Il portale
dell'Unione Buddhista
Italiana

GATE

Idee

Una rilettura umanitarista dell’Aṅgulimāla Sutta

Tempo di lettura: 8 minuti

L’ Aṅgulimāla Sutta è un’affascinante storia del canone buddhista, che narra di un assassino assetato di sangue, vissuto ai tempi in cui il Buddha camminava su questa terra. Aṅgulimāla seminava il terrore nel regno del re Pasenadi, ed era noto per la ghirlanda di dita mozzate delle sue vittime che gli cingeva il collo. «Crudele e sanguinario, dedito all’uccisione e alla strage, spietato verso gli esseri viventi. Da lui le abitazioni erano rese disabitate, i villaggi e le città devastate, le popolazioni distrutte».

 

La storia narra che il Buddha in quel periodo stesse soggiornando proprio nella regione in cui Aṅgulimāla vagava a piede libero. Il Buddha si recò in città per l’elemosina, e quando ebbe finito il suo pasto, raccolse la sua scodella e si incamminò lungo il percorso che conduceva al rifugio di Aṅgulimāla.

 

I contadini, i pastori e i mandriani del luogo misero in guardia il Buddha: Aṅgulimāla aveva attaccato e ucciso gruppi di dieci, venti o persino trenta uomini. Insistettero perché il Buddha tornasse indietro, lui però non lo fece. Calmo, risoluto, il Buddha continuò a camminare verso il nascondiglio dell’assassino.

 

Aṅgulimāla vide il monaco passare solitario e in preda all’euforia decise di ucciderlo. Tuttavia, mentre correva incontro al Buddha, questi «produsse con la mente un tal portentoso fenomeno da far sì che il brigante, pur camminando in tutta fretta, non riuscisse a raggiungere il Sublime che camminava con andatura normale». Affascinato dalla dimostrazione del suo potere, Aṅgulimāla gridò: «Fermati, asceta! Fermati!».

 

Il Buddha rispose: «Io sono fermo, Aṅgulimāla: fermati anche tu!».

 

Aṅgulimāla, confuso, chiese:

 

Mentre cammini, asceta, dici «io sono fermo», ma a me, che sono fermo, dici che non lo sono. Allora io ti chiedo che cosa significhi. In che modo tu sei fermo e io non lo sono?

 

E il Buddha rispose:

 

Io sono fermo, Aṅgulimāla, perché ho rinunciato alla violenza verso ogni essere vivente. Ma tu verso gli esseri sei dissennato. Ecco perché io sono fermo e tu non lo sei.

 

Mosso a commozione dalle parole del Buddha, Aṅgulimāla decise di rinunciare alla violenza. Gettò le sue armi da una scogliera e nello stesso istante chiese al Buddha di conferirgli i sacramenti. Il Buddha acconsentì e Aṅgulimāla si unì alla comunità di coloro i quali portavano vesti color zafferano e teste rasate.

 

Aṅgulimāla può essere interpretato come una personificazione della violenza più brutale, indiscriminata e priva di ogni riguardo per gli esseri viventi. Il sutta dimostra come gli insegnamenti buddhisti siano in grado di contenere i più terribili e violenti impulsi dell’umanità e di trasformare anche gli individui più corrotti in agenti della non violenza.

 

Benché ormai Aṅgulimāla si fosse unito alla comunità dei bhikkhu, un gruppo di abitanti del villaggio si recò al palazzo di re Pasenadi per chiedere la sua protezione. Elencarono nel dettaglio le atrocità commesse da Aṅgulimāla e chiesero al re di eliminarlo. Il re, desideroso di proteggere i suoi sudditi, formò un’armata di 500 uomini e li guidò fino alle porte del monastero in cui, com’era ormai noto, Aṅgulimāla alloggiava.

 

Re Pasenadi salutò rispettosamente il Buddha e gli spiegò il motivo della sua visita. Il Buddha rispose:

 

«Se però tu, gran re, vedessi [Aṅgulimāla] rasato di capelli e barba, vestito dell’abito fulvo, passato dal mondo alla mendicità, distolto dall’uccidere, dal rubare, dal mentire; che si nutre d’un pasto, compunto, virtuoso e pio: che gli faresti?».

