Bisogna avere le ali, quando si ama l’abisso
F. Nietzsche
«A che servono i poeti nel momento del bisogno?» chiede Friedrich Hölderlin nel suo poema, Pane e Vino (1800).
A che serve lo yoga, nel momento del bisogno, potremmo chiederci. Patanjali definisce lo yoga la cessazione delle false identificazioni della mente – yogaś-citta-vṛtti-nirodhah. Queste pratiche del sé favoriscono un processo di deterritorializzazione, aprendo l’accesso a spazi perturbanti di inappartenenza. Questo saggio riflette sul ruolo potenziale dello yoga nei momenti di necessità, quando le persone attraversano difficoltà economiche. In un’epoca segnata dalla crescita strutturale del lavoro precario e a termine, dalla disoccupazione, dall’indebitamento e dal fallimento, quando l’insicurezza induce gli individui a ricercare con disperazione un’identità, è possibile concepire lo yoga come un’occasione per oltrepassare le forme coercitive di adesione a un’identità rigida? È possibile che queste tecniche del sé divengano strumenti di una trasformazione personale e collettiva?1
Lo yoga nella mia vita
Il mio primo incontro con lo yoga è avvenuto poco dopo l’11 settembre 2001. Mi ero appena trasferita nel Sud-Est degli Stati Uniti, dopo anni di intensa attività politica che avevano trovato il loro culmine nella manifestazione di Genova 2001. Avevo poco più di vent’anni ed ero piena di vita: politicamente impegnata, in una relazione appagante, con un grande desiderio di vivere.
Una volta arrivata negli Stati Uniti, l’impatto con la società americana è stato violento. Nel giro di due mesi ero ingrassata dieci chili, mi ero ritrovata sommersa di lavoro, politicamente isolata e nel Sud segregato e conservatore le ondate di arresti di studenti stranieri seguite all’11 settembre mi avevano riempita di angoscia. In quegli anni, la generazione di Occupy doveva ancora nascere, le tasse universitarie e il debito erano descritte come responsabilità individuali, noi dottorandi insegnavamo a tempo pieno come forza-lavoro sottopagata, e le mie notti erano tormentate dal clima di repressione seguito all’11 settembre.
Nonostante le tensioni laceranti che segnavano quel periodo, non riuscivo a dare voce al mio malessere. Tutto ciò che riuscivo a dire era che la pretesa di efficienza e funzionalismo nell’accademia statunitense rendeva la mia vita disfunzionale. Per me, la Virtù dell’egoismo di Ayn Rand e la negazione della cooperazione si traducevano in una cronica sensazione di pericolo. Come scrivono John T. Cacioppo e William Patrick nel loro splendido libro Loneliness, la competizione compromette la nostra capacità di comunicare e di avere fiducia negli altri. Nel mio caso, questo significava trascorrere lunghi periodi di silenzio in cui ero semplicemente spaventata: spaventata dalle persone, spaventata dal giudizio, spaventata dall’ostilità e spaventata dalla repressione.
In quei mesi, l’attività politica era incessante. Straniera in quel paese, mi ero illusa di poter continuare oltreoceano la vita che facevo in Italia. E così, dopo l’11 settembre, le mie giornate erano scandite dal lavoro organizzativo con gli studenti e i veterani di guerra, nel tentativo di fermare la guerra prima del suo inizio.
«Benvenuti alla rivoluzione silenziosa
della realizzazione del sé». Instancabile
venticinquenne di formazione bordighista, ho
trovato quello striscione insopportabile.
L’incontro con lo yoga
Una notte, al termine di quel lungo ciclo di mobilitazioni, mi sono ritrovata a urlare dentro di me in cerca di aiuto. Dopo aver sfogliato compulsivamente le pagine fitte di un giornalino di quartiere, come nel tentativo di trovarvi qualcosa, ho visto un annuncio minuscolo — grande quanto un polpastrello — che diceva: programma intensivo di yoga di sette giorni.
Prima di allora non mi ero mai interessata allo yoga. A dire il vero, lo avevo sempre considerato un passatempo futile per persone ricche che avevano un sacco di tempo da perdere. Nonostante questo, pochi istanti dopo ho deciso di partecipare, ho telefonato e mi sono iscritta.
Mi aspettavo di incontrare il classico insegnante bianco con tatuaggi e pantaloni attillati; invece mi sono ritrovata di fronte un saggio indiano, con una lunga barba bianca e un turbante arancione. La pelle di un bambino e lo sguardo di un mistico. Ero affascinata ma anche smarrita: alle sue spalle c’era un grande striscione con la scritta «Benvenuti alla rivoluzione silenziosa della realizzazione del sé». Instancabile venticinquenne di formazione bordighista, ho trovato quello striscione insopportabile. L’idea di una rivoluzione silenziosa mi sembrava improbabile, indesiderabile e persino reazionaria, e non potevo tollerare soluzioni tanto naive a problemi di quella portata. Quando poi ho visto i devoti chinarsi ai piedi del Guru, ero pronta ad andarmene. Un leader carismatico, la devozione dei fedeli e slogan reazionari semplicemente non facevano per me.
