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Una sinfonia di larici annosi

 

 

 

L’abbiamo vista tutti, l’immagine di Mario Brunello che si siede e inizia a suonare il suo strumento, il violoncello, accanto ad alcuni dei larici abbattuti in questi giorni per iniziare i lavori di realizzazione di una pista da bob, in previsione dei giochi che dovrebbero essere festosi per le Olimpiadi invernali di Cortina 2006. Un gesto immacolato, semplice, forse anche scontato: sedere e suonare, tributo di musica agli alberi abbattuti per un impianto insensato, soprattutto visto che in Italia i praticanti di questa disciplina si contano su poche mani, forse meno. Nelle valli piemontesi marcisce una struttura analoga realizzata poche stagioni fa ma subito dimenticata. Sembriamo insistere nel non imparare dagli errori che commettiamo e comunque ben cinquecento alberi dei boschi che circondano Cortina saranno sacrificati per un rito sportivo e mediatico.

 

Non è la prima volta che un violoncellista commenta, anzi, sottolinea con il suo sedere e suonare un momento drammatico o storico: qualcuno ricorderà che nei giorni giubilanti dell’autunno del 1989, alla caduta del muro di Berlino, un signore un po’ serioso, con l’aria del bibliotecario di lunga esperienza, sia uscito da casa propria e si sia seduto, col proprio strumento lucido, e abbia suonato per i passanti. Poteva essere chiunque, e invece si chiamava Mstislav Rostropovic, uno dei più celebri e celebrati violoncellisti della sua generazione (chi scrive consiglia vivamente di procurarsi le sue mirabili esecuzioni delle Suites per violoncello di J. S. Bach, Warner Classics).

 

Certo, c’è chi potrà controbattere che gli strumenti musicali sono fatti di legno, che per secoli le scuri sono scese sulle cortecce per scheggiarle e schiantare alberi ma con quale esito? E poi quanti alberi? Quali alberi? In Francia non sono state forse abbattute centinaia di querce secolari per ricostruire la «forêt» che riconsegnerà Notre-Dame ai francesi e all’umanità? Sono tanti i fili che potremmo cercare di tirare…

 

Il larice è al pari dell’abete rosso l’albero alpino per antonomasia: svetta in formazioni serrate ricoprendo i territori pietrosi dove le faggete non arrivano, o meglio dove non arrivavano, e supera bellamente la soglia critica dei duemila metri per avventurarsi su pianori scoscesi, dirupi a strapiombo, e talvolta ne vedi lassù, dove fino a qualche decennio fa arrivavano le propaggini più basse dei ghiacciai, oramai erosi, consumati, fantasmati, quantomeno fino alla prossima glaciazione, quando nessuno di noi ci sarà più e da un bel pezzo.

 

Ridimensionando il nostro sguardo e accendendo il cercatore interno sulla voce «albero monumentale / larice plurisecolare o millenario», potremmo andare a visualizzare larici annosi e coriacei presenti sull’intero arco alpino, dal confine franco-ligure alla parte opposta del boomerang, tra Friuli, Slovenia e Austria. Quelli che vengono considerati i larici più annosi si trovano in Val d’Ultimo, nel comune di Ultimo o meglio Ulten, in frazione Santa Geltrude; percorrendo la provinciale che risale si verrà guidati in un’area specifica, al di sopra di un ristorante molto frequentato: e lì, a pochi passi, si incontrano tre dinosauri arborei, per lungo tempo considerati bimillenari, in seguito ad una favola che echeggiava di bocca in bocca e dunque di libro in libro, ma attualmente ridotti, si fa per dire, ad un’età compresa tra gli 850 e i 1000 anni. Uno è il Pancione, con un grosso bernoccolo che gli cresce sul fianco, il più corpulento ovviamente, e poi c’è lo Spillone, il più alto, obliquo, tenuto in piedi da una serie di tiranti, quindi il Cavo, uno zoppo che siede in parte su un muretto, inserito nel corso del tempo per sostenere la sua forma svuotata probabilmente da un fulmine che l’ha colpito chissà quando lasciandolo menomato. Ovviamente sono alberi costantemente monitorati, visitati ogni santo giorno da qualcuno, o da intere formazioni di turisti e camminatori, e dunque non proprio alberi selvaggi e remoti.

