Che l’abito non faccia il monaco è un proverbio discutibile. Nel mondo buddhista, l’abito fa la monaca, il monaco, le loro tradizioni, la loro presenza, la visione e l’impegno nel mondo. L’abito paradossalmente spoglia il sé, colora il silenzio e definisce l’appartenenza a una comunità. Ben oltre le apparenze e i giudizi, ci invita a osservare, a soffermarci.
Lavoro con l’Unione Buddhista Italiana, ma vite lavorative fa sono stata costumista e stylist, un’esperienza che mi ha insegnato come i vestiti raccontino sempre storie, svelino identità, riflettano anime, rappresentino scelte e percorsi di vita, inquadrino culture.
Ecco, i buddhisti per esempio, quante volte per identificarli mi è stato chiesto: «Ma quelli tutti arancioni, con i braccialetti e le collanine, sempre sereni?». Be’, non proprio!
Studiando le diverse tradizioni buddhiste, ho imparato innanzitutto a distinguerle. E per farlo ho scelto la via più semplice: quella dei colori. Allora i tibetani sono diventati i vinaccia, gli zen i blu notte e i theravāda gli arancioni. Una conoscenza, la mia, che dall’abito mi ha guidato alle origini del pensiero: ogni colore e forma nascono da filosofie spirituali diverse, ma prima ancora dalla concretezza delle risorse naturali disponibili e delle geografie spesso impervie.
Questo nuovo ordine che da profana sono riuscita a dare a ciò che mi appariva come un caleidoscopio spirituale mi ha portato a notare sempre più spesso il riproporsi di vari elementi – accessori, abiti, colori – del vestiario buddhista nell’abbigliamento contemporaneo di tutti i giorni, laico, quello che può permettersi l’edonismo sovvertendo o ignorando completamente i significati originali.
E da qui, dalla mia ricerca, parte questa storia semplice e colorata che sto per raccontare insieme a Felix Petruška, l’artista che ha illustrato e vestito le mie parole.
Una doverosa premessa: il buddhismo è questione lunga e ingarbugliata e non sarò di certo io a tentare di spiegarlo. Questa serie di articoli dal titolo Vestire il silenzio non ha ambizioni accademiche e nemmeno somiglia a una rubrica di un magazine patinato. È solo un modo per raccontare i costumi, i colori e le forme delle principali tradizioni buddhiste: tibetana, zen e theravāda, l’apparenza con tutti i suoi significati profondi.
Ogni colore rappresenterà una tradizione, una filosofia, e sarà associato a un elemento della natura, metafora dell’interdipendenza di tutti gli esseri senzienti e del forte legame buddhista con la natura.
Cominciamo quindi a colorare.
I colori che vestono il buddhismo: un mandala di natura e spiritualità
Nel buddhismo tradizionale i colori non solo identificano la scuola monastica di appartenenza, ma rappresentano anche aspetti simbolici legati ai vari insegnamenti, alla devozione al Buddha e ai Bodhisattva. E prima ancora, ogni colore ha origini pratiche legate alle geografie originarie e alle tecniche di tintura. Sono i colori a rendere gli abiti buddhisti riconoscibili e identitari.
La frase attribuita allo storico delle religioni Gerardus van der Leeuw, «La filosofia dell’abito è la filosofia dell’uomo. Nell’abito si nasconde tutta l’antropologia», parla anche dell’abito buddhista, simbolo filosofico, antropologico e religioso di presenza, vigilanza, libertà interiore, dharma e appartenenza. Perché semplicemente l’abbigliamento è sempre intrinsecamente legato all’identità e alla filosofia della persona, rivelando aspetti fondamentali sociali e antropologici.
La filosofia dell’abito
è la filosofia dell’uomo.
Nell’abito si nasconde
tutta l’antropologia.
I colori degli abiti monastici buddhisti variano a seconda delle tradizioni, ma hanno in comune il significato legato alla rinuncia del sé, del corpo, alla purezza, alla pratica spirituale e all’adesione a una comunità.
Il codice Vinaya (le regole monastiche del buddhismo, che disciplina la vita dei monaci e delle monache) stabilisce che le vesti monastiche siano semplici, umili e realizzate con materiali di scarto, come stoffe riciclate o tessuti d’occasione. Le vesti dovevano essere tinte con colori naturali e “non attraenti”, ottenuti da materiali locali come cortecce, radici o erbe. Questa prescrizione riflette l’ideale di rinuncia ai beni materiali e l’allontanamento da ogni forma di vanità, pur consentendo adattamenti pratici secondo le risorse disponibili nelle diverse tradizioni buddhiste.
Ogni colore nel buddhismo non è solo simbolico, ma nasce da una stretta connessione e interdipendenza con la natura. Le tinture naturali, preparate con materiali semplici e sostenibili, sono parte integrante della spiritualità buddhista. Tingere le stoffe, pratica purtroppo in disuso, diventava un atto meditativo, un modo per rispettare i cicli della terra e onorare il legame con il mondo naturale.
Vinaccia. Saggi come una dalia
Questo colore, spesso associato alle sfumature più profonde del rosso, viene utilizzato per le vesti dei monaci tibetani.
In Tibet le tinture naturali derivavano da materiali come la radice di robbia, la corteccia di melograno, le bacche di sambuco e le vinacce, relativamente accessibili nelle regioni montuose. Il clima rigido dell’altopiano tibetano richiedeva anche tessuti resistenti e caldi, come la lana, che era possibile tingere con queste tonalità.
Al color vinaccia corrispondono saggezza, disciplina e trasformazione interiore. La maggior parte dei monaci tibetani indossa vesti vinaccia o rosso scuro, con dettagli gialli, blu o oro che distinguono i ranghi o i ruoli cerimoniali. Il vinaccia è considerato inoltre un colore di stabilità e introspezione.

