Sabato 22 e domenica 23 marzo 2025 è andato in scena Sahara, spettacolo di Claudia Castellucci e della sua Compagnia Mòra, presso Triennale Milano Teatro.
L’Unione Buddhista Italiana, tramite la sua area Cultura, ne ha sostenuto la produzione, seguendo fra l’altro le tappe salienti del processo che ha condotto alla sua realizzazione: dagli esordi della ricerca, presso il palco di Triennale Milano Teatro (gennaio 2024), ma anche e soprattutto durante una fase di residenza svoltasi al Monastero Zen di SanboJi, sulle colline parmensi (maggio 2024). In entrambe queste occasioni, un gruppo di studenti dell’accademia SAE Institute Milano, coordinati dal direttore accademico Emiliano Alborghetti e dall’assistente alla didattica Adalberto Roncalli, hanno ripreso alcuni momenti della ricerca artistica.
Diego Eirale, Elisa Carta, Filippo Zucconi hanno così prodotto una serie di video, fra cui uno che qui vi proponiamo: una personale interpretazione di quanto osservato durante una delle fasi di gestazione dello spettacolo Sahara.

Osservare la ricerca
Emiliano Kōtai Alborghetti
Come docente e direttore accademico di SAE Milano, sede italiana di una realtà internazionale dedita alla formazione applicata nell’ambito dei media digitali e della produzione audiovisiva, ho maturato negli anni il pensiero che anche in settori così fortemente condizionati dalle tecnologie, il profilo di nuovi professionisti veramente consapevoli del proprio ruolo debba necessariamente comprendere, oltre all’apprendimento degli indispensabili principi teorici e capacità tecniche, anche lo sviluppo di una serie di componenti non definibili altrimenti che conoscenze inespresse, non codificate e non codificabili, comunemente associate alla maestria dell’artigiano ma altrettanto fondamentali per la creazione di contenuti tecnologicamente mediati. Si tratta quindi di conoscenze più legate al sapere del corpo e della mano che a quello logico/razionale, in quanto tali acquisibili solo attraverso l’esperienza immediata e diretta, scevra il più possibile da costrutti o aspettative.
Per questo motivo, da praticante Zen nel Sangha della Foresta di Bambù del Maestro Tetsugen Serra, ho accolto con grande entusiasmo la proposta dell’area Cultura di UBI di offrire a un gruppo selezionato di nostri studenti la possibilità di osservare la ricerca artistica, condotta da Claudia Castellucci con la Compagnia Mòra, che ha portato alla costruzione dello spettacolo Sahara, in particolare durante la residenza svolta dalla Compagnia presso il monastero SanboJi di Berceto nel maggio 2024.
L’invito ha incontrato altrettanto e anche maggiore entusiasmo da parte di Diego Eirale, Elisa Carta e Filippo Zucconi, brillanti studenti del corso triennale di Diploma accademico in Produzione Video che, sotto la guida attenta e premurosa di Adalberto Roncalli, tutor didattico del corso di studi, hanno partecipato alla residenza al monastero realizzando un contributo video che racconta l’esperienza di quei giorni, in cui si sono esercitati ad ascoltare con gli occhi, osservare con le orecchie, pensare con il corpo.
Il video qui proposto si integra e si completa con due brevi riflessioni scritte da Diego, Elisa, Filippo e Adalberto, restituendo una testimonianza inedita sulla genesi della danza Sahara. Testimonianzain cui, per usare le parole di Roland Barthes, «il testo non “commenta” le immagini. Le immagini non “illustrano” il testo: […] testo e immagini, nel loro intreccio, vogliono assicurare la circolazione, lo scambio di questi significanti: il corpo, il viso, la scrittura, e leggervi il distacco dei segni.»
Parte di qualcosa di più grande
Diego Eirale, Elisa Carta, Filippo Zucconi
Il nostro primo incontro con il progetto Sahara è avvenuto alla Triennale di Milano, in un’atmosfera carica di attesa e mistero. Non ci era stato detto molto su cosa avremmo dovuto filmare, e questa incertezza ci ha accompagnati fino al momento in cui le luci si sono abbassate, lasciandoci soli nel buio del teatro. All’inizio la scarsa luminosità sembrava un ostacolo, ma presto ci siamo accorti che proprio la luce filtrata dal fumo creava delle immagini potenti, quasi dei quadri in movimento. Guardare i partecipanti tradurre quelle immagini nei loro disegni ci ha fatto sentire parte di qualcosa di più grande, un processo di creazione collettiva in cui anche noi, con le nostre videocamere, stavamo cercando di catturare e restituire un’esperienza.
La vera immersione nel progetto è avvenuta però la primavera successiva, quando siamo stati accolti al monastero SanboJi durante la residenza di Claudia Castellucci e della sua Compagnia. Il viaggio stesso verso Berceto ci ha dato la sensazione di attraversare una soglia: ci stavamo lasciando alle spalle la città per entrare in un luogo sospeso, fuori dal tempo. Il silenzio non era vuoto, ma denso di significato, interrotto solo dai suoni della natura e dai campanelli mossi dal vento. La pioggia del primo giorno ci ha invitato a esplorare gli spazi interni, a osservare il modo in cui l’architettura del monastero sembrava accogliere le persone e trasformarsi con loro. Abbiamo cercato di raccontare questa interazione attraverso l’obiettivo delle telecamere, lasciandoci guidare dalle sensazioni più che dalla tecnica.
