Workshop sul rapporto tra testo e immagine nelle esperienze culturali e religiose dell’Asia Orientale
Venerdì 23 maggio 2025, presso il Dipartimento Istituto Italiano di Studi orientali – ISO, Sapienza Università di Roma, si è tenuto un workshop dal titolo La parola e l’immagine. Workshop sul rapporto tra testo e immagine nelle esperienze culturali e religiose dell’Asia Orientale. L’evento, supportato da ISMEO, Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente, è stato organizzato dal Dott. Filippo Lunardo in relazione alla fase finale del suo progetto di ricerca, finanziato da UBI, Unione Buddhista Italiana, che avrà termine nel mese di novembre del 2025. Il progetto di ricerca, che si avvale della responsabilità scientifica della Prof.ssa Donatella Rossi, è centrato sulla catalogazione della collezione di testi tibetani afferenti alla sezione Tenjur (bsTan ’gyur) del Canone Buddhista Tibetano, conservata nell’edizione xilografica di Narthang, presente nella Biblioteca del Dipartimento Istituto Italiano di Studi orientali.
Il lavoro di catalogazione ha evidenziato anche un aspetto artistico inerente ai testi del Tenjur. Questi sono infatti corredati da miniature che, presentando icone di divinità, maestri buddhisti indiani e tibetani e traduttori tibetani, contribuiscono a evidenziare caratteri di natura estetica, religiosa e storica. L’identificazione dei soggetti rappresentati nelle miniature definisce una novità negli studi afferenti al Canone Buddhista Tibetano: una simile ricerca non è stata fin qui mai svolta e ciò si pone a punto di forza di questo specifico progetto di ricerca. Va ricordato che, delle due sezioni del Canone, il Kanjur (bKa’ ’gyur) e, appunto, il Tenjur, quest’ultima sezione è la meno studiata, a causa anche dell’elevata quantità di volumi rispetto alla sezione Kanjur. Il progetto di ricerca del Dott. Lunardo finanziato da UBI, dunque, va ad arricchire in maniera nuova una ricerca ancora in divenire.
Dall’analisi delle miniature presenti nei volumi del Tenjur, si evince la stretta relazione che spesso intercorre tra un testo e le immagini presenti ai lati dello specchio di scrittura delle prime e ultime pagine dello stesso. Dalla riflessione sulla funzione, e sull’importanza, di tale relazione, è nata l’idea di organizzare una giornata di studi incentrata proprio sulla tematica del rapporto tra parola e immagine, nell’ambito degli Studi Asiatici più ampi nel contesto nazionale. Questo perché, nell’esperienza religiosa e culturale dell’Asia orientale, il rapporto tra parola e immagine ha sempre definito un connubio fondamentale, spesso inscindibile, ai fini della comprensione di esperienze di tipo sociale e spirituale. L’immagine a corredo del testo scritto può dunque svolgere diverse funzioni. Essa può illustrare il contenuto, o il senso, di quanto esposto dalla parola, può evocarlo o simboleggiarlo, esprimendone così un’essenza possibile di intuizione non mediata da concetti. Parola e immagine possono completarsi, l’una fornendo un senso e un supporto all’altra tali da generare un apparato di comprensione che possa trascenderle entrambe.

Il workshop, ideato su tali basi, ha voluto fornire un’analisi sul rapporto che intercorre tra testo scritto e immagine in alcune esperienze relative alla cultura e alla religiosità dell’Asia Orientale. Le esposizioni di specialisti del settore hanno cercato di fornire degli strumenti validi ai fini della comprensione, e dell’approfondimento, della natura e della definizione di un testo o di un’istruzione religiosa, e del rapporto che a questi lega simboli e iconografie, atte a interpretare, a rappresentare, a completare o evocare quanto espresso dalla parola scritta.

Il workshop si è avvalso della presenza dei seguenti studiosi:
- Davor Antonucci, Dipartimento Istituto Italiano di Studi Orientali – ISO, Sapienza Università di Roma
- Filippo Lunardo, Dipartimento Istituto Italiano di Studi Orientali – ISO, Sapienza Università di Roma
- Elena De Rossi Filibeck, ISMEO
- Filippo Salviati, Dipartimento Istituto Italiano di Studi Orientali – ISO, Sapienza Università di Roma
- Michela Clemente, ISMEO
- Alessandro Boesi, ricercatore indipendente
- Chiara Bellini, Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea, Università Ca’ Foscari, Venezia
- Davide Torri, Dipartimento di Storia, Antropologia, Religioni, Arte, Spettacolo – SARAS.
Tutti gli interventi hanno presentato ricerche non ancora concluse, con un’importante panoramica su studi specifici da cui deriveranno pubblicazioni di alto rilievo.