Nel buddhismo tantrico, il vinaccia è associato alla trasformazione delle emozioni negative in saggezza e compassione. È utilizzato nelle vesti di lama e maestri tantrici, rappresentando la profondità delle pratiche esoteriche. In India, a richiamava il sangue come simbolo della vita e della trasformazione, connesso al potere rigenerativo e purificante delle pratiche tantriche.
Questo colore appare anche nei mandala e nei tessuti utilizzati durante rituali, come drappi e mantelli.
Nel buddhismo tantrico, il vinaccia
è associato alla trasformazione delle emozioni negative in saggezza
e compassione.
Dahlia pinnata, la dalia vinaccia
La dalia color vinaccia è un fiore ricco di significati simbolici, che spaziano dalla forza interiore alla trasformazione e alla resilienza spirituale. È nota per la sua capacità di crescere rigogliosa anche in condizioni non ideali, simboleggiando forza interiore e capacità di adattarsi alle avversità. Proprio per le sue sfumature vinaccia viene associata a una forza che nasce dall’introspezione, la crescita spirituale e il raggiungimento di una maggiore consapevolezza. Rappresenta anche raffinatezza e compostezza, evocando l’idea di un equilibrio raggiunto attraverso la disciplina e il controllo delle emozioni. Questo fiore incoraggia a guardare dentro di sé per trovare risposte e forza.

Arancione. Impermanenti come una libellula
L’arancione è il colore distintivo del buddhismo theravāda. Viene ricavato da curcuma, paprika, buccia di cipolla rossa e legno di sandalo, tutti facilmente reperibili nelle regioni tropicali e subtropicali del Sud-Est asiatico (Sri Lanka, Thailandia, Birmania, Laos e Cambogia). È spesso associato alle pratiche di trasformazione delle emozioni negative in saggezza e illuminazione. Nel tantrismo indiano, l’arancione era legato al fuoco sacro, che distruggeva le impurità e portava alla trasformazione spirituale. Tale simbolismo è stato ereditato dal buddhismo Vajrayana. L’arancione appare nei mandala, nei drappi rituali e in alcuni copricapi dei Lama durante le cerimonie che evocano energia dinamica e purificazione.

L’uso degli abiti arancioni nel buddhismo ha origini storiche, pratiche e simboliche, legate alla nascita della comunità monastica buddhista e ai valori di rinuncia e semplicità predicati dal Buddha. Nei primi tempi del Sangha (la comunità monastica), i monaci raccoglievano tessuti di scarto o usati, spesso trovati nelle discariche, lungo le strade o nei crematori, che venivano cuciti insieme per realizzare i loro abiti, noti come kāṣāya (= sanscrito o kesa 袈裟 in giapponese per gli Zen). Per uniformare i colori dei tessuti recuperati e purificarli, i monaci li immergevano in tinture naturali ottenute da cortecce di alberi, radici, foglie o spezie come la curcuma o il legno di sandalo che producevano tonalità che andavano dal giallo ocra all’arancione. Per questo l’arancione è il colore della rinuncia, scelto per rappresentare il distacco dai desideri materiali e dal ciclo di nascita e morte (saṃsāra).
La libellula arancione
La Libellula saturata è nota per i suoi movimenti rapidi e aggraziati, che evocano leggerezza, adattabilità ed equilibrio. Incarna la bellezza della mobilità e del cambiamento. La sua breve vita la rende simbolo di impermanenza e rappresenta l’importanza del non attaccamento.
Le libellule trascorrono gran parte della loro vita come ninfe sott’acqua, prima di trasformarsi in creature alate, un processo che rappresenta la trasformazione spirituale e il superamento delle difficoltà per raggiungere una dimensione più elevata. Vivendo sia nell’acqua (durante la fase ninfa) sia nell’aria evoca l’armonia tra elementi opposti. Il suo colore viene associato al fuoco trasformativo e alla passione. Le sue ali scintillanti e la capacità di volare liberamente suggeriscono una mente illuminata, che si muove con leggerezza e equilibrio verso la saggezza spirituale.
Vivendo sia nell’acqua
sia nell’aria evoca l’armonia
tra elementi opposti.
La visione a 360 gradi della libellula, inoltre, viene associata alla consapevolezza, alla capacità di vedere la realtà da molteplici prospettive, accettando la possibilità del cambiamento.

