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Mahāprajāpatī Gautamī, tempio di Wat Pho, Bangkok, Photo Dharma from Sadao, Thailand, CC BY 2.0, da Wikimedia Commons

Therīgāthā: I primi scritti delle nostre antenate

Colei che ha maturato in sé il desiderio di libertà
ed è decisa a realizzarlo, avrà la mente limpida.

 

Composto circa due millenni fa da monache buddhiste, il Therīgāthā è tra i più antichi esempi di scrittura femminile al mondo. Etimologicamente therī significa «anziane» – titolo che queste donne si erano guadagnate grazie ai loro conseguimenti religiosi – e gāthā «versi». Le poesie raccolte nelle sue pagine, originalmente composte in lingue vernacolari, furono standardizzate e riscritte in pali intorno al III secolo a.C. Nel commentarle, Dhammapāla, un erudito buddhista vissuto nel VI secolo, le definì udāna, o enunciati ispirati.

 

Ciò che colpisce di queste poesie è la risolutezza e l’individualismo con cui si esprime ogni voce femminile. Come meditazioni sull’autodeterminazione spirituale, esse accennano a un percorso di liberazione senza distinzioni di genere. Sono la celebrazione del raggiungimento della triplice conoscenza (tevijja), le tre cose che sfuggono ai più, equivalente alla conoscenza dei tre Veda (trayi vidyā) che nella tradizione brahmanica rimaneva irraggiungibile per le donne.

 

Le donne che compaiono nelle poesie provengono da tutti gli strati della società: principesse e prostitute, vedove e mogli, nobili e mendicanti. Molte delle loro storie, soprattutto quelle delle cugine e delle zie del Buddha, sono state narrate più e più volte nella cultura popolare.

 

Il Therīgāthā è contenuto nel Canone pali del buddhismo Theravada, per l’esattezza nella sezione intitolata Khuddaka Nikāya (Raccolta dei Testi Brevi). Non è tuttavia un’opera pesante dal punto di vista dottrinale. Non fa alcun riferimento agli aspetti specifici della meditazione, per concentrarsi invece su un percorso umano che suscita un senso di empatia universale. Le donne che compaiono nelle poesie provengono da tutti gli strati della società: principesse e prostitute, mogli e vedove, nobili e mendicanti. Molte delle loro storie, soprattutto quelle delle cugine e delle zie del Buddha, sono state narrate più e più volte nella cultura popolare. A distinguerle però da altri racconti di salvezza è la doviziosa descrizione dei fallimenti che hanno costellato il raggiungimento della consapevolezza desiderata. C’è equanimità nella rappresentazione dell’illuminazione, a differenza di quanto avviene nella narrazione della vita mondana, descritta con ferocia e ritrosia.

 

Con il controllo del corpo,
della parola e della mente,
dopo aver totalmente sradicato il desiderio,
ho trovato la calma, la libertà.

 

In una cultura in cui le donne sono state spesso considerate ostacoli nel cammino verso la liberazione, è presumibile che le divinità siano asessuate. Le poesie qui prese in esame si astengono dal fare supposizioni del genere. In esse non c’è alcuna visione dualistica della donna come seduttrice o dea inoffensiva. Al contrario, le donne protagoniste delle storie parlano delle lotte sostenute per rinunciare alla loro vita sessuale, che non solo ha causato loro sofferenza, ma ha anche alimentato il loro cerchio karmico. È con toccante umanità che viene raccontata la ricerca femminile del nibbāna, o della liberazione. Una poesia, per esempio, richiama alla mente l’immagine di un’anziana che persegue sfinita il suo cammino.

 

Anche se sono emaciata, esausta e indebolita,
vado avanti, appoggiandomi al bastone, scalando la montagna.
Gettata la veste esterna,
rovesciata la ciotola,
mi sono appoggiata a una roccia
dopo aver squarciato
la massa dell’oscurità mentale

 

In una cultura in cui le donne sono state spesso considerate ostacoli nel cammino verso la liberazione, è presumibile che le divinità siano asessuate. Le poesie qui prese in esame si astengono dal fare supposizioni del genere. In esse non c’è alcuna visione dualistica della donna come seduttrice o dea inoffensiva.

 

Il Therīgāthā è pieno di storie commoventi come questa. In una poesia, una donna di nome Soma si sente dire che per le donne è difficile raggiungere il posto a cui aspirano i saggi, perché la saggezza femminile è inferiore per natura. Soma replica con veemenza:

 

Cosa c’entra l’essere donna?
Quello che conta è trovare la pace del cuore
e vedere ciò che è veramente.

 

La realizzazione spirituale cui aspirano queste donne è dunque conseguibile con il merito. La loro ambizione, libera dalle catene di genere, è subordinata alla costanza del duro lavoro. Le nozioni di comprensione e pratica della teoria buddhista rivestono un ruolo centrale in questo contesto. Qui, quando una donna si imbatte nelle idee del Buddha, per prima cosa ascolta. L’ascolto è poi seguito dalla comprensione e dall’esperienza, quindi dalla conoscenza. Osserva una monaca,

 

Dopo aver coltivato la consapevolezza,
ed ero già una monaca che sapeva bene come conoscere.

