
I mudra sono gesti delle mani e posizioni delle dita che nell’arte buddhista rappresentano simbolicamente i vari ruoli e stati mentali del Buddha. Comparvero per la prima volta in alcune statue greco-buddhiste del Gandhara nel I secolo, per poi essere apparentemente codificati già nel III secolo (mudra significa ‘sigillo’ o ‘segno’ in sanscrito).
Poiché le dita della mano dovrebbero rappresentare i cinque livelli di consapevolezza necessari per raggiungere la buddhità, le varie configurazioni gestuali sono considerate una sintesi di questi fattori. I mudra esprimono anche i temi centrali di particolari episodi della vita del Buddha, proponendosi dunque come utili dispositivi narrativi e pedagogici per quanti hanno familiarità con il loro simbolismo. Di norma sono eseguiti da autorevoli figure religiose come il Buddha e i bodhisattva.
Del gran numero di mudra che sono stati sviluppati nel corso del tempo, i cinque principali sono:
- l’abhaya mudra (il più comune)
- il dharmachakra mudra
- il bhumisparsha mudra
- il varada mudra
- il dhyana mudra
Altri mudra ricorrenti nell’iconografia buddhista sono il vitarka mudra, il bodhyagri mudra, il vajrapradama mudra e l’anjali mudra, tutti varianti o derivazioni dei cinque mudra principali.
I mudra si ritrovano anche nell’iconografia induista e jainista, seppur in misura minore e solo dopo il loro consolidamento nel buddhismo. Le forme di danza classica, in particolare quelle indiane legate alla religione, presentano anch’esse un repertorio di gesti simbolici.
1. Abhaya mudra

L’abhaya mudra è associato al quinto Dhyani Buddha, Amoghasiddhi. Simboleggia la pace e l’amicizia e denota l’attività di pacificazione, rassicurazione o protezione di colui che lo compie. È eseguito con la mano destra o con entrambe le mani rivolte verso l’osservatore, con le dita distese e il palmo leggermente curvo. Quando viene fatto solo con la mano destra, la sinistra solitamente pende liberamente lungo il corpo nella posizione del varada mudra.
L’ abhaya mudra è uno dei gesti rituali e simbolici più diffusi nell’induismo, nel jainismo, nel sikhismo e nel buddhismo. In tutto il Sud-est asiatico è un’espressione di benevolenza che compare spesso nelle immagini di divinità, santi e grandi maestri (o guru), il che lo rende non solo un gesto riconoscibile, ma anche un segno di associazione con il divino.
Appare in maniera più significativa nell’arte buddhista, in dipinti murali, sculture, thangka e stampe, ai quali conferisce un particolare significato simbolico. Se compiuto con la mano sinistra, come di norma avviene nel buddhismo Theravada, è considerato un gesto di avvertimento o un comando di arresto. Questa interpretazione trae origine da una famosa storia buddhista, in cui il Buddha riesce a fermare un elefante inferocito aizzatogli contro dal losco Devadatta, suo nipote e discepolo, semplicemente stendendo la mano nell’abhaya mudra. In un altro episodio, il Buddha utilizza lo stesso gesto per appianare una lite familiare scoppiata per l’uso dell’acqua.
Il modo di riprodurre questo mudra ha subito lievi modifiche nel corso del tempo. Nell’arte del Gandhara, per esempio, la mano è tenuta all’altezza della spalla, ma in epoche successive, dal V secolo e.v. in poi, inizia a scendere fino a posizionarsi all’altezza dell’anca. Pur comparendo principalmente nelle rappresentazioni di Amoghasiddhi in piedi, l’abhaya mudra è associato anche al Buddha che cammina nelle scuole Theravada della Thailandia e del Laos.
2. Dharmachakra mudra

Dei cinque mudra principali, il più diffuso nell’arte buddhista è il dharmachakra mudra, utilizzato da varie scuole e associato al primo Dhyani Buddha, Vairocana, uno dei cinque aspetti del Buddha secondo la concezione tibetana delle cinque famiglie di Buddha.
Il gesto prende il nome dalla dharmachakra, o ‘ruota della legge’, e fa riferimento al primo sermone tenuto dal Buddha a Sarnath. Mani e dita sono disposte in modo particolare, per evocare particolari stati spirituali e valori insegnati dal Buddha. Le mani sono portate entrambe all’altezza del petto, con i pollici che toccano gli indici formando una ruota. Le punte delle dita che chiudono queste due ruote si toccano a loro volta, con il palmo della mano sinistra rivolto all’interno e quello della destra, tenuto poco più in alto, rivolto all’esterno.
Quando viene eseguito da Vairocana, il mudra indica l’ignoranza che viene dissipata dalla saggezza della realtà, rappresentata dalla messa in moto della ruota dell’insegnamento del dharma. Secondo alcune interpretazioni, le tre dita distese della mano destra rappresentano i tre veicoli (yana) di cui parla la tradizione buddhista Mahayana, mentre quelle della mano sinistra denotano la capacità di seguire questi yana. Il simbolismo si estende anche ai palmi aperti: quello della mano destra corrisponde al metodo di trasmissione degli insegnamenti e quello della sinistra all’acquisizione della saggezza mediante l’interiorizzazione dei suddetti insegnamenti. Quando la mano sinistra tiene un lembo della veste, come accade nelle prime immagini iconiche , il messaggio che si vuole trasmettere è di rinuncia.
Variante e possibile derivazione del dharmachakra mudra, il vitarka mudra è anch’esso un ‘gesto dell’insegnamento’. Qui la mano destra è sollevata all’altezza del petto con il palmo rivolto all’esterno: pollice e indice si toccano (a rappresentare la ruota della legge), mentre le altre dita sono puntate verso l’alto. La mano sinistra è invece appoggiata sul grembo con il palmo rovesciato, sebbene in alcune versioni compaia all’altezza dell’anca, con le dita puntate verso il basso, il palmo rivolto all’esterno e il pollice e l’indice che si toccano formando la simbolica dharmachakra.
3. Bhumisparsha mudra

