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Vuoto prolungato

Tempo di lettura: 6 minuti

Assenza, ripresa, re-incontro: vivere la distanza imperscrutabile tra noi e chi ci ha lasciato

L’assenza di cui parliamo non è semplicemente l’assenza temporanea di una persona che è partita per un viaggio, e che ci aspettiamo ritorni, ma stiamo parlando della morte e quindi anche della vita. E gli assenti a cui ci rivolgiamo, quando parliamo di chi non c’è più, ci invitano a parlare loro, non solo «su» di loro. Gli esseri umani, in tutte le epoche, hanno sperimentato questa forma della relazione: la relazione con una non presenza. Ci sono dei defunti che attivano delle nostalgie, dei ricordi, dei rimpianti, dei rimorsi e, forse, anche dei rancori. Parliamo degli assenti, ma ciascuno di noi ha degli assenti particolari a cui pensa: che mancano, che hanno prodotto un certo tipo di effetto che magari ancora oggi si espande nelle nostre vite. Credo sia importante evitare almeno due errori, quando parliamo degli assenti e dell’assenza. Da un lato pretendere di costruire una qualche forma di presunto sapere intorno a quel tipo specifico di assenza che è la morte. Dall’altro pensare di minimizzare l’evento di questa distanza che si apre e che rimane aperta.

Come mi rapporto con questa distanza? È qualcosa di paradossale, che esula dal campo percettivo, dal campo fenomenico? Ho provato a scandire 3 momenti di questa possibilità che ci è data, e che possiamo provare a sondare, del vivere la distanza. Sono, in ordine, assenza, ripresa, re-incontro.

L’esperienza dell’assenza

È un’esperienza che restituisce l’umano alla sua singolarità. L’essere umano ha a che fare con se stesso, con il futuro e con il passato; è qualcosa che ha a che vedere con il linguaggio che l’umano può produrre. E ha a che vedere con qualcosa che solo l’umano costruisce. Ovvero le tombe, i sepolcri: luoghi in cui ritualizzare l’assenza. Il rito è fondamentale per l’umano. Nella sua radice etimologica rito rimanda al sanscrito «ṛta», ordine cosmico, tessuto che tiene insieme (anche nel latino «ritus» c’è). È lo stesso gruppo etimologico che c’è anche in arte, in ritmo: queste parole hanno a che vedere con la possibilità della connessione, qualcosa che tiene, rispetto a qualcosa che invece si sfrangia, si sfilaccia. Il rito permette alla vita umana di assumere una forma, una compostezza. I funerali servono in primo luogo ai vivi, che hanno bisogno di comporre un rapporto che è stato segnato da una discontinuità.

L’assenza è una sorta di vuoto prolungato. Il lutto è una reazione psichica ed emotiva al trauma di una perdita. Ci può essere il lutto di una perdita non legata necessariamente alla morte, ma ad esempio rispetto ad un sogno che non si può più realizzare. Il rapporto con gli assenti è un rapporto che dura tutta una vita. E si può, anche qui, assottigliare, ridurre, non è la stessa cosa il rapporto con l’assente morto da una settimana con quello morto da trent’anni. Ma vivere la distanza significa assumere un passo che non è quello dello scattista. Significa sapersi distendere e comporre, ritualizzare l’esistenza in un modo nuovo, diverso: quella persona non c’è più e i tratti della mia esistenza, della mia personalità che quell’individuo faceva emergere nessuno li farà più emergere. L’assenza è una possibilità di rivelazione del nostro rapporto con noi stessi, in primo luogo, a partire dalla consapevolezza che questo noi stessi è sempre intramato di alterità.

Le grandi tradizioni letterarie

Hanno rappresentato modi diversi di avere a che fare con questi assenti. Potremmo citare diversi luoghi delle letterature mondiali. Forse, per ritornare alle origini della cultura occidentale, il primo luogo, la prima attestazione la troviamo nell’Odissea. Nel XI libro Ulisse scende nella «katabasis», discesa agli Inferi, per ricordare che non sono onnipotenti, che non possono tirare dritto sull’autostrada della loro vita, dimenticandosi di ciò che lasciano a lato, scordandosi di ciò che lasciano indietro. È l’esperienza che fa anche Dante, che si confronta con l’assenza. Ci sono degli incontri nella Commedia, soprattutto nell’Inferno e nel Purgatorio, di Dante che trova l’antenato, il trisavolo, che quindi tocca da vicino l’esperienza della vita del Poeta. E anche la Commedia è una grandissima descrizione di un rapporto con gli assenti, che permettono ad un singolo soggetto umano, smarrito, sviato, confuso, di ritrovare un possibile cammino.

La ripresa

L’esperienza dell’assenza ha a che vedere con un tempo che si dilata, che si amplia quasi tridimensionalmente. Non è un tempo lineare, di una semiretta che volge dal passato al futuro, ma immaginate una sfera che si allarga, comprende l’alto e basso, la destra e la sinistra, il dietro, l’avanti. Se noi iniziamo a sentire con una certa dose di sensibilità il rapporto con gli assenti, questo rapporto trasforma completamente la nostra esistenza qui ed ora. Si crea una nuova forma di equilibrio, cioè una nuova forma di equanimità. Si impara a vivere quella distanza. Ci deve essere questa sorta di rapporto tra un pieno e un vuoto. Qualcosa deve recedere perché qualcos’altro possa accadere. È quello che accade anche da un punto di vista biologico, se volete. Non può esserci stasi, continuità assoluta. La ripresa implica un incontro nuovo, rinnovato. È attraverso gli altri, grazie agli altri, che noi incontriamo nuovamente noi stessi.