La mattina successiva il suono delle campane ci ha svegliati e ci ha condotti, insieme ai danzatori della Compagnia Mòra, alla meditazione e agli esercizi di risveglio energetico guidati dal maestro Tetsugen Serra. In quel momento, tutto ha assunto una nuova prospettiva: eravamo lì non solo per documentare, ma per vivere in prima persona quell’esperienza. Abbiamo percepito la connessione tra il corpo, la mente e l’ambiente, e questo ha cambiato profondamente il nostro modo di filmare. Ogni gesto dei performer, ogni pausa, ogni movimento sembrava essere in dialogo armonico con il luogo.
Durante le riprese delle prove di Sahara, ci siamo resi conto che il nostro compito non era solo quello di catturare le immagini, ma di rispettare il ritmo naturale degli eventi, lasciandoci trasportare e spogliandoci di ogni convinzione, soprattutto nei confronti delle nostre stesse azioni. Abbiamo dovuto reimparare a coordinarci tra di noi, trovare un equilibrio tra intuizione e tecnica, tra la necessità di raccontare e quella di non interferire. La “stasi”, un concetto su cui Claudia Castellucci è tornata spesso guidandoci durante il lavoro, non era più un’assenza di movimento, ma un’apertura all’ascolto. Il monastero e lo spettacolo sembravano parlare la stessa lingua: quella dell’attesa, della presenza totale nel momento.
Nei mesi successivi abbiamo rivisto il girato per procedere con il montaggio dei materiali, cercando di far emergere un’unica voce dal nostro lavoro collettivo. Ognuno di noi ha portato la propria sensibilità, il proprio sguardo, ma senza imporlo: volevamo che il video restituisse l’esperienza nella sua intima verità, senza sovrastrutture mentali interpretative.
Ora che il lavoro è finito, guardandolo sentiamo di essere riusciti a creare qualcosa che va oltre la semplice documentazione. Siamo grati di essere stati parte di questo percorso e orgogliosi di aver potuto realizzare un’opera che speriamo riesca a trasmettere l’esperienza vissuta insieme alla Compagnia di Claudia Castellucci, fornendo un ulteriore punto di osservazione per entrare nel profondo della danza di Sahara.
Il risultato rimane una traccia di quello che abbiamo vissuto, un racconto visivo di un’esperienza che ci ha arricchito non solo dal punto di vista tecnico e artistico, ma anche umano: un’occasione unica per esplorare nuove modalità di espressione e di riflessione sull’arte e sulla spiritualità.
Accedere a un’altra dimensione
Adalberto Roncalli
Trascorrere tre anni nel Sud-Est asiatico mi ha insegnato che il silenzio autentico può esistere anche in una metropoli, purché si trovi riparo in templi e monasteri. Quando Emiliano Alborghetti mi ha proposto di collaborare alla realizzazione di un video su una residenza artistica ospitata in un monastero Zen, la mia curiosità si è subito accesa. Non avevo mai riflettuto a fondo su cosa significasse avere un monastero Zen in Italia, né su come questo potesse conciliare la propria vocazione contemplativa con una società moderna, segnata dalla frammentazione dell’esperienza e dalla costante accelerazione del tempo.
Entrare nel monastero è stato come accedere a un’altra dimensione. Ogni gesto di monaci, residenti e partecipanti era ridotto alla sua essenzialità più pura, spogliato di qualsiasi sovrastruttura. Una gestualità non semplicemente coreografica, ma parte di un linguaggio non verbale che incarna la filosofia Zen. Non si trattava di documentare una rappresentazione nel senso tradizionale, ma una pratica performativa in cui azione e contemplazione si fondevano in un unico respiro. Anche l’architettura del luogo sembrava partecipare a questa sinergia: il monastero, con il suo equilibrio tra tradizione orientale e contesto rurale emiliano, ribadiva che il silenzio non è solo assenza di suono, ma una condizione attiva di ascolto e presenza.
La coreografia che abbiamo filmato rispecchia perfettamente questa atmosfera. I movimenti dei ballerini erano allo stesso tempo mistici e naturali, intrecciandosi armoniosamente con il gioco di silenzi e suoni della colonna sonora. La loro gestualità mi riportava alla mente gli insegnamenti ascoltati la sera prima, quasi come se quelle parole prendessero forma davanti ai miei occhi.
Il monastero non è stato solo il contesto della performance, ma un organismo vivente in cui ogni dettaglio contribuiva a creare un’atmosfera sospesa tra dimensione terrena e trascendenza. Il tempo stesso è sembrato perdere la sua struttura lineare, trasformandosi in un eterno presente. Ogni azione, dalla preparazione del tè alla danza, veniva eseguita con la stessa attenzione, rivelando come la pratica Zen non separi la vita quotidiana dalla dimensione spirituale, ma le intrecci in un’unica esperienza di consapevolezza.
Terminata la ripresa, ho riflettuto su quanto il pensiero Zen possa offrire una risposta al disorientamento della modernità. Viviamo in un’epoca segnata dall’eccesso di stimoli e dalla difficoltà di abitare il presente. L’esperienza nel monastero mi ha ricordato che la vera comprensione non passa solo attraverso la mente, ma anche attraverso il corpo, il respiro e il silenzio. Forse, la più autentica delle danze è proprio quella che si svolge nella piena consapevolezza di ogni singolo passo.