Davor Antonucci ha presentato una ricerca dal titolo Athanasius Kircher e la Cibele cinese. Il Prof. Antonucci ha presentato una panoramica dell’opera di Athanasius Kircher intitolata China Illustrata, del 1667. Tale opera ha avuto un grande influsso nel plasmare le percezioni europee della Cina. Kircher, studioso gesuita mai recatosi in Cina, raccolse informazioni attraverso l’opera di diversi missionari per creare un testo enciclopedico sulla cultura, la religione e la lingua cinesi. Il libro contiene oltre cinquanta illustrazioni, tra cui un’immagine di divinità cinesi. Antonucci ha sottolineato il ruolo di Kircher quale curatore, più che autore. Egli, infatti, svolse principalmente un lavoro di sintesi usufruendo di informazioni provenienti da varie fonti per produrre poi un lavoro che ebbe ampia diffusione e molteplici traduzioni.
Filippo Lunardo ha presentato una ricerca dal titolo Creare maṇḍala per supportare l’iniziazione. Il caso di un testo particolare della sezione Tenjur (bStan ’gyur) del Canone Buddhista Tibetano nell’ambito di una ricerca finanziata da UBI, Unione Buddhista Italiana. L’organizzatore del workshop ha descritto l’origine e il significato della collezione delle diverse edizioni del Canone Buddhista Tibetano, in particolare del Tenjur, di cui una copia è conservata nella biblioteca del Dipartimento Istituto Italiano di Studi Orientali. Il relatore ha spiegato che questa collezione fu acquisita dal Prof. Giuseppe Tucci durante un viaggio in Tibet e si basa sull’edizione stampata nel monastero di Narthang nel 1741-1742. È stata inoltre sottolineata l’importanza di questa collezione ed è stato poi descritto il progetto di catalogazione in corso, possibile grazie al finanziamento di UBI, Unione Buddhista Italiana. Filippo Lunardo ha descritto un breve testo in esame che presenta, nella prima pagina, due miniature di grandi proporzioni raffiguranti due maṇḍala, collocati ai lati dello specchio di scrittura. Queste immagini sono separate da due brevi porzioni di testo. Testo e miniature definiscono un apparato rituale che serve ai fini di un processo iniziatico, relativo a un’emanazione particolare della ḍākinī Vajrayoginī secondo la tradizione del siddha indiano Maitripa (XI sec.). Testo e immagini interagiscono perfettamente perché l’istruzione scritta descrive strumenti specifici che, nei loro dettagli performativi, vengono rappresentati dai diagrammi geometrici ai lati della pagina. Viene così sottolineato il rapporto simbiotico che può intercorrere, in questo caso in ambito tantrico, tra parola e immagine.
Elena De Rossi Filibeck ha presentato un’analisi dettagliata di due manoscritti buddhisti tibetani. Il primo manoscritto contiene biografie di figure importanti del lignaggio della scuola Kagyu (bKa’ brgyud), tra cui Tilopa, Nāropā, Marpa, Milarepa e Gampopa. Il secondo manoscritto presenta una biografia del XIII Dalai Lama. La Prof.ssa Filibeck ha condotto una disamina delle immagini e del contenuto di entrambi i testi, fornendone un contesto sia storico che storico-religioso. La Professoressa ha poi mostrato fotografie della spedizione di Giuseppe Tucci nel paese delle nevi per illustrare l’atmosfera della ricerca all’inizio del XX secolo. La relatrice ha poi discusso il significato generale delle miniature e delle vignette nei testi buddhisti tibetani, in particolare nelle biografie di personaggi di rilievo.
Filippo Salviati ha presentato uno studio dal titolo Testo e immagine in Cina. Il caso dello Yi Jing o «Classico dei Mutamenti. L’intervento ha esplorato il profondo legame tra parola e immagine nella cultura cinese utilizzando lo Yi Jing, il “Classico dei Mutamenti”, come caso paradigmatico di “testo” a commento di “immagini” (xiàng 象), termine con il quale vengono indicati gli esagrammi o configurazioni binarie su cui lo Yi Jing è strutturato.
Michela Clemente ha presentato uno studio dal titolo Preservare la parola attraverso le immagini: i libri sacri del Tibet. La Dott.ssa Clemente ha presentato il suo articolo sulla conservazione dei testi sacri tibetani attraverso immagini particolari ed elementi protettivi presenti in manoscritti e xilografie. La relatrice ha mostrato l’importanza di vari componenti strutturali dei libri tibetani, quali copertine lignee, involucri in tessuto e cinture, al fine della protezione del testo stesso. La Dott.ssa Clemente ha poi spiegato come peculiari elementi ornamentali (simboli di buon auspicio, segni di punteggiatura e cornici da scrittura) possano aiutare a datare e identificare l’origine dei manoscritti. Michela Clemente ha poi specificato che sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere appieno il ruolo di questi elementi nella cultura del libro tibetano e per migliorare i metodi di datazione di questi manufatti.
