.»
Noi siamo contro un’idea di cultura unica,
dettata da celebrità, moda e politica,
la cultura è altro.
Bocciare non nuoce solo al ragazzo che viene tagliato fuori dalla cultura ma anche alla cultura che viene privata dell’apporto unico di quel ragazzo.
Questo è il punto su cui noi siamo più d’accordo e da cui nasce la nostra rubrica. Noi siamo contro un’idea di cultura unica, dettata da celebrità, moda e politica, la cultura è altro.
La cultura vera, quella che ancora non ha posseduto nessun uomo, è fatta di due cose: appartenere alla massa e possedere la parola. Una scuola che seleziona distrugge la cultura. Ai poveri toglie il mezzo d’espressione. Ai ricchi toglie la conoscenza delle cose. Gianni disgraziato perché non si sa esprimere, lui fortunato che appartiene al mondo grande.[…] Pierino fortunato perché sa parlare. Disgraziato perché parla troppo. Lui che non ha nulla d’importante da dire. Lui che ripete solo cose lette sui libri, scritte da un altro come lui. Lui chiuso in un gruppetto raffinato. […] La scuola selettiva è un peccato contro Dio e contro gli uomini.
Come ricorda bell hooks (professoressa e studiosa d’oltreoceano che si è sempre firmata con le lettere minuscole), nel suo libro Insegnare a trasgredire (Meltemi, 2020):
Nelle aule femministe le docenti erano disposte a riconoscere una connessione tra le idee apprese nei contesti universitari e quelle acquisite nella vita pratica. […] Per i neri, l’insegnamento – l’educazione – era fondamentalmente un atto politico, perché radicato nella lotta antirazzista. Nelle scuole bianche l’unica cosa che si insegna è l’ubbidienza. Il rispetto per la gerarchia.
Secondo la studiosa la soluzione sarebbe: un accesso democratico al processo di teorizzazione. Ovvero: ognuno può creare teoria, cultura.
La scuola deve dare a tutti non solo la possibilità di apprendere ma anche di insegnare. Perché insegnando si capisce meglio ciò di cui si parla, e insegnando si trova un proprio luogo nella società e la si plasma. Quante volte davanti a nostri compagni che portavano in aula la loro esperienza personale abbiamo sentito rispondere: «Non siamo dalla psicologa»?
I ragazzi non si aspettano una terapia. Vogliono una conoscenza significativa, una connessione tra ciò che stanno imparando e le esperienze di vita che attraversano nella loro interezza.
Pensiamo a ciò che scrivono i ragazzi di Barbiana davanti alle parole del preside.
«Considererei questa promozione lesiva dell’onore e della dignità della scuola» mise a verbale un preside. E la scuola chi è? La scuola siamo noi. Come fa a servirla se non serve noi?
Ecco, allora agiamo con la ferma convinzione che la scuola si faccia ovunque e con chiunque. Questa rubrica vuole essere una scuola civile, che insegni a stare insieme, a sbagliare e a sapersi ricredere. Una scuola libera da condizionamenti sociali e politici e al contempo una scuola libera di essere sociale e politica.
Questa rubrica vuole essere una scuola civile,
che insegni a stare insieme, a sbagliare e a
sapersi ricredere. Una scuola libera da condizionamenti sociali e politici e al contempo
una scuola libera di essere sociale e politica.
Noi non vogliamo insegnare perché ci pensiamo più sapienti, vogliamo insegnare perché facciamo parte della cultura. Non scriviamo per metterci al di sopra di nessuno, ma per condividere un sapere.
Niente ricreazione, cercheremo di non svagarci troppo e di parlare di ciò che ci preme. La distrazione l’abbiamo ovunque, ne abbiamo abbastanza. Cercheremo di valorizzare ciò che ognuno può portare con i suoi mezzi, dagli opachi e resinosi dialoghi di Adriano, all’appassionata disamina di Anna Paola, ai cortocircuiti febbrili di Gaia, alla scanzonata ironia di Livia e via così.
Questi testi sono un invito a organizzarci. Invitiamo tutti a lavorare con noi, a creare culture alternative e a valorizzare voci diverse. Soprattutto, a vedere chi abbiamo intorno.
In Africa, in Asia, nell’America latina, nel mezzogiorno, in montagna, nei campi, perfino nelle grandi città, milioni di ragazzi aspettano d’essere fatti eguali. Timidi come me, cretini come Sandro, svogliati come Gianni. Il meglio dell’umanità.
Io, Lidia, Pietro, Marzia, Alessandro, Andrea e gli altri, come quelli di Barbiana, ci identifichiamo con i ragazzini di tutto il pianeta e, se ci è concesso, ci piacerebbe farlo con quelli di tutti i pianeti. Nella più viva convinzione che ci sia vita ovunque, anche laddove la nostra cultura non è ancora arrivata.
- Aspettare, ma cosa?
- Una scuola che non ci tradisca