Blu notte. Contemplativi come un coleottero
Il blu scuro e il nero sono i colori principali nell’abbigliamento della tradizione buddhista zen, e rimandano a concetti di introspezione, profondità spirituale e vuoto. Il blu veniva estratto da indaco, corteccia di piante o minerali. In Giappone viene apprezzato per la sua connessione con il cielo notturno e la profondità.
Il nero è tradizionalmente associato a un’estetica sobria e al concetto di vuoto nella filosofia orientale. In Giappone, veniva ottenuto da materie locali come il carbone vegetale o da tinture naturali ricavate dalla corteccia degli alberi. Nella tradizione Zen, il nero richiama il “non colore” o la fusione di tutti i colori, rappresentando la totalità e l’illimitatezza della realtà ed evoca la profondità della notte e il mistero, richiamando l’idea di vuoto (śūnyatā) e dell’infinito, della pratica meditativa Zen.

Coleottero blu
La chrysomelidae oreina blue assume un colore blu iridescente a causa della diffrazione , fenomeno che si verifica quando la luce passa attraverso un’apertura stretta o intorno a un ostacolo e si «piega», invece di viaggiare in linea retta. Questo fa sì che i raggi di luce si distribuiscano e si sovrappongano, creando schemi di interferenza con aree di luce e buio. Un esempio è appunto il coleottero blu, il cui colore brillante non dipende dai pigmenti, ma da minuscole strutture sulla sua superficie che diffondono e separano la luce.
In pratica il suo colore è un non colore…
Il ruolo del coleottero blu nell’ecosistema è quello di contribuire alla decomposizione organica e al ciclo naturale della vita, rappresentando così bene la continuità e il rinnovamento.
Alla sua colorazione mutevole si possono associare il potere della trasformazione, il cambiamento e il progresso spirituale.

Giallo. Illuminati come un dente di leone
Il giallo è il colore principale delle vesti dei monaci theravāda e distingue anche i monaci tantrici tibetani (Vajrayana). Rappresenta la saggezza, l’illuminazione e la purezza mentale.
Per ricavare questo colore venivano usate le stesse tinture naturali dell’arancione, reperibilii nel Sud-Est asiatico (Sri Lanka, Birmania, Thailandia, Laos, Cambogia): curcuma, zafferano e buccia di cipolla.
I monaci theravāda indossavano vesti confezionate con pezzi di stoffa donati o scartati (a volte stracci), tinti di giallo per uniformità e per ridurne il valore commerciale, sottolineando la rinuncia ai beni materiali.

