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Courtesy: Monastero Zen SanboJi – Tempio dei Tre Gioielli

Danzare al monastero

Tempo di lettura: 10 minuti

Potrebbe, in fondo, associarsi a una danza, il ritmo che scandisce il tempo al monastero. Il silenzio, l’osservazione, la disciplina, che infondono di consapevolezza i gesti rituali di chi medita – così come di chi danza – favoriscono, in un coincidere di intenti, la ricerca. La scena degli “attori” è stata, in questo caso, la medesima: lo spazio del monastero. È qui, presso il Monastero Zen SanboJi, che si è svolta la seconda parte della residenza di Claudia Castellucci e della sua Compagnia, avviata lo scorso gennaio a Milano, sul palco di Triennale Teatro. Dal 14 al 17 maggio, ha avuto questa volta luogo nel suggestivo eremo del maestro Tetsugen Serra, situato sull’Appennino Parmense. In una dimensione di scambio e apertura con la comunità monastica, alla presenza di insegnanti di Dharma (di tradizione zen e tibetana), il “ritiro” è stato pensato come un arricchimento volto alla costruzione dello spettacolo Sahara, il cui debutto avverrà in autunno al Festival delle Colline Torinesi e in inverno presso Triennale Milano Teatro, grazie al contributo dell’Agenda cultura.

Il progetto, come nella prima fase di ricerca, ha coinvolto partecipanti provenienti da Centri associati UBI, fra cui l’attrice Marta Laneri, praticante presso Enkuji Tempio di tradizione Zen Soto di Torino. A lei, così come a Claudia Castellucci, abbiamo chiesto di raccontarci la propria esperienza, di questo insolito danzare al monastero.

Forma di conoscenza degli oggetti: copia dal vero. Disegnato al seminario «Sahara» di SanboJi.

Il deserto impreca
non vuole abitanti, con le loro quantità di vite

Claudia Castellucci

Il trait d’union che ha associato la compagnia di danza Mòra (“mòra” è la più piccola pausa necessaria per distinguere due suoni) e UBI (Unione Buddhista Italiana) è il deserto.

Luogo condizionato, per la sua vita al limite della sopravvivenza, il deserto ha attirato, lungo i secoli e in ogni latitudine, asceti e anacoreti. La sua seduzione proviene dal suo tenere sotto pressione, allo stesso tempo, sentimenti opposti che si guardano in faccia, come in uno specchio. Un polo è: il vuoto di vita, il silenzio di colpi e di voci, la luce diretta e liscia, l’assenza di simili. L’altro polo è: la ridda di immagini mentali e di ricordi, il chiasso di un corpo da solo, l’ombra generata da un unico soggetto: se stessi, e la compagnia continua, insistente, delle proprie idee. I poli sono l’apertura sterminata, da un lato, e il ‘vicolo cieco’ dell’unico soggetto che sta lì, dall’altro. La vita è messa sotto torchio da queste tensioni che stirano al massimo tutte le possibilità umanamente sopportabili. Il deserto è una prova di vita.

Il nostro riferirci al deserto è del tutto risparmiato dall’ustione di queste dicotomie, né facili né pacifiche. Eppure, benché in modo tenue e adolescente, intuiamo questo luogo come una base fidata, in questo tempo, per una danza nuova. Nuova nel senso di chi comincia da zero, senza riferimenti, spogliata di abitudini, ma anche di presunzioni; non in confronto, comunque, con ciò che già esiste. C’è un balbettare che ha bisogno del deserto per vedere, per ascoltare, per sentire con sensi risvegliati. E c’è un mettersi dalla parte dell’ignoranza come ricominciamento e come trasvalutazione delle cose risapute, per cui non ci può essere base più vera di un deserto. Il richiamo all’ignoranza è un rifugio, una difesa –soprattutto un distacco; non una posa, una mesta dichiarazione di modestia, o un protervo sapere di non sapere. Il deserto è allo stesso tempo una condizione e una meta, il luogo limite in cui possiamo dire: “da qui, in poi”. E il resto della frase non sarà “…tutto cambierà”, nel senso di aggiunta di nuove forme che andranno a incrementare l’elenco del reale, ma nel senso di una interruzione e di una stasi. Nel comune modo di intendere, la stasi è ritenuta uno ‘stallo’. Nella danza invece è espressione di un’attenzione tesa al rapporto con tutte le cose, tanto che si può dire che ogni movimento ben fatto dovrebbe provocare, anche in chi lo vede, uno stato di quiete, cioè una coscienza cristallina del rapporto con il mondo e con il tempo.

