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Una rete di baci

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«Però, Luca, questo è un passaggio chiave fondamentale dove si perdono in molti. Non bisogna trasformare questa assenza nella “cosa” fondamentale. L’universo non è fatto di cose, di materia, di sassi… è fatto di una rete di baci» – dice Carlo Rovelli, in un romantico, poeticissimo passaggio, in barba a chi nella scienza non ci coglie poesia (e viceversa). Si chiude così LOOPS, graphic novel di Luca Pozzi e Elisa Macellari, edita da BAO, il cui sottotitolo (Ispirato da una conversazione con Carlo Rovelli) preannuncia la profondità del viaggio in cui i due artisti ci condurranno. Abbiamo intervistato Luca e Elisa alla Bologna Children’s Book Fair 2024, in occasione del premio che il libro ha ricevuto: «Special Mention in Comics Young Adult». Con generosità e una travolgente passione, Luca ci ha raccontato il senso di quest’opera e tutto ciò che è riuscito a comprendere tramite letture, confronti con Rovelli ed esperienze trasversali, come l’osservazione di quadri che apparentemente nulla hanno a che fare con la materia, e che invece, e non a caso, lo hanno condotto a comprensioni di natura altra. Artista già noto per i numerosi lavori in cui l’arte non è che un medium per spaziare (forse più liberamente) ai confini della realtà e della Fisica – materia non «studiata» a scuola, ma padroneggiata con impressionante disinvoltura – Luca si è cimentato con la moglie Elisa, illustratrice di talento e di successo, in un’operazione creativa, dai notevoli esiti divulgativi. Il volume è un viaggio nella giungla del Sud-est asiatico, in cui non mancano escursioni nella storia della filosofia greca, nella scienza, nell’universo e in elevate dimensioni spazio-tempo. È così che in questo dialogo, fra il fisico e l’artista, si approda anche a Nāgārjuna, fondatore e sommo esponente della scuola Mādhyamika (Via di Mezzo), la cui opera principale, le Madhyamakakārikā (Stanze [o Strofe] della Via di Mezzo), costituiscono un’opera di capitale importanza, la cui lettura – come scrive Emanuela Magno nel suo splendido volume Nāgārjuna. Logica, dialettica e soteriologia (Mimesis) – sono ancora oggi «un esercizio di pensiero che conduce la riflessione critica a dei rari livelli di profondità e spaesamento». Capace come fu questo monaco e logico di tagliare alla radice, di sgretolare l’errata, illusoria visione di un’io sostanziale e indipendente; e di farlo attraverso una critica vertiginosa, che rielabora e confuta dall’interno le tesi degli «avversari», per tornare paradossalmente al cuore, radicale, dell’insegnamento del Buddha: la visione della Via di Mezzo.

 

LOOPS, nonostante la complessità degli argomenti, si legge d’un fiato. Luca Pozzi e Elisa Macellari, insieme a una guida di eccezione, ci fanno strada nella fitta foresta asiatica e in quella del pensiero, lasciandoci con almeno una certezza: che l’universo è fatto di una rete di relazioni, o più poeticamente (licenza scientificamente concessa) di baci.

 

 

EG: Partirei subito dal tuo interesse nei confronti delle varie tradizioni buddhiste: so che è molto acceso e che si caratterizza come una ricerca tuttora aperta, flessibile e curiosa, come del resto il tuo approccio artistico, aperto a molte discipline e linguaggi. In che modo pensi che questa visione possa arricchire la tua vita, oltre alla tua attività?

