Idee

immagine filo d'erba con gocce
Foto di Philipp Torres per Unsplash

Voci al margine

Tempo di lettura: 4 minuti

Il silenzio è essenziale. Abbiamo bisogno di silenzio tanto quanto abbiamo bisogno di aria, tanto quanto le piante hanno bisogno di luce. Se la nostra mente è affollata di parole e pensieri, non c’è spazio per noi.

Thich Nhat Hanh

Una vita compressa

La nostra società ci spinge sempre più a vivere in città gigantesche, stiamo diventando esseri urbani, chiusi in palazzi e appartamenti così affollati e stretti da lasciarci a malapena lo spazio per alzare gli occhi e vedere il cielo, sia all’alba che di notte.

Questa vita compressa ha una conseguenza profonda, perdiamo il contatto con la bellezza semplice ed essenziale della natura. Vi siete mai fermati a contare quante volte, ormai, osserviamo davvero un tramonto, l’apparire dell’alba, gli alberi del parco, le formiche su una panchina, il riflesso della luna sull’acqua, o semplicemente la luce che cambia? Il nostro modo veloce e stressato di vivere ci sta sottraendo il tempo e lo spazio per questo sguardo profondo. Forse è proprio perché non sappiamo più come guardare le cose che ci circondano che ricorriamo a stimoli continui,  sperando che ci aiutino a vedere meglio.

Una rubrica sui fenomeni sociali in controtendenza

Per questo sono veramente  lieto ed entusiasta di dare il via a questa collaborazione con Gate, inaugurando una rubrica mensile dedicata all’esplorazione di fenomeni sociali in controtendenza. Come antropologo sono tanti anni che il mio lavoro si è concentrato sulle cosiddette marginalità istituenti. Con “marginalità istituenti” intendo l’indagine su come, ai margini della società mainstream — nella differenza e tra i suoi disertori — emergano in realtà risposte significative e talvolta profetiche alle sfide del nostro tempo. Questi spazi di scarto non sono mere assenze, ma luoghi dove si strutturano rituali di resistenza alla logica dominante della velocità, della merce e del consumo, in cui tutti siamo drammaticamente immersi.


Forse è proprio perché non sappiamo
più come guardare le cose che ci circondano
che ricorriamo a stimoli continui,  sperando
che ci aiutino a vedere meglio.

In questa rubrica, desidero focalizzare l’attenzione su una scelta esistenziale che mi appare tra le più radicalmente “altre” nell’attuale panorama socioculturale: il ritiro monastico e le sue diverse forme.

La vita contemplativa, la vita cioè di coloro che dedicano la loro esistenza in modo prioritario alla lentezza, alla riflessione, alla preghiera. Essi immagino lo facciano nella maggior parte dei casi, non per il gusto del silenzio o di un modo di vivere, né unicamente  per fuggire dal mondo fuga mundi, ma per svolgere un servizio di lode, di intercessione e forse di supplica per tutta l’umanità.

Sappiamo che uno dei compiti primari del nostro  cervello è quello di mantenersi incessantemente attivo, molti di noi cercano proprio questo stato di occupazione costante, nel tentativo di evitare l’introspezione e di confrontarsi con la propria realtà interiore. Questo impulso spesso nasce dal timore di scoprire un vuoto o di dover affrontare le proprie paure più profonde, proprio per questo trovo affascinante indagare le motivazioni e le spinte che portano a vivere stando in ascolto.

Mi occuperò soprattutto di quei giovani uomini e giovani donne che in passato o ancora oggi optano per la via monastica, la clausura, il silenzio, la meditazione profonda, il contatto intimo con la natura, scelte di vita profondamente ritirate dal rumore del turbo capitalismo nel quale siamo tutte e tutti immersi costantemente.

Questo mio interesse non è casuale, e lo trovo in linea con il mio percorso di ricerca tra i margini, perché  queste decisioni rappresentano una controtendenza totale e affascinante rispetto ai nostri schemi sociali incentrati sull’efficienza produttiva e l’esposizione costante.

In questi mesi, sulle pagine di questa rivista, analizzeremo il ritiro non solo come atto spirituale, ma come atto politico-esistenziale che mette in discussione i pilastri della nostra civiltà contemporanea  totalmente iper produttivista. Scelte che criticano nei fatti quotidiani la velocità, opponendo la lentezza e la meditazione, scelte che criticano la merce e il consumo, scegliendo la povertà volontaria e l’essenzialità. Una auto esclusione dall’esposizione sociale, preferendo l’anonimato e la disciplina interiore.

Un percorso di esplorazione

Il percorso di esplorazione non si limiterà al dato etnografico immediato, ma si arricchirà di una indagine sulle figure storiche e mitiche di “grandi eremiti” e asceti, veri e propri archetipi della radicalità monastica in diverse tradizioni del mondo. Queste figure offrono una chiave di lettura per comprendere come le diverse culture definiscano il rapporto tra l’individuo, il sacro e la società attraverso l’atto estremo della rinuncia. Nel contesto buddhista tibetano, racconterò figure che incarnano l’asceta, come Milarepa, il quale raggiunse l’illuminazione attraverso la fatica fisica e la meditazione in solitudine; in Giappone, troveremo l’esperienza degli Yamabushi, asceti praticanti dello Shugendō, che uniscono  una sintesi sincretica di elementi buddhisti, shintoisti e taoisti, utilizzano le montagne sacre (nyūbu) come laboratori spirituali. La loro ascesi (tapas) è un’immersione disciplinata nella natura selvaggia per acquisire capacità e purificazione. Molto interessante anche la tradizione cristiana copta e le prime forme di monachesimo come quella dei Padri del Deserto (ad esempio, Sant’Antonio Abate) che definiscono la rinuncia come una battaglia esistenziale. Il deserto non è visto solo come un luogo fisico arido, ma uno spazio simbolico dove l’asceta ingaggia un combattimento interiore contro i demoni e le tentazioni del mondo.

Nell’Induismo, troveremo figure come i Rishi e i Sadhu che sono sicuramente centrali in questo percorso perché incarnano il sannyasa, l’abbandono dell’identità sociale, dedicandosi a pratiche ascetiche a volte estreme per generare potere spirituale. Nel Giainismo invece ci sono i monaci Digambara che rappresentano l’apice della rinuncia materiale, il loro voto di non-possesso li porta a rinunciare persino agli abiti, simboleggiando il totale distacco dai legami del samsara. Interessante anche la figura del taoista/buddhista Hanshan che nella cultura cinese rompe lo schema della disciplina rigida perché  rappresenta l’eremita illuminato che vive ai margini, la cui saggezza si manifesta attraverso l’eccentricità, la poesia e una forma di “follia” che scavalca le convenzioni sociali e religiose per giungere direttamente al Tao o all’Illuminazione Zen.

L’esplorazione di queste vite non sarà solo una galleria di aneddoti, ma un’analisi comparativa di come l’estraniamento volontario venga utilizzato come strumento per ridefinire l’identità.

Attraverso la lente dell’antropologia, cercheremo di decifrare cosa ci dicono queste “diserzioni” sulla nostra società e quali modelli di senso alternativi possano ispirare chi, pur restando nel mondo, cerca un diverso equilibrio tra l’essere e l’avere.

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