Ma avevo pagato per il corso, e così ho deciso di restare per quella sera. Gli eventi si susseguivano tra strane tecniche di respirazione e racconti di sapienza antica; e in qualche modo, qualcosa dentro di me si è aperto. Alla fine della serata mi sono sentita così leggera e sollevata — persino accolta e amata — che sono tornata la sera successiva, e quella dopo ancora. In altre parole, I was hooked – mi avevano catturata.
In quel momento non lo sapevo, ma avere un Guru non è facile. Secondo la tradizione yogica, il Guru appare quando il discepolo è pronto. Non è il discepolo che fa un favore al Guru se accetta di seguirlo. È piuttosto il discepolo che deve avere cercato a lungo — in questa vita e in quelle precedenti — per meritarsi un’opportunità tanto grande. Come scrive Paramhansa Yogananda in Autobiografia di uno Yogi «Dio all’inizio invia al discepolo una guida indiretta, fatta di libri e maestri minori. Solo quando il desiderio diventa molto forte, manda in aiuto un Guru realizzato».
In effetti, trovarsi in presenza di un Guru era un’esperienza spaventosa. A chi gli ha chiesto di spiegare la differenza tra un Santo e un Guru, un Maestro indiano ha risposto: «Il Santo è un uomo buono che ti piace ascoltare e invitare a casa, il Guru è un macellaio». Il compito del Guru è ucciderti: uccidere le tue identificazioni con ciò che non sei. In effetti, ogni volta che mi trovavo davanti a Lui, ero la prima a voler scappare. Il problema non era solo la sua presenza maestosa e austera. Il fatto è che nella mia vita questo incontro era simile a una rivoluzione. Impegnata nella militanza politica fin da giovane, ho sempre pensato che la politica dal basso fosse la più alta forma di impegno. Era, più ancora, un vero e proprio obbligo morale: non si trattava di una scelta, ma di un dovere. Per dirla con le parole dello psichiatra della Martinica Frantz Fanon, «ogni generazione deve, in relativa opacità, scoprire la propria missione, adempierla o tradirla». La scelta di cosa fare nella vita, per me, si limitava a questo. La meditazione, lo yoga e tutto il resto, in questa logica, erano semplici distrazioni che avrebbero inevitabilmente portato al tradimento. In quel momento, non sapevo che l’etica non si fonda su un imperativo né su un ricatto. Capivo solo che quell’imperativo era imprescindibile, perché l’alternativa era la complicità. Che il processo fosse difficile o faticoso era secondario, e andava bene così perché di fronte alla necessità storica tutte le preferenze individuali diventano irrelevanti. In fondo, su una cosa Mao Tse-tung aveva ragione. «Una rivoluzione non è un pranzo di gala, né uno scritto, né un dipinto, né un ricamo». La rivoluzione «non può essere raffinata, agiata e gentile, temperata, cortese, contenuta e magnanima. Una rivoluzione è un’insurrezione, un atto di violenza con cui una classe rovescia l’altra».
Forse ora è più chiaro perché non riuscivo a sopportare quello striscione: non esiste una rivoluzione silenziosa. L’unica strada per la trasformazione sociale è lo scontro violento tra le classi, un atto di sacrificio di sé in nome di una causa più grande. Poco importa che, come ha scritto Hannah Arendt, «questa passione per la libertà pubblica o politica possa essere facilmente confusa con l’odio per i padroni, per quanto questo sia assai più veemente ma anche politicamente sterile», e naturalmente viceversa. In un mondo di oppressione, l’unica scelta era agire secondo gli imperativi della necessità storica — adempierli o tradirli.
Eppure, se questo è quello che credevo di sapere, in quella sala stavo imparando qualcos’altro.
Cosa stavo imparando dallo yoga
In primo luogo, non c’è una causa più grande per cui sacrificarsi. Tutto è vita. L’idealismo viscerale di Marx poggia su una nozione indispensabile e al contempo rudimentale, in base alla quale l’oppressione è una costante nei rapporti umani. Il punto non è tanto che, data questa premessa, tutte le sue previsioni si siano rivelate corrette. Il punto è che le sue analisi trascurano le radici del problema. L’oppressione non è intrinseca alla classe dominante: la classe dominante nasce dall’esercizio dell’oppressione. In questo senso, non può esserci giustizia nel mondo se non cambiano le relazioni, e non possono cambiare le relazioni senza decostruire il desiderio di dominio che abita l’essere umano.
In un’epoca sedotta dalla competizione, avevo deciso di astenermi. Per parafrasare Sandage, ero «il peggior tipo di fallimento: una sognatrice».
Quando ho sentito per la prima volta questa affermazione non sapevo come prenderla. Mi sembrava al tempo stesso troppo semplice e troppo complicata. Di certo, la vecchia tradizione marxista era in errore nella sua cieca speranza che l’oppressione appartenesse a una sola classe sociale – la violenza contro le donne da sola basta a mostrare che non è mai stato così. Le persone che incontravo negli Ashram, a loro volta, cadevano in errore quando si illudevano che le strutture esistenti di oppressione sarebbero svanite se solo avessimo imparato tutti a trattarci con gentilezza. Ogni conclusione era una parziale illusione.