 

LP: Ho incontrato il buddhismo per caso, durante il primo viaggio che Elisa e io abbiamo fatto insieme per conoscerci meglio. Esploravamo il Laos: zaino in spalla, senza troppe aspettative, ma entrambi particolarmente ricettivi. Non pensavamo nemmeno lontanamente che la sua giungla incontaminata un giorno sarebbe diventata l’ambientazione di LOOPS. Però ricordo come il «chanting» dei monaci nei templi Theravada ci avesse colpito. Passavamo molte ore ad ascoltarli e, aldilà della musicalità ipnotica, ci piaceva questa volontà della comunità di creare una sorta di circolarità temporale, di connessione senza soluzione di continuità tra respiro, voce, parola e universo. Non so esattamente in che termini questa visione possa arricchire la mia vita, né tantomeno la mia attività, però sicuramente è stato il punto di partenza per un viaggio diverso che sto ancora percorrendo e che mi ha portato ad approfondire il buddhismo, a interrogarmi su questioni scientifiche e a utilizzare il linguaggio dell’arte come una specie di passpartout. Non mi è mai piaciuto definire chi sono né quello che faccio, ma ho trovato degli escamotage per bypassare la risposta, ricreando immagini evocative che spostano la riflessione su un altro piano. Più che descrivere o spiegare, mi interessa lavorare sull’esperienza, anche se questo a volte mi obbliga a usare i linguaggi in maniera impropria o non-convenzionale.

 

EG: Addentriamoci allora in LOOPS, la graphic novel che hai realizzato con tua moglie, Elisa Macellari, che racconta di una conversazione con Carlo Rovelli a proposito del concetto di tempo, immaginaria per il contesto in cui ambientata (nel bel mezzo della giungla), ma realmente avvenuta con il celebre fisico, con cui – lo ricordo – hai un legame di amicizia e collaborazione di lunga data. Puoi raccontarci di questo rapporto, e in particolare di questo libro?

 

LP: LOOPS è una nuvola di ricordi, di informazioni sospese ed esplose, che in maniera del tutto non lineare poi si riconnettono secondo le suggestioni della Gravità Quantistica. È composto da spazi e tempi diversi, che trovano una nuova configurazione all’interno di un mondo parallelo emergente che, per me e Elisa, era proprio quello della graphic novel, intesa anche come piattaforma democratica per entrare in contatto con chi forse non conosceremo mai direttamente. È un messaggio in una bottiglia lanciato nel mare, libero di navigare tra le onde in attesa che qualcuno decida di leggerne il contenuto. È il risultato di una serie di intrecci relazionali: una ragnatela di fatti realmente accaduti, semplici intuizioni, culture antiche, congetture scientifiche, momenti di euforia personali e piccole tragedie globali. È una specie di puzzle che si auto-organizza e che unisce le persone. Tra queste persone, se Elisa è stata la costante emotiva, nonché la mano che ha dato vita alle immagini della storia, Carlo sicuramente è stato il collante di tutta la narrazione a livello teorico. Ci siamo incontrati per la prima volta nel 2010, avevo letto di lui su un libro di un suo amico (Lee Smolin), e volevo assolutamente parlargli, anche se non avevo idea di cosa ci saremmo detti. Quindi gli ho semplicemente scritto una e-mail chiedendogli udienza. Incontrarlo a Luminy, in un’università a strapiombo sul mare nel sud della Francia è stato eccezionale, da tutti i punti di vista… la visione che traspare dalla sua ricerca è al tempo stesso rivoluzionaria e naturalissima, così naturale da toccare chiunque, al di là dei confini disciplinari. Per me, in tutti questi anni, è stato una specie di Virgilio, una vera e propria guida, anche se in LOOPS sono io a fargli strada nella selva oscura del Laos, tra templi dorati, foreste di mangrovie, animali misteriosi e le acque impetuose del fiume Mekong.

 

 

EG: Nel buddhismo si parla di una realtà vuota e interdipendente, di un sorgere dei fenomeni dovuto a una legge di cause e condizioni. Grazie a questa caratteristica, vi è l’effettiva possibilità che le cose esistano: esse infatti funzionano proprio in virtù di questo «spazio», di questa assenza di intrinseca realtà. Come si sviluppa esteticamente nella tua ricerca questa visione, che mi pare sia sempre presente e sottotraccia nei tuoi lavori artistici? In che termini cerchi di farla emergere nelle tue opere?