 

Il re risponde:

 

«Lo saluteremmo riverentemente, Signore, ci alzeremmo innanzi a lui e lo inviteremmo a sedere, gli offriremmo abiti, l’elemosina, il giaciglio, le cose necessarie e le medicine in caso di malattia; disporremmo per la sua protezione, difesa ed asilo. Però, come potrebbe la sua trista, malvagia natura, subire un tale virtuoso sacrificio?».

 

Proprio in quel mentre l’onorabile Aṅgulimāla era seduto non lungi dal Sublime ed Egli, stendendo il braccio destro, disse: «Questi, gran re, è Aṅgulimāla».

 

Benché per il re fosse quasi impossibile credere che Aṅgulimāla avesse cambiato vita, lo vide indossare abiti da monaco, e, nel momento in cui gli chiese il nome dei clan dei suoi genitori ebbe conferma che su trattava davvero di Aṅgulimāla. Dovette perciò accettare l’impossibile. E così il re si offrì di sostenerlo nella sua nuova vita contemplativa, garantendogli tutto ciò di cui avrebbe avuto bisogno.

 

Quando il Buddha chiede al re che cosa avrebbe fatto se Aṅgulimāla fosse stato un monaco – una persona che si astiene dall’uccidere gli esseri viventi – gli insegna a praticare un principio di distinzione: la saggezza che permette di reagire a chi pratica attivamente la violenza e a chi invece non la pratica (o ha smesso di praticarla) in maniera diversa. Re Pasenadi viene convinto dalla domanda del Buddha – ammette che se Aṅgulimāla avesse davvero rinunciato alla violenza allora gli avrebbe riservato un trattamento diverso. Anziché uccidere Aṅgulimāla, il re ha promesso di proteggerlo. Questo sutta non parla solo della trasformazione di Aṅgulimāla, ma anche della trasformazione di re Pasenadi.

 

Oggi si potrebbe forse parlare di Aṅgulimāla come di un serial killer o di un terrorista, e della missione di re Pasenadi come di un’operazione di polizia o un’operazione militare. Certo, nel caso degli omicidi mirati il confine fra omicidio seriale e terrorismo è labile.

 

Ma quale che sia la portata delle situazioni di violenza in cui viene impiegata la polizia o il personale militare, in un continuum che va dalle agitazioni e sommosse interne ai conflitti armati in piena regola, esistono delle regole che incoraggiano la moderazione nello svolgimento delle loro missioni.

 

Nei contesti in cui viene applicata la legge mediante la polizia, lo Stato, , deve distinguere fra chi rappresenta una minaccia grave o mortale e chi no, e assicurarsi che l’uso della forza sia commisurato alla minaccia. La polizia dovrebbe fare ricorso alla forza letale o potenzialmente letale solo come ultima risorsa – solo se tutti gli altri mezzi si rivelano inefficaci per proteggere sé stessi e gli altri dalla morte o da un grave danno. Un simile uso della forza è normato principalmente dalla legge internazionale per i diritti umani e dal diritto interno, e deve essere regolamentato rigorosamente dallo Stato di modo che sia possibile garantire che non vi si faccia ricorso in maniera eccessiva o arbitraria.

 

Dal canto loro, i militari impegnati nel conflitto armato devono distinguere fra combattenti e non combattenti. Tale uso della forza è regolato dal Diritto internazionale umanitario (DIU) noto anche come Diritto dei conflitti armati che si fonda, fra gli altri, sul principio di distinzione (distinguere fra chi è impegnato nel conflitto e chi no); di proporzionalità (assicurarsi che non ci siano danni collaterali sproporzionati rispetto ai possibili vantaggi militari) e precauzione (avere sempre cura che nella conduzione delle operazioni militari venga risparmiata la vita ai civili). Questo corpus serve a limitare la brutalità del conflitto e proteggere chi non prende parte alle ostilità o chi si è ritirato.

 

Vale la pena notare, però, che la storia di Aṅgulimāla continua. Dopo che re Pasenadi e la sua armata si furono allontanati dal monastero, Aṅgulimāla si recò a Shavatti per l’elemosina e incontrò una donna che soffriva per una gravidanza podalica. «E vedendola pensò: “Quante pene soffrono gli esseri!”».