Alessandro Boesi ha presentato uno studio dal titolo L’arte della guarigione tibetana. Relazioni tra la parola scritta e l’immagine. Il Dott. Boesi ha discusso della sua ricerca sulla medicina tibetana, concentrandosi su testi illustrati esaminati durante i suoi studi. Egli ha sottolineato la rarità delle illustrazioni nei testi medici tibetani, fornendo diverse ragioni per questa scarsità. Il Dott. Boesi ha infatti spiegato che la conoscenza medica tibetana è per tradizione trasmessa attraverso relazioni dirette tra maestri e discepoli, rendendo le illustrazioni meno necessarie. Inoltre, la creazione di illustrazioni mediche accurate richiedeva artisti abili, e ciò poteva definire dei costi particolarmente elevati e non sostenibili. Il relatore ha infatti osservato che, spesso, i manoscritti illustrati contengono rappresentazioni grezze della varietà botanica medicinale tibetana, rappresentazioni che forniscono più un ausilio alla memoria personale dell’autore di un testo che un riferimento universalmente utile. I medici tradizionali tibetani si affidavano alla loro conoscenza intima degli habitat vegetali piuttosto che alle illustrazioni per l’identificazione.
Chiara Bellini ha presentato una ricerca dal titolo Tra visibile e dicibile: narrazione visiva e parola scritta nel buddhismo himalayano. Il caso studio di un dipinto del XVI secolo in Mustang e altri esempi. La ricerca ha mostrato due dipinti rinvenuti nel monastero di Namgyel (rNam rgyal) nel Mustang, in Nepal. I dipinti, risalenti alla fine del XV secolo, raffigurano con grande dettaglio offerte tantriche e gli otto cimiteri della tradizione buddhista indiana. La Dott.ssa Bellini ha sottolineato come queste immagini forniscano informazioni preziose non presenti nei testi rituali, come associazioni specifiche tra divinità, stūpa e altri elementi simbolici presenti nelle rappresentazioni dei cosiddetti otto cimiteri. La relatrice ha poi evidenziato l’alta qualità artistica e lo stile unico dei dipinti, probabilmente creati da artisti del Mustang che dovevano avere familiarità con il lavoro dell’artista tibetano del XV secolo Khyentse Chenmo (mKhyen brtse chen mo). La Dott.ssa Bellini ha rimarcato il fatto che un’attenta analisi di tali immagini può rivelare informazioni culturali e storiche al di là di quanto registrato nelle fonti scritte relative ai soggetti rappresentati e alla produzione delle immagini stesse.
Davide Torri ha proposto uno studio dal titolo Dall’invisibile alla forma. Gli oggetti sciamanici tra materialità e significato. Il Dott. Torri ha evidenziato l’importanza che ricoprono alcuni oggetti sciamanici nei sistemi religiosi e magici, concentrando la ricerca sul confronto tra manufatti provenienti da diverse culture, compresa quella Inuit groenlandesi. Il relatore ha quindi analizzato il significato dei tamburi nelle pratiche sciamaniche, in particolare tra le culture Inuit e mongole, spiegando che il tamburo, chiamato “tapis”, non è solo uno strumento musicale ma anche una mappa concettuale del cosmo, un mezzo di trasporto tra i mondi, nonché esso stesso uno spirito. La pelle del tamburo, chiamata “Isia” (“occhio” in Inuit), permetterebbe allo sciamano di vedere e comunicare con il mondo degli spiriti. Sono stati poi descritti sia il costume sciamanico che l’altare, oggetti da considerare animati e detentori di potere anche dopo un eventuale abbandono o la cessazione di impiego. La ricerca è stata poi focalizzata sulle pratiche sciamaniche presenti tra i gruppi indigeni di Taiwan. Il Dott. Torri ha evidenziato il fatto che alcune comunità cristiane si sono riconnesse con le loro religioni ancestrali attraverso sogni e visioni, portando alla costruzione di nuovi templi e al risveglio dei rituali tradizionali. Ciò ha condotto anche all’adattamento delle pratiche tradizionali sciamaniche in un contesto cristiano, come la reinterpretazione dei sacrifici animali.
Filippo Lunardo ha quindi concluso il workshop riassumendo i temi chiave discussi durante la giornata di studi, ponendo particolarmente in evidenza il fatto che le immagini, nel contesto delle indagini presentate, rappresentano allo stesso tempo sia una cultura propria che un linguaggio evidente, capace di trasmettere e infondere significato senza l’impiego di parole. Le immagini possono spesso addirittura precedere un testo, esprimendo intuizioni che successivamente vengono sottoposte a spiegazioni e razionalizzazioni.
Il workshop, seguito sia in presenza che online, è stato fruito da un pubblico variegato di studiosi, studenti e appassionati della materia. Gli studenti, in particolare, hanno mostrato un grande interesse, potendo approcciare direttamente il mondo della ricerca e avendo esperienza viva di quanto appreso nei corsi tenuti da alcuni dei relatori presenti al workshop, docenti di Sapienza Università di Roma.