 

LP: C’è un aspetto della Gravità Quantistica a Loop che mi ha particolarmente colpito. Cioè il fatto di essere una congettura che sostanzialmente cerca di sanare un’incompatibilità di fondo tra le due massime teorie scientifiche che descrivono oggi il mondo dei fenomeni naturali. Ovvero: la Relatività Generale di Einstein, che si occupa degli oggetti macroscopici, dai sassolini più piccoli alle galassie più grandi, e la Meccanica Quantistica, che invece si occupa del mondo subatomico, dove scompare il determinismo classico a favore di una serie di fenomeni probabilistici estremamente controintuitivi. Ma cosa succede se si cerca di studiare l’origine delle cose? L’origine non è né grande né piccola, né pesante né leggera; quando si cerca di capire il Big Bang, o cosa accade all’interno dei buchi neri, i due modelli entrano in contraddizione e si falsificano a vicenda. La Gravità Quantistica è una «strada di mezzo», un veicolo per comprendere il comportamento quantistico degli spazi e dei tempi, al plurale. Ma richiede uno sforzo notevole, bisogna saper fare una cosa difficilissima, ovvero immaginare cosa ci sia prima dello spazio e prima del tempo… è come chiedere a un pesce di immaginare cosa ci sia fuori dal mare, fuori dal suo habitat, fuori dalle condizioni che rendono possibile la sua stessa esistenza! I loops di cui parla LOOPS non sono nello spazio e nel tempo: «SONO LO SPAZIO E IL TEMPO». Il vuoto che tento di descrivere esteticamente con il mio lavoro è un vuoto pre-spaziale e pre-temporale. È un’assurdità tentare di evocarlo sotto forma di opere d’arte nello spazio e nel tempo – me ne rendo conto – eppure, credo che una traccia indiretta di tale meccanismo possa essere percepibile attraverso espedienti indiretti di questo tipo, anche se questo richiede di trasformare tutto in un niente potenziale, dove le cose si innescano e interlacciano, come evento emergente indiretto, proprio grazie a questa assenza impermanente che alcune scuole buddhiste forse chiamano «vacuità». In generale, con le opere che realizzo – che siano fotografie, sculture, ambienti immersivi di varia natura o semplici incursioni in contesti alieni a quello del sistema dell’arte contemporanea – quello che cerco di fare è contribuire, come dicevo prima, all’emersione di questo tipo di esperienza, che altrimenti resterebbe confinata a dimensioni o scale energetiche che noi, intesi come fenomeni apparentemente solo macroscopici, faticheremmo ad apprezzare coscientemente. Nel mio piccolo – attraverso analogie, simulazioni ed esperimenti mentali – quello che cerco di fare è approfondire la natura di questa esperienza tentando di agire dal suo interno come un semplice operatore. Lo faccio utilizzando campi a levitazione elettromagnetica, rivelatori di particelle, intelligenze artificiali, mondi in virtual reality, ma soprattutto manipolando la dualità polarizzante tra il concetto di realtà analogica e realtà digitale. O, come in questo caso, attraverso un fumetto.

 

EG: Grazie all’interdipendenza dobbiamo anche questo felice «connubio artistico» con te, Elisa, che a tua volta, nell’introduzione di LOOPS, parli del fumetto come di un linguaggio capace di «far emergere relazioni emotive profonde» e di «creare connessioni inaspettate». Mi sembra che, a più livelli, l’interdipendenza ricorra in modo evidente in questo progetto, ma anche nella vostra vita…

 

EM: Sì, assolutamente! Questo progetto è emerso proprio per una serie di relazioni con Luca… in generale, tutte le cose che mi succedono nella vita «emergono», è difficile che me le vada a cercare con l’obiettivo di farle succedere. Anche con Carlo e questo libro: è avvenuto tutto in modo abbastanza spontaneo. Ci sono state varie fasi della nostra vita, in cui Luca aveva già maturato l’idea di fare questo fumetto, però io non ero «nel momento giusto», non mi sentivo pronta… poi, a un certo punto, si sono allineati tutti i punti, ed è così che è nato… ho detto: «OK! Adesso sono in grado di farlo, il mio editore mi sta chiedendo una storia», tutto insomma si è allineato! È stato anche molto sfidante, non essendo per me un territorio di «super confort». Però mi sono detta: «Mi affido!» Ho fatto proprio un atto di fiducia rispetto a questo progetto, cercando di leggere tutto ciò che mi raccontavano nel modo più aperto possibile… poi naturalmente aspettavo da loro un riscontro di giusta interpretazione!