 

Aṅgulimāla che un tempo aveva ucciso e menomato innumerevoli vittime, senza alcun riguardo verso la loro sofferenza, resta profondamente colpito per aver visto una donna, e il suo bambino, in pericolo. Gli insegnamenti buddhisti hanno instillato in lui il principio dell’umanità: una compassione che non sopporta la sofferenza del prossimo.

 

Il Buddha suggerisce ad Aṅgulimāla di tornare dalla donna e dirle:

 

Da quando sono nato, non ricordo di aver tolto intenzionalmente la vita ad alcun essere: per quanto ciò è vero, sia salute a te ed al frutto del tuo ventre!

 

Aṅgulimāla però è titubante, poiché ricorda di aver deliberatamente ucciso molti esseri viventi. Allora il Buddha risponde:

 

Allora, Aṅgulimāla, va a Sâvatthî e di’ a quella donna: «Da quando sono nato nella santa nascita, non ricordo di aver tolto intenzionalmente la vita ad alcun essere: per quanto ciò è vero, sia salute a te e al frutto del tuo ventre!».

 

Dopo aver risposto «farò come dici, signore» al Sublime, Aṅgulimāla andò dalla donna e disse: «Da quando sono nato nella santa nascita, non ricordo di aver tolto intenzionalmente la vita ad alcun essere: per quanto ciò è vero, sia salute a te e al frutto del tuo ventre!».  E pronunciate quelle parole la donna fu sanata e guarito il suo grembo.

 

Nel Diritto internazionale umanitario, il principiò dell’umanità proibisce di infliggere qualsiasi forma di dolore, danno o distruzione innecessaria. La compassione di Aṅgulimāla nei confronti della donna e di suo figlio riflette proprio questa dedizione a ridurre al minimo la sofferenza del prossimo. Benedice la donna con il suo atto di verità e le garantisce così protezione da una sofferenza intrinseca all’esistenza, la violenza della nascita.

 

Questo momento così umano della vita di Aṅgulimāla nelle scritture è contiguo alla testimonianza del momento in cui la popolazione locale colpisce Aṅgulimāla con zolle di terra, sassi, bastoni e cocci di vaso fino a fargli grondare di sangue la testa, ormai fratturata. Il Buddha non condona mai una simile violenza, ma sprona Aṅgulimāla a sopportarla. Benché gli altri, ignari, non diano segno di riconoscere la sua umanità, Aṅgulimāla riconosce la loro e fa tutto ciò che è in suo potere per proteggerli.

 

Questa ricostruzione buddhista della vicenda però sembra omettere il momento in cui Aṅgulimāla viene punito per le sue colpe. Se l’aver abbandonato la sua precedente vita violenta e l’essere stato ordinato monaco buddhista implicano, secondo le moderne leggi dei diritti umani o secondo il Diritto internazionale umanitario, che Aṅgulimāla debba essere protetto dalla violenza dello Stato, è pur sempre possibile che venga processato e punito per i suoi crimini. Qui, il diritto penale moderno e le scritture buddhiste sembrano divergere – il primo sostiene un certo grado di giustizia punitiva, laddove le seconde rappresentano forse un esempio radicale di giustizia riparativa, o forse una forma di giustizia cosmica in cui Aṅgulimāla viene punito e le sue vittime e le sue famiglie vengono riappacificate o ricompensate in un altro modo.

 

Conclusione

I diversi Stati spesso affrontano situazioni in cui le loro autorità devono usare la forza per cercare di ottenere la vittoria in conflitti armati, o per ripristinare o mantenere la sicurezza, la legge e l’ordine in altre situazioni di violenza.

 

Nella storia di Aṅgulimāla incontriamo la violenza a diversi livelli: la violenza di un feroce criminale o terrorista; la violenza dello Stato e delle sue forze di polizia o del suo esercito; la violenza di una popolazione vendicativa e la violenza della nascita e dell’esistenza stessa. Benché Aṅgulimāla si converta, la violenza non esce di scena in questa storia. Il re e la sua armata continueranno a entrare in guerra, i popoli continueranno a malmenare chi credono essere loro nemico, e le donne continueranno a soffrire per i pericoli del parto. Eppure, nel corso della storia, osserviamo come trattenersi dall’usare la violenza può prevenire ulteriori sofferenze e accendere una scintilla di umanità in modi che si riverberano nelle leggi odierne.