Così, quando la lunga mobilitazione contro la guerra in Iraq è finita, lasciandomi poco, di fatto, a parte l’esaurimento e l’amarezza, ho cominciato a viaggiare in India, a praticare meditazione e a camminare in pellegrinaggio sull’Himalaya, cercando, prima di tutto, di trovare pace dentro di me. Di tanti anni di militanza, manifestazioni e organizzazione, non mi era rimasto niente, a parte il dolore.
Il problema non era stato solo il fallimento del movimento contro la guerra. Amara era stata, anche, la fragilità delle relazioni umane. Forse non era semplice per nessuno avere relazioni umane nel Sud schiavista. Di certo per me, donna bianca con un accento straniero in una città segregata, l’assenza di una vita collettiva era stata difficile da sopravvivere. A soffrirne non era stata solo la parte di me più giocosa, che quegli anni hanno – francamente – massacrato. Era stata la fiducia nelle relazioni umane.
Politicamente, trovavo conforto solo nelle parole di Emma Goldman:
«È stato amarissimo affrontare di nuovo la vita. Il nostro movimento aveva perso per me ogni attrattiva. Ancora più lacerante era il dubbio corrosivo nei valori in cui avevo creduto con tanto fervore. Avevo perso la mia identità».
E se questo era il mio sentimento nei confronti della politica, non diverso era quello nei confronti dell’accademia. In quegli anni, le esibizioni di opportunismo e di violenza interpersonale nell’accademia statunitense avevano spento il mio interesse a farne parte. In un mondo dominato dall’ambizione, avevo perso la mia. In quel momento non sapevo che, nel nostro mondo, le persone senza ambizione sono ancora più irritanti delle persone senza capacità. In un’epoca sedotta dalla competizione, avevo deciso di astenermi. Per parafrasare Sandage, ero «il peggior tipo di fallimento: una sognatrice».
E così, per quanto sentissi un’urgenza di fare qualcosa, non sapevo più cosa fare. Mentre guardavo le stelle nel tentativo di capire, sentivo di avere l’anima colma di ansia e di confusione; di verità contrastanti, che si presentavano tutte come assolute e giuste, ma erano piene di contraddizioni. Si dice spesso che lo yoga renda le persone rilassate e pacifiche, ma per me non era così. Per me era un tormento.
La crescente sfiducia nel mondo politico e intellettuale aveva scosso le mie certezze. Sentivo che non potevo continuare a fare politica, perché non sapevo più come farla. E non potevo continuare in accademia perché sarei diventata una persona che non volevo essere. La mia scelta, dunque, era cercare riconoscimento in istituzioni che mi avrebbero fatta ammalare, oppure voltare pagina, imparare a convivere con quel senso di angoscia e sperare che, prima o poi, la vita avrebbe ritrovato un senso.
Becky Thompson ha trovato una metafora utile per situazioni come questa:
«Svolti nella strada dove abiti e sei sul punto di entrare nel vialetto quando ti accorgi che la tua casa non c’è più. È scomparsa, c’è solo un grande vuoto al suo posto. Scendi dall’auto, in stato di shock e panico, chiedendoti cosa fare. Ti viene in mente che forse qualcuno del quartiere può aver visto cos’è successo alla tua casa, chi l’ha presa, dov’è finita, e allora vai di porta in porta a chiedere: “Vi ricordate la mia casa? Non c’è più. L’avete vista? Sapete che cosa le è successo? C’è qualcun altro che può averla vista?”»
In quel periodo, io e il mio compagno avevamo deciso di trasferirci insieme a vivere in Asia. Americano di Seattle, era partito per la Thailandia a dicembre del 2007, certo di non voler restare un giorno di più negli Stati Uniti. Dopo l’annuncio di matrimonio a casa dei suoi genitori in Texas, era partito per Chiang Mai. Eravamo d’accordo che l’avrei raggiunto sei mesi dopo, perché dovevo restare ad Atlanta per finire il dottorato. Ho un ricordo tesissimo di quei mesi. Ricordo che ero sotto pressione per finire il dottorato. Sotto pressione per raggiungerlo in Thailandia. Sotto pressione per accettare un lavoro in Italia e tornare a vivere lì.
In quel momento, ancora non sapevo che a volte basta una piccola esitazione per perdere la persona che ami.
Ricordo solo che, nel giorno in cui ho messo sette anni di vita negli Stati Uniti in uno zaino per partire con un biglietto di sola andata per Bangkok, ho scritto nel mio diario un elenco delle cose che avevo:
- non avevo un permesso di soggiorno per gli Usa
- non avevo un paese che fosse casa
- non avevo soldi
- non avevo lavoro
- non avevo amore.
E così, in quegli anni, le stelle in cima alle montagne dell’Himalaya erano la mia unica guida. Come una liana tesa sopra un abisso, mi ci ero aggrappata per attraversarlo — per attraversare l’abisso della mia ignoranza del mondo, lo spazio spaventoso dell’inappartenenza, cercando di farcela ad arrivare dall’altra parte — viva.
- Yoga: il respiro della carne