 

EG: Ecco, a proposito di quest’ultima cosa che dici, mi ha colpito la tua capacità nel far vedere concetti effettivamente ostici per chi non è addentro alla materia. Al di là della tua bravura artistica, hai proprio reso bene, visivamente, dei concetti scientifici… anche questo è frutto di una «coincidenza» o c’è stato uno studio di preparazione più ponderato?

 

EM: Credo sia un po’ una stratificazione… e penso che il lavoro di Luca, come artista, mi abbia indubbiamente influenzata. Intendo dire, abbiamo un background comune di reference visive, ed è chiaro come i nostri linguaggi, nel corso del tempo, si siano in qualche modo contaminati, per cui magari ci sono degli elementi che usiamo entrambi, perché viviamo insieme, perché vediamo le stesse cose… Per esempio, l’uso artistico e simbolico che Luca fa della pallina da tennis (che è fra l’altro un oggetto che tutti conoscono), anche per me era molto semplice da introdurre nel linguaggio illustrativo, quindi anche lì è stato proprio uno scambio, da tutti i punti di vista…

 

EG: Fra le varie curiosità del libro, una forse «minore», ma che mi ha colpito molto, è quando tu, Luca, racconti di essere andato in Erasmus in Francia per approfondire lo studio di Paul Cézanne: un pittore considerato figurativo, pur nelle sue sperimentazioni che gettarono poi le basi per il Cubismo. Racconti di come ti abbia stimolato allo studio della Fisica. Scrivi, infatti: «ho visto la natura diventare una concatenazione di tasselli colorati» (una volta un amico mi ha raccontato qualcosa di simile, a proposito di un quadro di Klee, rivelandomi che da allora era arrivato a comprendere il concetto di interdipendenza della realtà!…). Puoi raccontarci di questa scintilla, che pare sia quella ad aver avviato tutto?

 

LP: Sì, Cézanne è stato importantissimo, un vero esempio di rettitudine e lucidità di visione per me, e ho tentato di inseguirlo ovunque potessi. Da una parte perché, a differenza di molti della sua generazione, si è totalmente disinteressato alla moda del suo tempo. Voglio dire, è nato e vissuto ad Aix-en-Provence, lontano dalla Parigi «hype bohemien» che attraeva la maggior parte degli artisti suoi contemporanei. Mi ossessionava la sua capacità di trovare tutto nelle cose semplici della quotidianità: lui sperimentava osservando tutti i giorni la stessa imponente montagna, la Saint-Victoire, o il lento marcire delle mele che disseminava ovunque nel suo studio, la stessa donna, giorno dopo giorno. Non so come abbia fatto, ma la sua pittura è una vera invenzione (come il telescopio) e testimonia la capacità di percepire ogni cosa come parte di un ecosistema interdipendente. Prima di tutto, perché formalmente è in grado di abbattere la dicotomia tra figura e sfondo: per Cézanne non c’è gerarchia tra la montagna e il cielo, tra un vaso di frutta – il tavolo e la stanza che li contiene. Non so se hai presente la scena di «Matrix», alla fine, quando Neon ferma le pallottole con la mano e poi rialza lo sguardo e vede tutto come composto dal codice verde? Ecco, Cézanne vedeva già come lui, a fine Ottocento, prima del codice binario e html, prima di Alan Turing, prima dei computer, prima di internet, prima degli algoritmi, prima dell’AI! C’è un quadro straordinario del 1890, I giocatori di Carte, dove non solo la stanza che «contiene» i giocatori è trattata come i giocatori stessi, ma dove persino il gioco delle carte che stanno praticando diventa un corrispettivo meta-narrativo di quello che accade nella «stanza» ma all’interno di uno «spazio» virtuale diverso, che è proprio quello del gioco delle carte. Vedi come tutto salta di orbita, di piattaforma, pur restando fedele a sé stesso? Per me questo è straordinario e mi ha condotto in Erasmus in Francia a meno di 800 metri da dove già Rovelli insegnava e dove, per ironia della sorte, sono dovuto tornare per incontrarlo cinque anni dopo!

