Idee

Un risveglio collettivo

Tempo di lettura: 4 minuti

Dato che sono un’anziana lesbica afroamericana e un’educatrice del Dharma, spesso ricevo critiche da parte di studenti e insegnanti convinti che affrontare questioni sociali e politiche nella sala di meditazione sia inopportuno, se non addirittura una distrazione dalla pratica. Spesso mi sento dire: Sono venuto qui per lavorare sulla mia mente, per liberarmi dalla sofferenza. Ma è bene chiedersi: a che scopo, se per molti di noi la sofferenza nel mondo è incalzante, minacciosa e atroce? Riconoscere l’ingiustizia sociale e i sistemi di potere non significa schierarsi o aprire un dibattito, organizzarsi o trovare una soluzione a problemi di natura strutturale. Si tratta piuttosto di dare un nome al male che ci circonda e di invitare i praticanti a lavorare con saggezza sugli stimoli e le angosce che questi problemi suscitano in noi e soprattutto sul nostro modo di reagire.

Il Buddha ha insegnato la fine della sofferenza e l’apertura alla pace. Di certo nella nostra pratica c’è spazio per riconoscere ed esplorare le possibilità di affrontare le complessità del nostro tempo, sia sul cuscino che fuori, con saggia accortezza. A questo proposito, all’inizio degli anni ’80 lo psicologo buddhista John Welwood ha coniato l’espressione “bypass spirituale”:

Ho coniato questa espressione per descrivere un fenomeno che ho osservato nella comunità buddhista e anche in me stesso… Spesso utilizziamo l’obiettivo del risveglio per razionalizzare quella che chiamo trascendenza prematura: cerchiamo di elevarci al di sopra dalla parte più grezza e incasinata della nostra umanità… prima di averla affrontata a fondo e di esserci riappacificati… Lo vedo come una specie di rischio professionale del cammino spirituale. Ci porta a una spiritualità concettuale a senso unico: Si predilige la verità ultima rispetto alla verità relativa; il vuoto rispetto alla forma; la trascendenza rispetto alla concretezza; il distacco rispetto al sentire.

Come guida spirituale, in genere vedo l’insegnamento in due modi: (1) offro la mia comprensione degli insegnamenti del Buddha basandomi sull’esperienza e sulla pratica vissuta e (2) parlo della mia vita e di come il Dharma sostiene la mia comprensione dell’appartenenza sia alle sfide che alla bellezza vissuta da vicino e da lontano.


Non c’è limite alla sofferenza nel mondo,
e non c’è neppure limite
alla nostra buona volontà collettiva.

Quando il mio cuore si sente schiacciato dall’ingiustizia sociale e dall’oppressione politica, sento la responsabilità di parlare; di non colludere con il silenzio o di non neutralizzare la sofferenza che si abbatte su masse di persone minimizzando l’evidenza. Nei miei discorsi c’è spesso, e in modo del tutto naturale, l’invito a indagare le dinamiche del mondo: corruzione sociale e innocenza, saggezza e irrazionalità, distanza e intimità, recettività e forza, per esaminare quale sia il nostro ruolo in termini di danno e di guarigione. In Joyfully Just: Saggezza nera e intuizioni buddhiste per una vita libera, Kamilah Majied cita le parole del famoso educatore, poeta e filosofo buddhista Daisaku Ikeda:

La gioia della vita non va trovata evitando le sofferenze della vita, ma affrontandole fino in fondo. L’evasione non può produrre la vera felicità. La felicità basata sull’illusione non dura. L’illuminazione deriva dalla visione della verità, per quanto sgradevole possa essere.

Non è raro che in un discorso di Dharma io citi specificamente le problematiche sociali e di potere che hanno un impatto sul benessere etico e globale – ad esempio l’oppressione e la sofferenza radicata a Gaza e in Sudan, per non parlare della minaccia pressante di una rivolta civile negli Stati Uniti – e che inviti i praticanti a esaminare il loro rapporto e il loro legame con ciò che produce danno e con ciò che porta alla liberazione. Da questa base di esplorazione e comprensione scaturisce una risposta spontanea, responsabile e compassionevole alla sofferenza sociale – o almeno, questa è la mia preghiera.

Molte comunità buddhiste hanno esortato a una maggiore comprensione della società e a un maggiore impegno, in particolare la comunità di Plum Village grazie alla guida del Venerabile Thich Nhat Hanh, la Buddhist Peace Fellowship, e la Social Justice Coalition, un gruppo internazionale di insegnanti di Dharma, responsabili e membri del sangha, che chiede una risposta di Dharma alla crisi di Gaza. Molti insegnanti buddhisti neri hanno difficoltà a non parlare di questioni sociali nel loro insegnamento, come testimoniano molti libri di successo come Black & Buddhist: What Buddhism Can Teach Us about Race, Resilience, Transformation & Freedom (Cosa il buddhismo può insegnarci su razza, resilienza, trasformazione e libertà), a cura di Pamela Ayo Yetunde e Cheryl A. Giles e Black Buddhists and the Black Radical Tradition (Buddhisti neri e tradizione radicale nera): La pratica della quiete nel movimento di liberazione, a cura di Rima Vesely-Flad.

Non c’è limite alla sofferenza nel mondo, e non c’è neppure limite alla nostra buona volontà collettiva. Ognuno di noi vede le cose e dà il suo contributo in modo diverso, ma la mia speranza è che la bussola morale ci orienti sempre a metterci nei panni delle persone che gudichiamo e nell’agire con l’intento di non causare alcun danno.

Qualunque sia l’ambito in cui il tuo contributo ti sembra opportuno, il tuo apporto di saggezza e di impegno è necessario. Se riusciamo a rimanere vicini al dolore della sofferenza sociale – se ad esempio riusciamo a comprendere che ogni persona morta è un nostro figlio – forse avremo più curiosità che critiche, più coraggio collettivo e meno paura di entrare in contatto con il disagio sociale e quindi con la piena corporeità e interdipendenza delle nostre vite.

Se non ti appartenessi, non sarei qui.
Se tu non mi appartenessi, non saresti venuto.
La tua liberazione è legata alla mia liberazione
La mia liberazione è legata alla tua liberazione
Il tuo cuore e il mio cuore sono amici di vecchia data.
Che tutti gli esseri possano essere liberi dalla sofferenza

Idee

  • Ruth King, saggista, educatrice e insegnante di meditazione, è la fondatrice del Mindful of Race Institute. Offre il programma di formazione «Mindful of Race» a leader, gruppi e organizzazioni, coniugando i principi della consapevolezza con l'esplorazione dei condizionamenti razziali, del loro impatto e del contributo che possiamo offrire alla società.

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