Con queste pulsioni ci siamo avvicinati al significato del deserto, cercando di tenere viva quantomeno la sua severità nel trattamento delle dicotomie, vista la nostra comoda lontananza dalle sue asprezze reali. E abbiamo condotto una serie di esercizi mentali e temporali, alcuni di questi estesi anche all’esterno, ad altre persone, nella circostanza di una promozione della nostra danza da parte dell’UBI, Unione Buddhista Italiana.

Stiamo dunque costruendo una danza che si intitola Sahara. La coreografia la concepisco io, ma uso il plurale perché la danza della nostra compagnia qualifica veramente un modo di interpretare che è creare. In questo, i danzatori sono più simili ai musicisti e agli atleti che non agli attori, per il fatto che la loro impronta dirige la musica o l’esercizio in modo peculiare.

Courtesy: Monastero Zen SanboJi – Tempio dei Tre Gioielli

Per due volte abbiamo sperimentato due ‘Ouverture’ in cui abbiamo esteso i nostri esercizi a persone esterne: una a Milano, al Teatro della Triennale, e una a Berceto, presso il monastero SanBoJi, grazie all’invito del maestro Tetsugen che lo presiede. Da alcuni anni ci ritroviamo a teorizzare –e siamo alla ricerca di– una ‘nuova Abitudine’, che nasce da un sentimento di dissenso verso l’abitudine al mondo domestico delle tradizioni e delle mode. Questo sentimento ci ha portato a guardare ad altre tradizioni, ad abitare i loro calchi riempiendoli di un contenuto improprio. Quest’azione, che potrebbe definirsi parassitaria, dal momento che succhia linfe estranee per tenersi in vita, sorge da una critica della realtà sociale locale e ci spinge ad andare, anche fisicamente, in altri luoghi per attingere sentimenti e comportamenti che, anche per contrasto, mettono in discussione la nostra danza e la nostra abitudine. La crisi generata in questo rapporto, è ciò che qualifica e distingue una ‘nuova Abitudine’ da un qualsiasi assaggio della varietà del mondo, compreso il suo consumo turistico. La crisi striglia l’abitudine e il modo di danzare quando entriamo in contatto con luoghi non deputati alla danza e, fuori dai settori familiari, la nostra danza è giudicata. Ora, questo giudizio serve a chiarificare il nostro processo di decantazione, verso una trasparenza della danza. La crisi dunque risplende ogni volta che ci apprestiamo a entrare in una matrice aliena e si fa sentire nei nervi e nei pensieri durante la danza. Essere passati a SanBoJi ha chiarito questa crisi.

Quando si entra in contatto con le persone, il primo livello della crisi è la mediazione imperfetta del linguaggio verbale, cui ci affidiamo come strumento principale per la comprensione. Ma l’entrata nella casa di altri manifesta la fallacia di questa credenza e la necessità di un venirsi incontro nel mettere sul tavolo parola per parola. Questo è un esercizio che smantella l’impalcatura del linguaggio convenzionale e dunque anche certe strutture del pensiero che al linguaggio si affidano. In pochi giorni, sì, si può parlare, ma tra persone di abitudini diverse, la leva più adatta a costruire è piuttosto l’ascoltare, e partecipare a forme di linguaggio che non prevedono la parola, e così è stato. L’ascolto è verso la manifestazione del corpo, momentaneamente muto o molto parco di parole che -tra l’altro- per i danzatori sono un problema basilare nel loro essere paladine di sottintesi culturali considerati universali, di pregiudizi dati dall’appartenenza di gruppo, di gerghi esclusivi e identitari, insomma di tutte quelle comodità pratiche che rendono il linguaggio così utile a sbrigare faccende, ma anche così infido e brutto. Abbiamo piuttosto disegnato e dipinto, per conoscere e trasmettere il pensiero; abbiamo mimato e danzato, per comunicare. Il linguaggio verbale, lasciato a se stesso, è quello che più di ogni altra cosa mostra il fianco in fatto di comprensione, quando le parti si trovino a spiegare ognuna il proprio punto di osservazione.