 

Paul Cézanne, Les joueurs de cartes, 1892-95, olio su tela, Courtauld Institute, London

 

EG: Nel libro c’è un’intera doppia pagina dedicata a Nāgārjuna, splendidamente illustrata da Elisa. Ricordo che lo stesso Rovelli, qualche anno fa, in un’intervista al «Corriere della Sera» (Le cose sono solo relazioni), aveva fatto riferimento a significativi punti di convergenza fra la Fisica Quantistica e il pensiero di questo saggio, considerato da alcuni come un «secondo Buddha». Hai avuto modo di approfondire questo rapporto, e in particolare la sua figura?

 

LP: Ho sentito parlare per la prima volta di Nāgārjuna proprio attraverso Carlo, ma per un lungo periodo, pur cercando online del materiale, non riuscivo a trovare molte informazioni convincenti. Avevo recuperato solo libri scritti su di lui, non scritti da lui direttamente. Una vocina mi diceva che sarei dovuto partire dalle sue parole, piuttosto che da «interpretazioni» derivate e, a oggi, non ci sono ancora riuscito. Quello che trovo estremamente interessante nel suo pensiero è il concetto di «pura formalità», come nel film di Tornatore, hai presente? Per quanto ho intuito io, Nāgārjuna decostruisce la consistenza del linguaggio stesso su ogni livello affinché ciò che resta sia la pura libertà della sintassi di assumere qualsiasi forma, affinché possa preservare intatta una sorta di simmetria intrinseca che gli permette di non manifestare alcunché. Perché ogni cosa manifesta è sempre il «tutto» possibile -1. Non so come questo possa essere spiegato a parole senza tradirne i presupposti, ma posso farti un esempio pratico in un ambito tecnologico estremamente attuale, che è quello della computazione quantistica. La difficoltà di costruire computer quantistici oggi è data dal fatto che per passare dal codice binario del «vero» o «falso», dello «0» o dell’»1», bisogna saper fare quello che per il buddhismo è l’accettazione del tetralemma, ovvero non concentrarsi sulla verità dell’affermabilità, ma sulla potenzialità di tutte le possibili affermazioni che esistono all’interno del sistema essendo esse parte del sistema, non una sua spiegazione. Lo ripeto: il linguaggio è parte del sistema, non lo descrive! Se con il linguaggio pensassimo di essere al di sopra del sistema, lo staremmo semplicemente espandendo perché – come dice Gödel nel suo famoso teorema – il sistema è maggiore delle sue parti costitutive. Dicevo, per i computer quantistici il corrispettivo del tetralemma è il Qbit, come il normale bit stà invece al dilemma. Ecco, in termini pratici, i processori quantistici tentano di mantenere le particelle in un limbo di sovrapposizione di stato affinché non interagiscano e non decadano, affinché nemmeno l’osservazione a cui sono naturalmente soggette, ne possano semplificare la natura. Non so se, o come, riusciranno a risolvere questo problema tecnico, ma quello che mi è piuttosto chiaro è che, se ci riusciranno, allora la velocità computazionale sarà elevata a potenza, secondo te perché?… In LOOPS, Nāgārjuna appare proprio quando viene introdotto il concetto di «ignoranza», intesa come opportunità di accogliere il diverso, intesa come ponte tra mente e universo, tra Gravità Quantistica e spazio-tempo.

 

EG: Un’ultima domanda per Elisa. Sei nata e cresciuta a Perugia, ma le tue origini sono in parte thailandesi. Il Sud-Est Asiatico (in cui peraltro è ambientato il libro) è una terra dove la tradizione del buddhismo antico, cosiddetto Pāli o Theravāda, è straordinariamente viva e diffusa. Quanto ciò ti ha influenzata, sia nell’immaginario visivo sia in quello culturale, in relazione alla tua vita, ma anche – va da sé – alla tua arte?

