La Liguria è un boomerang di sorprese botaniche. Esiste addirittura una distinzione arborea che potremmo tracciare con una riga seguendo l’andamento della cartina fisica della regione: entroterra e costa. Basterebbe questa moderata distinzione, sui generis. I giardinieri che nel corso degli ultimi due secoli hanno lavorato per disegnare, mantenere e rinnovare i pezzi di terra di magioni private, ville storiche oramai comunali, giardini pubblici o strisce botaniche che abitualmente connotano i lungomare, hanno spesso adottato specie esotiche. Un primo saccheggio è stato condotto ai danni delle diverse e più diffuse varietà di palmizi: palma delle Canarie, parla dattilifera, palma cilena, palma della California o della Florida (ovvero la Washingtonia filifera o in alternativa la W. robusta), dunque palma nana o Cycas revoluta dal Giappone, croce e delizia del panorama costiero ligure, anzitutto per quanto riguarda le province di Savona, Imperia e Genova, costellate di assiepatissime località di mare prese letteralmente d’assalto, fra gli altri, dai cittadini milanesi e torinesi. Quindi ci si è occupati di varietà esotiche quali il falso pepe, i ficus e gli eucalipti australiani, le jacarande sudamericane, le passiflore, le bouganville dall’infiorescenza a cascata, i pini delle Canarie, le araucarie sudamericane o australiane e molte altre piante. Basta fermarsi alla prima località che incontrate, fare due passi nei pressi del municipio, o fischiettare sulla passeggiata tra le cabine degli stabilimenti balneari e i centri storici.
Al contrario l’entroterra, sopraelevato, boscoso, a tratti dimenticato e decadente, popolato anzitutto di anziani, offre ancora uno sguardo abbastanza fedele a quel che è stata l’economia contadina per secoli e secoli: si avvistano coltivazioni di olivo, castagneti oramai spettrali, querceti, e paesi-nido sospesi tra la vegetazione imperante e disordinata. Non a caso alcuni degli alberi più vetusti della regione radicano a queste altitudini, in profondità nel paesaggio ligure. Faggi, come i quattro di Mallare, le querce come quelle di Varese Ligure e di Conio (la celebre Ruve du Megu o Rovere del Medico), i castanodonti di Grou (nel comune di Castelvittorio), del Monte Merlo (a Ceriana) e a Molini di Triora. Alberi per l’appunto appartenenti a specie nostrane o oramai considerate nostrane.
Regno invece di maestosi alberodonti di origine alloctona resta la costa. Qui possiamo perderci ad esempio negli splendidi sentieri che discendono verso il sussurro del mare nei giardini Hanbury di Ventimiglia, con innumerevoli alberi dalle forme e dai colori alternativi, fino all’edificio che fu Villa Orengo, gli antichi proprietari, e che ora porta in memoria il nome dei fratelli britannici che l’acquisirono per trasformarla da abitazione rurale pietrosa in uno dei giardini botanici più noti e ammirati del continente, visitata addirittura dalla matronica Regina Vittoria e da molti ospiti eccelsi. Qui, in questi giardini, venne anche realizzato il primo campo da tennis privato d’Italia. Attualmente, se consideriamo il popolo degli alberi secoli e monumentali, questo paradiso che segna il confine tra Italia e Francia ospita araucarie, cycas, yucca elephantipes, colonie colorate di brugmansie brasiliane, cipressi, eucalipti, un cipresso del Messico, fitte e ingrovigliate melaleuche, fitolacche e olivi. Se esiste un luogo, al pario degli orti botanici delle università, nel quale conviene farsi accompagnare da dettagliate guide botaniche, è proprio il giardino botanico che fu degli Hanbury.
Sanremo è un altro di questi luoghi ameni nel quale potersi ristorare alla visione di molti alberi esotici dalle forme e dalle pigmentazioni sublimi. Basti pensare ai giardini di residenze quali Villa Ormond, Villa Zirio, Villa Nobel, o i giardini del quartiere Pigna, ricostruito dopo lo spaventoso terremoto che distrusse parte della città nel febbraio del 1887.
Nondimeno possiamo incontrare gallerie di esotismi arborei in quel di Bordighera, ad Alassio, ad Arenzano, e ovviamente anche nel capoluogo, basti pensare ai giardini delle ville di Pegli, anzitutto Villa Durazzo Pallavicini, ai parchi di Nervi, dalla parte opposta della città, o al piccolo orto botanico, al di sopra del porto vecchio. A pochi chilometri nell’entroterra, sequoie secolari e colonnari abbelliscono i giardini di Villa Serra a Comogo.
Scegliamone uno di questi giganti silenziosi, magari un esotico facilmente raggiungibile. E allora perché non individuarne uno negli eden portatili di Genova, e tra i diversi punterei a Nervi, e qui lungo un sentiero dei prati al centro dove si esibisce in un assolo di rilassatezza l’albero elefante, la grande proboscide, ossia l’araucaria monumentale, riconoscibile per la forma del suo tronco, che ricorda una sostanza gommosa e panciuta: ben 6 metri – l’ultima misurazione mi ha regalato 616 cm – di circonferenza, che porta la targhetta col nome botanico, Araucaria bidwillii. Matrice: Australia. Probabilmente l’esemplare di questa specie più ampio d’Italia. Noto anche come araucaria del Queensland o Pino Bunya, produce giganteggianti pigne del peso fino ai cinque chilogrammi, verdissime, insiemi di dischi del diametro di 6-8 cm, che altro non sono che pinoli estremamente grandi; dicono che in Australia si possano abbrustolire e mangiare. Ma soprattutto, gli aborigeni chiamano queste conifere “alberi delle vedove”, poiché se una delle pigne precipitasse sulla nuca di un malcapitato beh, esisterebbe la seria possibilità che la moglie diventi vedova. Forse felicemente anche, ma a noi non è dato di sapere.
- I cipressi antichi di Tivoli, Roma e San Francesco
- Gli olivi selvatici di Luras
- Il castagno tricentenario di Pegliano
- Una sinfonia di larici annosi
- Fagus sylvatica: il re dei boschi
- L’albero alla fine del mondo
- Una vasta quercia nera
- Una foresta diffusa di alberi esotici occupa la costa ligure
- I più antichi castagni del mondo