Nel ritmo cenobitico del monastero durante il pasto si osserva il silenzio. L’ascolto riceve passivamente i suoni della stanza, compresi quelli della bocca in movimento, ma secondo la funzione del mangiare. Questo è un momento di comprensione del silenzio che ci riguarda. È insolito, per noi danzanti, tacere durante i pasti, perché ci carichiamo di silenzio per tutto il tempo e, giunto il momento di mangiare, si parla di qualsiasi cosa. Così il silenzio, nella condizione cenobitica, è per noi una prosecuzione, severa perché ostinata, del comportamento che teniamo nella ginnastica e nella danza; ma è anche un modo per consumare il pranzo in una forma ritualizzata, in contrasto con ciò che comunemente viene definito ‘pausa-pranzo’, a siglare la sua inutilità produttiva. Qui –ci viene detto- il pasto, come qualsiasi altra cosa ordinaria, è una ‘pratica’ alla stessa altezza delle manifestazioni più luminose e rare. La giornata dei seminari è ritmica, ha una scansione temporale prestabilita. Il nostro modo si è scontrato con il super-ritmo del monastero, e si è dovuto adattare; è entrato in un’altra abitudine cercando nell’attrito del luogo la propria danza, e il luogo della danza è stato proprio il tempio, il luogo dedicato allo zazen, la meditazione da seduti, che il maestro Tetsugen ha pure presentato a chi volesse prendervi parte. Così come ha spiegato gli esercizi fisici mattutini, che risuonano familiari per il fatto di essere ‘figurativi’, cioè essenzialmente mimici di azioni riconoscibili. Ma il fatto di richiamare anche specifici sentimenti provoca per la maggior parte di noi una reticenza, perché viene a mancare il retroterra di una narrazione ben precisa, seppure tradotta in modo comprensibile e generale.

Questo è il luogo di un incontro nato da una parola: il deserto, che a SanboJi è stato fervido nello scontro dei ritmi e dei pensieri. Ma quando il confronto tocca lo scopo delle reciproche prospettive, siamo di fronte a una dicotomia che per i danzatori è quella tra arte e redenzione. Ed è come se rinnovassero e approvassero quell’originario distacco tra arte e religione, un tempo indissolubili, per timore di confondere sia l’una che l’altra. Dei fedeli non possiamo descrivere lo scopo; non vogliamo affermare alcuna distinzione tra ‘noi’ e ‘loro’, né tracciare facili sincretismi, perché non è questo lo scopo di questo incontro. Noi, per parte nostra, ci fidiamo del fatto che l’arte sia soltanto una tecnica specializzata per generare conoscenza e bellezza. Questo lo diciamo con sommo rispetto verso chi ritiene la vita stessa ‘arte’, scoperta e cammino. E allora cos’è quest’arte che abbiamo portato nel tempio? Be’, è un fatto, un’affermazione, un modo di attraversare il tempo e imbrogliarlo nel suo fatale meccanismo.

Courtesy: Monastero Zen SanboJi – Tempio dei Tre Gioielli

Tempo sospeso

Marta Laneri

Copia dal vero: così si chiama uno degli esercizi che ci viene proposto da Claudia.

Sono un’attrice di professione e so bene cosa si intende con vero, qualcosa di profondo, che nasce dal vuoto e che attraversa i sensi, le sensazioni, qualcosa che tocca te e l’altro contemporaneamente. Ma qui, oggi, questo esercizio non riguarda una scena.

Ci viene dato un foglio bianco, un carboncino, una gomma e il compito di copiare il fumo che produce la mirra accesa davanti a noi. Copiare – non disegnare, badate bene! – del fumo che sale. Il risultato deve corrispondere esattamente a quello che si vede. Non l’immagine di fumo che si ha in mente. Non disegnare lo stereotipo del fumo. Non fare quello che si sa. Ma la realtà così com’è.

Come fare? Quale parte di sé attivare? Quali sensi? Dove portare l’attenzione?

È consigliato scegliere fino in fondo un punto di vista e perseguirlo.

Per esempio si può tenere gli occhi fissi sui riccioli vaporosi che si creano e si susseguono, cercando di seguire con la mano il moto che gli occhi vedono per un tratto, senza nemmeno guardare il foglio. È incredibile come nessuno di noi abbia fatto qualcosa di simile ad un altro (la residenza ospita i performer della compagnia di Claudia Castellucci insieme a quattro artiste ospiti, tra cui me). 

Alla fine di un tempo dato, Claudia analizza ogni disegno trapassandolo con il suo sguardo ficcante, commentando – ma sempre senza giudizio – il punto di vista scelto, fino a leggere l’intenzione e lo stato d’animo di chi lo ha fatto.