 

EM: Tanto. Il primo viaggio a Bangkok – dove tuttora ho parenti – l’ho fatto che avevo 4 anni, per cui è diventato proprio una sorta di «viaggio mitologico», che ha influenzato moltissimo il mio immaginario, la mia iconografia, perché ovviamente lì tutto era diversissimo da Perugia! Non avevo mai visto così tanti colori, così tanta diversità di cibo, di odori, quindi tutta quella realtà mi è arrivata molto forte. Fra l’altro, è stato anche il primo viaggio di mio papà! Io e lui abbiamo fatto lo stesso viaggio, con lo stesso stupore, e credo che questo grandissimo senso di meraviglia sia dovuto anche all’aver condiviso questa cosa con lui: la scoperta, la conoscenza della famiglia che stava lì, del nonno… insomma, mi è arrivato tutto molto intensamente! Inoltre, avevo una forte curiosità rispetto alla cultura di mia mamma, che rappresentava una sorta di «bagaglio del passato» che non mi era stato mai raccontato davvero fino ad allora, essendo lei molto «ermetica», ma che faceva parte di lei e che io volevo capire. Nel corso del tempo, infatti, ho fatto molti altri viaggi, proprio perché volevo riuscire a decifrarlo. Per me la Thailandia è un po’ così: una specie di linguaggio nascosto, un universo da indagare, così come il buddhismo, tutta la sua estetica e ciò che ci sta dietro: i templi, i mudra, le mani del Buddha… Ecco, la posizione delle sue mani e il modo in cui si uniscono le dita: quello mi ha affascinata moltissimo, e ho sempre cercato di metterlo, in qualche modo, nelle mie illustrazioni. E probabilmente anche la visione delle pitture murali thailandesi, in qualche modo l’ho interiorizzata rispetto allo stile in cui illustro adesso. E poi il mio primo libro, Papaya Salad, parte proprio da quel primo viaggio lì…

 

*

 

Luca Pozzi (1983) è artista e mediatore interdisciplinare. Ispirato dai mondi dell’arte, della fisica, della cosmologia multi-messaggera e dell’informatica, dopo la Laurea in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano e le specializzazioni in Computer Graphics e Sistemi, collabora con visionarie comunità scientifiche tra cui la Loop Quantum Gravity (PI), il Compact Muon Solenoid (CERN) e il Fermi Large Area Telescope (INFN, NASA). Studiando gravità quantistica, cosmologia e fisica delle particelli, la ricerca teorica si è convertita in una serie di installazioni ibride caratterizzate da sculture magnetiche, oggetti in levitazione, esperienze VR / AR e un uso performativo della fotografia basata su una straniante sensazione di tempo sospeso e multi-dimensionalità.

 

Elisa Macellari è un’illustratrice italo-thailandese nata a cresciuta a Perugia e di base a Vigevano. Dal 2012 è illustratrice freelance per Case editrici e riviste nazionali ed estere. Tra i suoi clienti: The New York Times, Cartoon Network, Il Sole 24Ore, Epson, Teatro alla Scala, Pirelli, 7 Corriere della Sera, Donna Moderna, Mondadori, Feltrinelli, Einaudi, Eataly, Realtime, Langosteria, Karimoku New Standard, B&B Italia. Nel 2018 pubblica il suo primo graphic novel Papaya Salad, edito da BAO Publishing e tradotto in Francia da Steinkis, in Spagna da Liana Editorial e negli Stati Uniti da Dark Horse Comics. Nel 2020 pubblica la graphic-biography Kusama, ossessioni, amori e arte, edito in Italia da Centauria Libri e tradotto in sette lingue. nel 2017 vince la Gold Medal di Autori e Immagini nella categoria editoria, e nel 2019 e nel 2021 la Silver Medal nella categoria fumetto. Il suo lavoro è stato esposto in Italia e all’estero.

 

 

 

 

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