 

Rinunciando alla violenza e diventando un monaco, Aṅgulimālasi è reso degno della protezione del re. Ed è stata la sua protezione che, di rimando, gli ha permesso di sviluppare la forza morale necessaria a proteggere la donna afflitta dai dolori del parto podalico. Così come è successo a re Pasenadi, la storia ci chiede di credere che sia possibile che colui che è stato un assassino diventi un monaco – che colui che è stato un nemico diventi una persona che ha il diritto di essere difesa.

 

Come recita il canto di Aṅgulimāla:

 

Chi un tempo era indifferente

E ora non lo è più

Rischiara questo mondo

Come luna senza nubi.

Chi compensa il male fatto

Con le buone azioni

Rischiara questo mondo

Come luna senza nubi.

Ogni giovane monaco

Che si dedica

Agli insegnamenti del Buddha

Rischiara questo mondo

Come luna senza nubi.

Che anche i miei nemici

Sentano la voce del Dhamma

Che anche i miei nemici

Si dedichino agli insegnamenti del Buddha.

Che anche i miei nemici

Possano unirsi a coloro

Che pacifici e compassionevoli

Insegnano ad accogliere il Dhamma.

Che anche i miei nemici

Possano udire e riudire la voce del Dhamma

Da coloro che insegnano l’abnegazione, la tolleranza

Che lodano l’accettazione,

E possano seguirli.

Poiché non ferirebbero

Né me né alcun vivente,

E raggiungerebbero la somma pace,

Difendendo il debole e il forte.

 

 

 

[L’Angulimâla Sutta, contenuto nel Majjhima Nikaya è disponibile in un riadattamento italiano di Pier Antonio Morniroli ed Enrico Federici, condotto a partire dalla traduzione italiana di G. De Lorenzo (I discorsi di Gotamo Buddho del Majjhimanikayo, Laterza, Bari 1916) sul sito della Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa. Gli estratti riportati nell’articolo provengono dalla versione summenzionata, là dove necessario adattata e comparata con la traduzione inglese citata dall’autrice (NdT)].

 

 

 

Idee

  • Assistente alla cattedra di religione presso la James Madison University, è specializzata nel buddhismo tibetano. In questo campo, ha ottenuto una borsa di studio dalla Rare Book School dell’Università della Virginia per applicare la bibliografia analitica (lo studio di libri e manoscritti come oggetti fisici) ai materiali letterari tibetani. Ha conseguito la laurea in Studi religiosi presso il Davidson College, il Master of Theological Studies presso la Harvard Divinity School e il dottorato in Storia delle religioni presso l’Università della Virginia. Ha ricevuto una borsa di studio Fulbright-Hays nel 2013/2014 e ha condotto un ampio lavoro sul campo tra le comunità tibetane in Cina, India, Nepal e Stati Uniti.

Le lampadine di Claudio Morici

Gli incendi di Maicol&Mirco

Agende

Casa editrice

Ultima
Uscita

Social

Agende

Casa editrice

Iscriviti alla newsletter di GATE

Resta aggiornato con tutte le ultime novità

In caso di consenso conferito spuntando le caselle sopra riportate, i suoi dati saranno trattati da Unione Buddhista Italiana - UBI, con sede in Vicolo dei Serpenti 4/A – 00184 Roma, nel rispetto della normativa sulla protezione dei dati personali al fine di inviarle all’indirizzo e-mail da lei fornito la nostra newsletter e invitarla a partecipare a eventuali sondaggi. I dati che saranno trattati sono quelli da lei inseriti nel modulo sopra. Potrà in ogni momento revocare il consenso disiscrivendosi tramite il link riportato in calce alla newsletter. Maggiori informazioni in tema di finalità del trattamento, base giuridica, destinatari, termini di conservazione e diritti dell’interessato potranno essere consultati nell’informativa privacy (https://gategate.it/privacy/).