Il re-incontro

Oppure si può invece pensare di coltivare, di custodire. E qui, terzo momento: assenza, ripresa, re-incontro. Perché non cessiamo mai di incontrarci. Fino all’ultimo giorno, fino all’ultimo respiro, in qualche modo noi continuiamo a scoprirci, a espanderci o a contrarci. È l’esperienza del Buddha prima di diventare Buddha, che scopre che c’è malattia, che c’è vecchiaia, che c’è morte. È l’esperienza filosofica di Socrate di fronte all’insensatezza di un processo che lo condanna a morte. È l’esperienza di ciascuno di noi in alcuni momenti. Possono essere anche esperienze che costellano più momenti all’interno di una vita. Ma se c’è la capacità di vivere la distanza, la giusta distanza con gli assenti, allora c’è ripresa e re-incontro, nuovo incontro.

Com’è che si può però incontrare e rincontrare di nuovo sé stessi e gli altri? Se mi sento attraversato, toccato, interpellato dall’altro, allora c’è possibilità di trasformazione, c’è possibilità di vivificazione. Allora, anche chi muore a trent’anni diventa portatore di una vita feconda.

Siamo legati a questa retta di vita legata a una proiezione rettilinea che sperabilmente porta ad alcuni traguardi. Il problema è che quando quei traguardi non vengono raggiunti la vita sembra in scacco, fallita. Una vita troncata per una malattia o per un incidente ci sembra una vita incompiuta. E quell’assenza diventa un’assenza ancora più mortificante per noi che sopravviviamo che per chi è morto.

Allora un altro modo di leggere, di pensare l’esperienza della vita, l’esperienza della morte, può essere quella di curvare questa retta. Immaginiamola come se ci fosse un centro gravitazionale che piega, che curva la vita. La vita invece di essere una retta proiettata, destinata verso magnifiche sorti e progressive o verso traguardi sempre più alti, profitto, guadagno sempre maggiore, titoli accademici sempre più altisonanti è un arco di circonferenza. Ciascun punto del quale, se rivolto verso il centro, verso quell’attrattore gravitazionale, mostra di essere sempre in connessione con l’assoluto. Se ogni istante della nostra esistenza è rivolto verso un centro, l’arco di circonferenza può essere breve o lungo ma quella vita non sarà mai una vita fallita. Perché anche se non arriva a 97 anni, anche se non arriva alla piena docenza universitaria o alla medaglia olimpica, è una vita compiuta, perfetta.

Se noi non sentiamo che il rapporto con gli assenti di cui siamo debitori non trasforma il nostro rapporto con i presenti, vivi qui ed ora, allora sono solo belle parole. E se riusciamo a vivere l’assenza e la distanza senza fuggire l’incontro con il vuoto, con l’angoscia, e lasciarci anche attraversare senza farci distruggere da questi momenti e senza aggrapparci all’idea illusoria di un Io granitico, autarchico ma, appunto, accogliendo l’alterità che ci abita, allora riusciamo a sentire un modo nuovo di avere a che fare con il non spiegabile, con il non interpretabile, con il non totalmente capibile. E allora riusciamo anche ad entrare in rapporto con quel debito che dicevo essere contratto con qualcuno, con qualcosa che non c’è più qui ed ora, in questo momento, ma che, con ispirazione, abbiamo in qualche misura introiettato. Noi inspiriamo, riceviamo da qualcosa, da qualcuno che ci ha preceduto, che ci ha originato. E se riusciamo a entrare in relazione con quell’assenza, ogni respiro sarà un respiro perfetto da seguire.

I sutra buddhisti

Nel Samyutta Nikaya, una delle grandi raccolte di sutra buddhisti, si incontra la figura di Kisa Gotami, una donna che perde un figlio. Di fronte a questo che potremmo dire essere forse il peggiore dei lutti, morire prima dei propri figli si rivolge al Buddha per chiedere una possibilità di uscita da questa secca: vorrebbe poter riavere la vita perduta del figlio o riuscire a dare un senso a questa perdita. Buddha le dice: «Va bene. Potrò esaudire il tuo desiderio. Ho solo bisogno di una cosa. Che tu mi porti un oggetto tratto da una famiglia che non ha avuto nessun lutto». Questa donna inizia a vagare di famiglia in famiglia, di villaggio in villaggio e ogni volta che fa le sue indagini scopre che quella famiglia in realtà ha avuto un lutto. Dopo anni di peregrinazione, torna dal Buddha e gli dice: «Non ce l’ho fatta. Non c’è nessuna famiglia che non abbia avuto un lutto» e il Buddha le risponde: «Appunto… Forse cominci a capire qualcosa». Questo è un modo, si dischiude una soglia attraverso la quale si intraprende un percorso.

Nel Buddhismo è fondamentale capire che non c’è una salvezza sovrannaturale, ma c’è un percorso che ci permette di andare al di là di ciò che noi penseremmo essere soltanto biologico, fisico e naturale. In quell’apologo della madre che perde il figlio, il Buddha non dice alla fine «Sarai risarcita, avrai una resurrezione, avrai di nuovo con te tuo figlio». Dice: trasforma il tuo modo di vedere quella identificazione, quel tuo figlio. Non è una risposta consolatoria, è una risposta che indica un cammino da intraprendere; è una risposta che fa assumere integralmente il peso della morte. Da questo punto di vista c’è una sorta di venir meno alla pretesa dell’umano di dominare tutto. C’è un’abdicazione della pretesa dell’io di poter far valere sempre le proprie ragioni. Ma perché devo morire se sono nato?

Vuol dire, di nuovo, apriti all’esperienza della non totale comprensibilità del mondo.

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