Mi accorgo soltanto adesso che ho trattato di molti alberi e specie, ma lasciando quasi per scontata la famiglia più numerosa nonché una delle più spettacolari del nostro paese: le querce.
In Italia si stima la presenza di ventuno miliardi di alberi, le regioni con più superficie boscosa o boscata risultano la Toscana, il Piemonte e la Lombardia, tra l’altro tre delle più popolose. Il faggio è la specie singola più diffusa, circa un miliardi di esemplari, il genere più presente invece è quello del Quercus, ovvero l’insieme anzitutto di Quercus ilex, Quercus robur, Quercus suber, Quercus petraea, Quercus cerris e Quercus pubescens, a cui si aggiungono alcune varianti quali Quercus virgiliana, Quercus virginiana, Quercus crenata, Quercus frainetto, Quercus trojana, Quercus ithaburensis, a cui si accostano piante esotiche quali Quercus rubra, Quercus coccinea, Quercus pyrenaica, Quercus faginea. Non facile nemmeno sempre da distinguere.
Di vasti esemplari plurisecolari ve ne sono molti, alcuni sono diventati mete quotidiane da cercatori di alberi cocciuti e inarrestabili, ma anche di molti semplici viaggiatori: ad esempio la farnia di Sterpo, in Friuli, la quercia di Novi Ligure in Piemonte, le diverse querce delle Madonie in Sicilia, la quercia Madre o quercia vallonea di Tricase, in Puglia, la quercia di Laino Borgo nel cosentino, in Calabria; e ancora: la roverella di Patrica nel Lazio, la querciona sotto cui veniva probabilmente a pregare il francescano Fra Egidio a Laurenzana in Basilicata, le grandi querce di Rocchetta al Valturno in Molise, la quercia del bosco della Ficuzza in Sicilia, l’elce monumentale dell’Etna, ancora in Sicilia, la rovere quasi millenaria – 935 anni! – in Aspromonte, la quercia dell’Ornellaia a Bolgheri in Toscana, i cerri di Sasso Marconi, la quercia di Nottoria in Umbria, al quercia da Sughero di Muravera in Sardegna… l’elenco sarebbe per fortuna assai lungo.
Ma c’è una quercia che probabilmente inligna tutti gli eventuali sogni e aspettative che una grande quercia può suscitare e alimentare: la quercia nera di Capannori, a San Martino in Colle, alle porte di Lucca. Lungo una strada sterrata compare questa grande quercia, rubricata a roverella, stimata da alcuni in 500 anni e da altri addirittura in otto secoli. Un fatto concreto che possiamo rilevare sono le misure: 450 cm la circonferenza del tronco, come si dice a petto d’uomo, e la vastità della chioma, oltre trenta metri di profondità. Vedersela comparire davanti è sempre una bella emozione: il tronco scuro e le tante lunghe ramificazioni sospese si allungano verso chi si avvicina, da un lato, e si incurvano verso la strada sterrata che si sta percorrendo e che le transita accanto. Il disegno ondulato del suo corpo verticale e la geometria complessa del bosco sospeso che ha cucito qui, in queste decine di metri quadri, la rendono unica e magica. Non a caso è di certo uno degli alberi monumento più fotografati e condivisi sui social del nostro nutrito elenco di patriarchi verdi riconosciuti, nonché vincolati da Ministero dell’Agricoltura e tutelati dal Corpo Forestale.
Anzitutto i nomi che porta: Quercia delle Streghe, Quercia di Collodi, Quercia di Pinocchio. Il primo si spiega con la credenza che qui sotto, probabilmente nel Basso Medioevo, si ritrovassero per i loro sabba mefistofelici alcune streghe, fatto di cui non abbiamo testimonianze storiche vere e proprie, se non la suggestione retorica di qualche burlone che ne ha scritto per far festa a modo suo. Ma se c’è una grande quercia goticheggiante, con lunghi rami e folte chiome, vuoi mica che le streghe non siano state qui a ripetere le loro formule al contrario? Faticando in grossi pentoloni nei quali far brontolare ali di pipistrello, code di volpe, lingue di ramarro e becchi di merlo?
Gli altri due nomi derivano dal fatto che la strada sterrata che avete seguito per raggiungere l’albero, volendo si innesta su altri cammini che portano al paese confinante, Pescia, laddove c’era l’abitazione della madre di Carlo Lorenzini, in arte Collodi, il celeberrimo autore delle avventure di Pinocchio. Una bella e credibile favola che molti autori di libri e cercatori di grande piante hanno alimentato in questi ultimi trent’anni, il sottoscritto tra gli altri, assicurerebbe che il Collodi facesse lunghe passeggiate e transitasse ai piedi di questo che doveva già pur essere un albero strepitoso, ma anche in questo caso le fonti sono incerte, per non dire assenti. Da questa ipotesi si evincerebbe dunque che la grande quercia nera che trionfa nelle pagine di Pinocchio e dove il burattino nostro viene nientemeno che inutilmente impiccato, sia in verità per appunto ispirata alla quercia di Capannori. Tutte invenzioni ma comunque aumentano la magnitudine di un albero già di per se, sufficientemente irresistibile e fascinoso.
Oltremodo il terreno ai suoi piedi è adattissimo per una meditazione buddista, o cristiana, o mussulmana, o laica. Di certo, passando di qui, uno dei tanti nostri fratelli e sorelle Buddha potrebbe sedere e fare silenzio, magari alle prime luce dell’alba oppure salutando il giorno mentre il sole soprano inizierà a tingere di rosso cupo le foglie o le cortecce della grande quercia.
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