Gesto simbolico tanto nell’iconografia quanto nella pratica buddhiste, il bhumisparsha mudra è un gesto importante, in quanto simboleggia l’esatto momento del conseguimento dello stato di Buddha, vale a dire l’istante in cui il principe Siddhartha raggiunge l’illuminazione sotto l’albero di pipal (noto anche come albero della bodhi). Tradotto letteralmente come ‘mudra che tocca la terra’, spesso è definito anche gesto del ‘testimone della terra’ ed è solitamente è accostato al Dhyani-Buddha Akshobhya.
La figura che esegue il mudra è sempre ritratta in posizione seduta, con la mano destra sopra il ginocchio e le dita allungate in direzione della terra. In quanto espressione di incrollabilità, il bhumisparsha mudra simboleggia il trionfo dello spirito sulla materia e la sua liberazione dai vincoli della vita mondana. È considerato un’invocazione alla dea della terra, che fu testimone dell’ascensione del Buddha allo stato di illuminazione. Quando il gesto della mano destra è accompagnato dal posizionamento della sinistra sul grembo con il palmo rivolto verso l’alto, come avviene nel dhyana mudra, all’intera configurazione viene attribuito il significato di unione tra mezzi abili (upaya) e saggezza (prajna).
Il bhumisparsha mudra è interpretato anche come la proclamazione della sconfitta delle tentazioni e delle intenzioni malvagie personificate dal re demone Mara, e come atto di sfida alla sua supremazia. La sconfitta di Mara è un episodio importante nel canone artistico buddhista e una storia molto conosciuta, che narra di come Mara cercò di spaventare e distogliere Siddharta dalla risoluzione a diventare Buddha facendo ricorso alle sue armate di demoni e alle arti seduttive delle sue figlie. Reclamando per sé il trono dell’illuminazione, il demone schierò il proprio esercito per rivendicare il diritto a occupare quel posto. Come tutta risposta, Siddharta allungò la mano e toccò il suolo, chiamando la terra a essere testimone della sua irremovibilità. Nel simbolismo del gesto è dunque insito anche il concetto del trionfo del bene sul male.
Secondo alcune tradizioni, lo stesso mudra fu utilizzato da Akshobhya per trasformare l’illusione della rabbia nello specchio della saggezza. Quest’ultimo significato trova riscontro negli insegnamenti buddhisti, nei quali il controllo dei sensi e delle emozioni viene spesso enfatizzato quale mezzo per raggiungere il vero risveglio.
4. Varada mudra

Il varada mudra è associato al terzo Dhyani Buddha, Ratnasambhava, e in tutto il Sud-est asiatico ricorre con estrema frequenza nelle statue che ritraggono il Buddha. Viene raffigurato ed eseguito in posizione seduta o eretta ed è comunemente conosciuto come il ‘mudra dell’elargizione di favori/doni’, o dana mudra. In India fece la sua comparsa nel IV-V secolo, con le prime rappresentazioni di Avalokitesvara .
Seppur ampiamente considerato un gesto che indica generosità o l’esaudimento di un desiderio o di un voto, il varada mudra è connesso anche alla salvezza e alla liberazione, essendo spesso rappresentato in associazione con personaggi divini il cui scopo è liberare l’umanità dall’avidità, dalla rabbia e dall’illusione.
La mano che nelle riproduzioni artistiche compie il gesto è quasi sempre la sinistra, con le cinque dita orientate verso il basso e il palmo rivolto verso l’osservatore.
Nelle figure in piedi, il braccio sinistro è steso in basso e leggermente distanziato dal corpo, con il gomito piegato all’altezza della vita. In quelle sedute, la mano è invece portata sul petto. Alcune interpretazioni attribuiscono una valenza simbolica anche alle cinque dita estese, che sono intese come le cinque perfezioni (paramita): generosità, moralità, pazienza, perseveranza e concentrazione meditativa.
Quando viene rappresentato con entrambe le mani, la mano destra assume di norma la posizione dell’abhaya mudra, dando così origine a una combinazione gestuale nella quale sarebbe implicita l’unione concettuale degli aspetti femminili (la saggezza) e maschili (l’azione).
5. Dhyana mudra