Nel buddhismo tantrico tibetano il giallo è meno comune per le vesti ordinarie, che tendono a essere rosso scuro o vinaccia, ma appare nei dettagli delle vesti cerimoniali e nei copricapi dei Lama. Nel Vajrayana il giallo simboleggia illuminazione e saggezza, un attributo delle divinità e dei bodhisattva tantrici. Il giallo nel buddhsimo tantrico richiama anche elementi indiani come l’oro e il sole, simboli della conoscenza trascendentale. Il buddhismo Vajrayana attribuisce a questo colore un significato di illuminazione spirituale superiore. È inoltre legato ai mantra e alle meditazioni tantriche sulla trasformazione dei veleni mentali (avidità, odio, ignoranza). La sua vibrazione simbolica aiuta il praticante a evocare la purezza e la saggezza necessarie per il cammino spirituale.
Nel Vajrayana il giallo simboleggia
illuminazione e saggezza,
un attributo delle divinità
e dei bodhisattva tantrici.
Dente di leone
Il tarassaco, più comunemente chiamato dente di leone, è un fiore selvatico di colore ocra-giallastro che cresce anche in ambienti difficili, spesso nelle crepe nell’asfalto o terreni incolti e resiste a condizioni avverse, per questo è associato alla resilienza, alla forza vitale e alla capacità di adattamento. Il suo aspetto modesto ma brillante richiama poi la bellezza nella semplicità e la purezza del cuore.
Soffione è il termine che descrive la fase finale del tarassaco, quando il fiore giallo si trasforma in un’infruttescenza di semi soffici e piumosi, quelli che troviamo ad aprile nei campi e su cui ci piace soffiare! Ogni seme, dotato di un piccolo «paracadute» naturale (pappo), è pronto a volare via con il vento per diffondersi. Per questo ci parla di trasformazione, grazia e impermanenza. La capacità dei semi così leggeri di viaggiare lontano grazie al vento rappresenta la libertà e la leggerezza dell’essere. Questo fiore sembra quindi un invito a lasciare andare le preoccupazioni e a vivere senza attaccamento. Il tarassaco è inoltre noto per le sue proprietà di cura fisica e spirituale.
Marrone. Connessi alla terra come una formica
Il marrone è associato principalmente alla tradizione zen, ma è presente anche in alcune pratiche del buddhismo theravāda che fa più uso di un marrone tendente all’arancione, ottenuto da tinture naturali come mallo di noce, corteccia di quercia, foglie di tè nero o caffè, materiali facilmente reperibili nel contesto giapponese e cinese.
Il colore fu scelto per la sua neutralità e praticità, in linea con l’estetica sobria e minimalista del buddhismo Zen, e rimanda alla connessione con la natura.
Anche qui, seguendo l’insegnamento del Buddha sulla rinuncia, i monaci buddhisti raccoglievano stoffe scartate, come pezze di abiti vecchi, tessuti abbandonati o anche stracci trovati in luoghi di cremazione o discariche che poi bollivano in tinture naturali, dunque torna l’abbandono dei desideri mondani. Non è un colore attraente, e questo enfatizza l’umiltà e la semplicità della vita monastica.

Formica marrone
La Lasius niger, comunemente detta formica marrone, è un buon esempio di stabilità e radicamento e si avvicina al significato simbolico del marrone come connessione alla pratica spirituale e alla terra.
Rappresenta l’impegno costante per raggiungere gli obiettivi collettivi e affronta gli ostacoli con pazienza e determinazione, diligenza e perseveranza.
Nonostante le sue piccole dimensioni, la formica marrone ha un ruolo ecologico cruciale, simboleggiando l’importanza delle cose semplici e l’umiltà di servire un ruolo più grande. E un esseremodesto, umile, a cui non interessa emergere, ma che si rende completamente utile a una comunità. La formica è un modello di unità e cooperazione, sottolineando l’importanza di lavorare insieme per un bene comune.
Trascorrendo gran parte del suo tempo al suolo o sotto di esso, la Lasius niger rappresenta una connessione profonda con la natura e la terra.
Le sue attività metodiche e la vita organizzata della colonia riflettono il valore della disciplina, fondamentale in molte tradizioni spirituali, incluso il buddhismo. Questo insetto ci ricorda che anche i più piccoli contributi possono avere un grande impatto in un sistema collettivo… il karma dunque.
Rosso. Compassionevoli come un papavero
Il rosso è il colore principale del buddhismo tibetano. Nel Tibet e nelle regioni himalayane, le tinture rosse venivano estratte da risorse naturali come il legno di sandalo rosso, le bacche di acacia catechu, gli insetti (ad esempio, il kermes) e papaveri rossi in terre e periodi più miti. Nel contesto tantrico indiano, il rosso era legato alla simbologia del sangue come forza della vita e al fuoco trasformativo delle pratiche spirituali.
Questo colore rappresenta compassione, forza vitale e trasformazione spirituale, ma anche protezione e calore spirituale. Nel buddhismo tantrico spesso il rosso è associato alla divinità femminile Tara Rossa, che incarna il potere protettivo e la compassione attiva.

Il papavero rosso
Fiore spesso associato alla forza e alla rinascita, il papavero rosso simboleggia compassione, memoria e sacrificio
La caducità dei petali e la vivida tonalità del papavero portano con sé l’idea di rinascita e trasformazione e lo rendono simbolo di impermanenza. L’immagine del papavero, delicata e transitoria, evoca quiete e pace interiore, ricordando l’importanza di vivere il momento presente, qui e ora. Il papavero è anche storicamente associato al sonno e alla dimensione onirica, in parte per il suo legame con l’oppio. In senso spirituale, potrebbe rappresentare l’accesso a stati di consapevolezza più elevati.
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