 

Sono al contrario più selvaggi anche data la posizione, al di sopra dei 1800 e al di sotto dei 2000 metri, i larici plurisecolari, stimati tra i 300 e i 400 anni, che crescono a fianco di un pianoro nella parte più alta del comune di Rabbi (TN). Ho descritto questi larici in diversi libri, e più volte sui giornali. Non che vi sia un albero che superi gli altri per magistero, semmai è la collocazione spettacolare di questa vera e propria scalinata che venne realizzata circa due decenni orsono per volontà di un appassionato, nonché forestale di stanza al Parco Nazionale dello Stelvio. Settecento scalini consentono di accarezzare i tronchi rugginosi e dalle più diverse deformazioni che connotano le conifere scolpite della Scalinata dei larici monumentali, vero attrattore turistico del Trentino. Le misure delle circonferenze dei tronchi oscillano dai 3 ai 4,5 metri.

 

Proseguendo verso ovest si possono incontrare esemplari singolari, unici, eremiti nel popolo dei larici: uno cresce a Caderzone Terme (TN), accanto al lago di Garzone, un altro s’incurva ad arco nei pressi di malga Casentia, entro i confini del Parco dell’Adamello, in territorio bresciano. E poi c’è, in alta Valmalenco, il millenario, un albero di modeste dimensioni, con la cima tutta carbonizzata, che resilia a 2150 metri, di fronte al Disgrazia (3678 m), studiato, e al mondo quantomeno dall’anno 1007.

 

Altri larici sono assiepati intorno alle abitazioni, per lo più silenziose e abbandonate, villaggi che due secoli fa erano chiassosi e popolati da chi viveva ai piedi delle foreste e delle montagne, magari per fare il boscaiolo oppure il minatore, e che nonostante la cocciuta testardaggine e una certa comprensibile ignoranza, aveva compreso che nessun paravalanghe edificato da mano umana potesse equivalere alla solidità fornita da un lariceto; ne vennero piantati a partire dal XVII secolo per proteggere le case delle borgate montane dalle valanghe, d’altro canto al tempo quando nevicava scendevano i metri, non i centimetri come in questi nostri stralunati anni. Li chiamavano boschi banditi o bandite poiché appartenevano alle comunità ed era severamente vietato abbattere qualsiasi albero. Ve ne segnalo due, in due valli parallele del Parco Nazionale del Gran Paradiso, uno in località Bien in Valsavarenche, e uno ad Artalle, nel comune di Rhêmes-Notre-Dame: decine di larici monumentali tra i 3 e 450 cm di circonferenza dei tronchi. Si consiglia di andarli a visitare in autunno quando la chioma del larice s’incendia in un giallo spiccato.

 

Terminiamo questo valzer alpino per approdare al più grande, il pastore solitario che radica da 600 o più anni al sopra dell’abitato del comune di Pietraporzio, alta Valle Stura, nel cuneese. Si supera l’abitato e si risale lungo una strada forestale a zig-zag fino a parcheggiare su un pianoro. Si seguono le indicazioni per il rifugio Zanotti e dopo 1.5/2 ore di sassi scalciati si arriva nel vallone del Piz dove trionfa solitario Lou merze gros. La foto che accludo vale oltre ogni mia eventuale descrizione.

Idee

  • Scrittore, saggista, poeta, fotografo, Tiziano Fratus ha pubblicato tra gli altri «Giona delle sequoie» (Bompiani), «L’Italia è un bosco» (Laterza), «Alberi millenari d’Italia» (Gribaudo), «Ogni albero è un poeta» (Mondadori), «Manuale del perfetto cercatore di alberi» (Feltrinelli), «Il bosco è un mondo» (Einaudi), «Sogni di un disegnatore di fiori di ciliegio» (Aboca), «I giganti silenziosi» (Bompiani), «Sutra degli alberi» (Piano B), «Il libro delle foreste scolpite» (Laterza), «Poesie creaturali» (LDN), «Il sussurro degli alberi» (Ediciclo), «L’Italia è un giardino» (Laterza), «Waldo Basilius» (Pelledoca) e «Agreste» (Piano B) e varie raccolte di poesie, tra cui «Un quaderno di radici» (Feltrinelli) e «Vergine dei nidi» (Feltrinelli). Ha collaborato e collabora con Rai 3, «La Stampa», «La Repubblica», «Il manifesto» e «La Verità».

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