 

È questo privilegiare la conoscenza esperienziale (l’occhio che vede l’invisibile, purificato con l’addestramento) che rende davvero a fondo l’idea della spiritualità senza distinzioni di genere di queste monache. Anche il Buddha, si tratti di Gautama o di altri esseri illuminati, è per loro un amico, un mentore, non Dio.

 

Dopo aver ascoltato le sue parole, ho vissuto
beata nel suo insegnamento.
Ho visto con i miei occhi
le tre cose che molti non conoscono,
e adempiuto alle istruzioni del Buddha.

 

Durante questo processo, tuttavia, spesso intervengono dubbi e fallimenti. Molte donne raccontano di quanti anni o di quante visite alle monache ci sono voluti loro per comprendere realmente il Dhamma. È così, attraverso l’argomentazione, che hanno cercato risposte alle loro domande.

 

Ma il cammino intrapreso non ha cancellato le loro vite passate. Le donne menzionano ripetutamente le pene dei lavori domestici e del parto. Il logorio della vita domestica è descritto in modo molto dettagliato, e paragonato alla macinazione con il pestello. Ricordando il proprio vissuto, una donna si chiede come mai non abbia raggiunto la libertà pur avendo adempiuto diligentemente ai lavori di casa. Chanda, una giovane diventata indigente dopo la morte dei genitori, dice a una monaca, «Fammi diventare una senza dimora». Quello della mancanza di un tetto è un pensiero ricorrente nella mente di queste cercatrici di rifugio. Quando incontrano i figli, auspicano per loro la rinuncia. Chiedendo al figlio di seguire il cammino ascetico, Vaddha dice, «Possa tu non avere mai alcuna brama in questo mondo», donandogli così una benedizione che sembra del tutto culturalmente incompatibile con la nostra società. Il figlio, riconoscendo la saggezza della madre, racconta,

 

Le donne menzionano ripetutamente le pene dei lavori domestici e del parto. Il logorio della vita domestica è descritto in modo molto dettagliato, e paragonato alla macinazione con il pestello. Ricordando il proprio vissuto, una donna si chiede come mai non abbia raggiunto la libertà pur avendo adempiuto diligentemente ai lavori di casa.

 

Dopo aver ascoltato le sue parole,
istruito da colei che mi ha partorito,
ho avvertito un profondo bisogno di raggiungere lo stato di libertà.

 

Eppure, non tutte le famiglie accettavano così facilmente il cammino spirituale di queste donne. Molti erano i casi di discordia familiare. In una poesia, quando le viene ripetutamente chiesto perché debba rinunciare alla sua vita di fanciulla giovane e bella, una donna di nome Sundari fa un discorso suggestivo,

 

Famiglia mia, sapete che ho intrapreso il cammino,
che ho la testa rasata e indosso la veste monacale,
perché allora cercate di ricondurmi ai vecchi piaceri,
come foste miei nemici?

 

Il tema dei doveri tradizionali o religiosi era sempre oggetto di discussione. Le donne erano scettiche nei confronti degli asceti seguaci di altre dottrine, che non avevano timore di definire superstizioni, e non si sottraevano alla critica dei dogmi.

 

Quegli altri asceti sono estranei a me, fanno affidamento su false teorie
Non conoscono il Dhamma, non conoscono la realtà.

 

Il Therīgāthā è ricco di riferimenti alla rinuncia dei piaceri sensuali. Rinuncia che tuttavia non ha nulla di mitico o di divino, ma è frutto di una decisione presa dopo una profonda riflessione e meditazione. Una giovane monaca, rifiutando le avances di un uomo, gli dice:

 

La tua mente è agitata, la mia no,
Tu sei impuro, io no,
La mia mente è libera ovunque io sia.
Perché intralci la mia strada?

 

A volte nel rifiuto, soprattutto nel capitolo Il grande gruppo di strofe, il disprezzo per il corpo viene espresso in toni vividi e raccapriccianti, come nelle metafore usate dai poeti del movimento Bhakti, quali Kabir.

 

Perché dovrei attaccarmi come un verme,
a un corpo che si trasformerà in un cadavere,
un sacco sempre grondante, terrificante e puzzolente,
ripugnante e putrido, pieno di cose immonde?

 

Etichettare queste poesie come proto-femministe o moderne sarebbe anacronistico. Sono tuttavia esempi di una forma unica di espressione spirituale individuale. A volte utilizzano frasi di repertorio per comunicare valori condivisi, ma questa sembra essere una caratteristica del linguaggio dell’epoca. I canti delle monache non sono soltanto testimonianze storiche, ma anche opere di alto valore letterario. Le espressioni immaginifiche e le sfumature con cui vengono descritte le singole esperienze provocano un momento epifanico nella mente del lettore. Ad assumere rilevanza qui non è tanto la descrizione prosaica delle esperienze vissute quanto il modo in cui sono strutturate le strofe, tant’è vero che basta una semplice lettura per ritrovarsi a meditare sul perché tutte le domande scontate relative all’esperienza umana che vengono poste in questa antologia siano finora sfuggite alla nostra attenzione.

 

Quando esiste la libertà, perché qualcuno dovrebbe volere
la prigionia e l’esecuzione?

 

 

 

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