Vero, per esempio, è un ricciolo stilizzato che pare un geroglifico, ma segue il moto di un tratto di fumo di mirra, quello che si è riusciti a seguire per un secondo con lo sguardo. Oppure vero è il disegno di chi ha fatto tutto il foglio nero col carboncino, e poi con la gomma ha cancellato lo spazio di foglio che per lui è il fumo.

Anche per il lavoro che ci viene proposto con l’acquerello ho vissuto stupore e meraviglia: la velocità dell’acqua nel colorarsi, i bordi che creano le gocce tinte, l’attesa tra una goccia e l’altra. Se non lasci il tempo necessario per asciugarsi allo strato più chiaro, non puoi procedere con la sfumatura più scura.

Cura, attenzione, attesa… come in qualunque processo creativo che voglia andare in profondità.

Anche qui c’è un oggetto da copiare, e anche qui la necessità di sviluppare uno sguardo nuovo, che seleziona, che parcellizza, che coglie ogni singolo dettaglio… per poi ricomporre solo alla fine un’immagine unica.

La psicologia della durata è stata un’altra pratica proposta quotidianamente dalla compagnia: un esercizio di movimento semplice, ma non facile, che incrocia spazio e tempo. È stato facile per me entrare da subito nel gioco e aprirmi senza giudizio a tutto quello che mi veniva proposto. Chi pratica la danza o il teatro o lo zazen se bene che molto importante è “come” si compiono sono le azioni, la loro qualità, più che il “cosa” si compie. Ed è questa costante attenzione ad essere presenti in ogni momento, che è la costante in tutte le pratiche portate fino in fondo.

Questa calma, questo tempo sospeso, lento, dedicato al dettaglio, era proprio quello che desideravo.

Sono arrivata a SanboJi molto stanca e desiderosa di lasciare andare mente e corpo (così si espresse Dogen Zenji quando parlò col suo maestro, dopo il suo risveglio), lasciare andare categorie conosciute, per riscoprire un contatto autentico con le sensazioni. Qualcosa che coltivo da anni nella mia quotidianità e che amo riscoprire in tempi e spazi extra-quotidiani. Sono attrice e formatrice (da 16 anni sono parte integrante del LabPerm di Domenico Castaldo a Torino), e sono anche una

praticante presso il Tempio di tradizione Zen Soto Enku-ji di Torino, e pertanto desiderosa di praticare.

Questi quattro giorni sono per me un dono e uno scambio. La compagnia di Claudia, oltre a fare le prove dello spettacolo Sahara, apre a tutti le pratiche di lavoro che utilizzano per prepararsi, e allo stesso tempo i danzatori vengono introdotti alla pratica dello Zazen. Tutti possiamo praticarlo. E per tre sere si ha inoltre l’occasione di confrontarsi sul buddhismo con tre inseganti (Tetsugen Serra, Elena Seishin Viviani, Giovanna Giorgetti).

Ognuno è chiamato ad aprirsi all’altro.

Sono grata a questi giorni densi di attenzione, a questi tempi e spazi vuoti.

Ringrazio il ritmo di lavoro scandito, organizzato, preciso, che è stato un contenitore accogliente. Ringrazio il silenzio, la lentezza, che ha permesso la fiducia nel gruppo e l’attenzione su sé stessi. Ringrazio le notti nere e silenti, e le albe grigie dei giorni di pioggia. E nel corpo mi porto gli stiramenti, gli allungamenti profondi di tendini e ossa, accompagnati dal respiro. Non bisogna mai dimenticare che la mente lascia scorrere i pensieri più facilmente in un corpo e fluido e privo di rigidità.

Fare il vuoto… togliere maschere… togliere narrazione… togliere espressività… per arrivare al solo gesto originario… questa la richiesta negli esercizi.

È stato progressivo il mio avvicinarmi a questo tipo di lavoro, per capire come realizzare il compito chiesto senza ridurre l’azione a qualcosa di solamente mentale.

Come esprimere la vita quando si toglie tutto? Come non diventare macchine e annullarsi? Cosa vuol dire realtà e finzione? Cosa si trasmette agli altri? Da dove nasce un impulso? Essere o non fare… questo il problema!

Essere deserto forse… Ecco! Mi stavo dimenticando che è proprio la ricerca di deserto che guida e ispira il lavoro di Claudia da tempo, un deserto che è soprattutto uno stato interiore… dove lasciare che qualcosa sorga.

Forma di conoscenza del tempo: l’acquarello. Dipinto al seminario «Sahara» di SanboJi.

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