Il dhyana mudra, l’ultimo dei cinque mudra che si ritrovano comunemente nell’arte buddhista, fa riferimento al tempo che il principe Siddharta passò in meditazione sotto l’albero di pipal prima di raggiungere l’illuminazione. Il termine dhyana, che significa ‘meditazione’ in sanscrito, indica uno stato di concentrazione profonda ed è associato soprattutto al quarto Dhyani Buddha, Amitabha. Conosciuto anche come yoga mudra, si sarebbe sviluppato come elemento iconografico nel Gandhara, anche se era diffuso nelle pratiche yogiche già molto tempo prima.
Il dhyana mudra si esegue da seduti nella postura padmasana (a gambe incrociate) e nelle raffigurazioni che ne ha dato l’arte solitamente coinvolge entrambe le mani, appoggiate sulle cosce o sul grembo; la destra, con le dita completamente distese e il palmo rivolto verso l’alto, è posta sopra la sinistra, che ha una posizione analoga. Ciò che differisce nelle varie tradizioni è l’orientamento dei pollici. In India sono paralleli alle altre dita e l’uno all’altro, mentre nel buddhismo Wei cinese sono leggermente angolati verso l’esterno e formano un triangolo, simbolo dei Tre Gioielli del buddhismo. La sovrapposizione delle mani sta a suggerire come il metodo o i mezzi (simboleggiati dalla mano destra) si possano acquisire soltanto con la saggezza della meditazione (simboleggiati dalla mano sinistra). In alcune tradizioni, la mano tenuta sopra è interpretata anche come realizzazione o illuminazione e quella sotto come il mondo delle apparenze, a indicare che la meditazione è il mezzo per raggiungere la prima trascendendo il secondo.
In alcuni casi, il mudra è eseguito con la mano sinistra, che riposa in grembo con il palmo rivolto verso l’alto e rappresenta il principio della saggezza o del vuoto meditativo. Occasionalmente viene raffigurata mentre regge un oggetto rituale (per esempio un testo o una ciotola delle elemosine), come accade in alcune rappresentazioni di Bhaisajyaguru, o ‘Buddha della Medicina’, che tiene in mano una ciotola per i rimedi.
Assai diffuso nel buddhismo Theravada, questo mudra viene rappresentato e praticato anche nella variante del samadhi mudra, con gli indici e i pollici delle mani sovrapposte sollevati fino a toccarsi.
6. Anjali mudra

Un altro gesto stilizzato delle mani che si ritrova con frequenza nell’iconografia buddhista e induista è l’anjali mudra, simbolo di rispetto e devozione. Le mani sono giunte davanti al petto, con le dita allineate verticalmente e, in alcuni casi, i pollici all’indietro. Nel buddhismo, l’anjali mudra è associato in particolare al bodhisattva Avalokitesvara, che nelle sue forme a quattro, otto e mille braccia è spesso ritratto con i palmi leggermente aperti, come a formare una coppa.
In alcuni casi, soprattutto nelle narrazioni induiste, l’anjali mudra può rappresentare l’umiltà e la resa. Nell’arte buddhista esprime invece un atto di devozione e profondo rispetto. Viene pertanto eseguito da figure come i bodhisattva e i sovrani al cospetto del Buddha, ma raramente dal Buddha stesso. Inoltre, seppur simile visivamente al gesto del namaste (o namaskar), si differenzia da quest’ultimo per il contesto. Il namaste è infatti un gesto di saluto comunemente utilizzato nella vita di tutti i giorni che esprime un certo grado di rispetto, ma che, a differenza dell’anjali mudra, non sempre significa riverenza o devozione. Sebbene i due termini siano spesso considerati interscambiabili, quello più appropriato nel caso dell’arte buddhista è anjali mudra.
Nella scultura e nella pittura del subcontinente indiano, l’anjali mudra appare in maniera consistente almeno fin dal I secolo a.e.v. Su alcuni bassorilievi è presente una sua variante, dal significato non del tutto chiaro, dove i polsi sono girati in modo tale per cui il dorso della mano destra è rivolto verso l’osservatore. Nel Vajrayana e in altre forme di buddhismo orientale si crede che Shadakshari Lokeshvara (Avalokitesvara nella forma a quattro braccia) nella posizione dell’anjali mudra tenga nel piccolo spazio tra i palmi delle mani una gemma (simbolo dell’amore e dell’illuminazione) che solo lui può vedere, intesa come rappresentazione della natura profondamente personale dell’illuminazione e della sua invisibilità agli esseri che percepiscono il mondo soltanto in termini materiali.
Approfondimenti
Robert Beer, The Handbook of Tibetan Buddhist Symbols (Shambhala, Boston, 2003).
Robert Beer, The Encyclopedia of Tibetan Symbols and Motifs (Shambhala, Boston, 1999).
Kelsey Ables, “The Complex Meanings behind Hand Gestures in Buddhist Art,” Artsy.
Steven Kossak, “The Arts of South and Southeast Asia,” in The Metropolitan Museum of Art Bulletin LI, n. 4 (2011).
Kurt Behrendt, “Tibet and India Buddhist Traditions and Transformations, in ” The Metropolitan Museum of Art Bulletin LXXI, n. 3 (2014).




