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MAO Museo d’Arte Orientale – ph. Giorgio Perottino

Ripensare il classico

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Grazie a un contributo dell’Agenda cultura, nel novembre 2023, è stato avviato un importante intervento di restauro da parte del Centro di Conservazione e Restauro La Venaria Reale, su venti thang-ka tibetane appartenenti alle collezioni permanenti del MAO ed esposte a rotazione nella Galleria himalayana del museo. L’operazione si inserisce in un più ampio progetto di ammodernamento messo in moto dal direttore Davide Quadrio, distintosi fin dall’inizio del suo mandato, nel 2021, per aver rivitalizzato l’intero museo grazie uno sguardo arguto e raffinato, capace di provocare continue riflessioni, cogliendo fra l’altro le molteplici connessioni con il contemporaneo, offerte da una collezione già ricca di storia e significato.

 

Quella del restauro è infatti un’operazione che coinvolge, molto organicamente, l’intera suddetta Galleria, a partire da una visione rinnovata e complessiva. Una visione “lussata” – per prendere a prestito il titolo dell’opera di Tsherin Sherpa, artista contemporaneo nepalese invitato a esporre in questi spazi un’opera, Luxation, che efficacemente si pone in dialogo con le iconografie presenti nella sala. Il riassetto della sala è, in sostanza, una forma di scomposizione, profondamente armonica negli esiti, di un “materiale visivo” già presente nel museo, che rinnovato nelle sue forme espositive, sembra indurre il visitatore a un nuovo tipo di osservazione. Le stesse thang-ka sono state incorniciate in raffinati passpartout blu oltremare, esposti secondo un’inconsueta inclinazione, che oltre a non appesantire la tela, favorisce la fruizione di chi osserva, concentrandone lo sguardo.

 

Nell’ambito di questo progressivo riallestimento (che si concluderà nel novembre 2024) sono state programmate una serie di iniziative, per condurre i visitatori alla scoperta di tali pratiche e del valore della collezione del museo. Un importante appuntamento è stato Classic reloaded. Contemporary practice in Buddhist visual culture. Preservation, innovation and contemporary art practices in dialogue, che ha avuto luogo il 13 aprile, anche grazie alla collaborazione di Aref International ETS.

 

MAO Museo d’Arte Orientale – ph. Giorgio Perottino

 

L’incontro ha visto Quadrio in dialogo con Tenzin Topdhen, direttore del Tibet Museum di Dharamsala (India) e con Luigi Fieni, restauratore e fotografo, dalla lunga carriera in Asia. L’evento – introdotto da un saluto istituzionale di Elena Seishin Viviani, vicepresidente dell’UBI – si è rivelato un interessante scambio di visioni e prospettive curatoriali: una condivisione di esperienze, ricche di sguardo critico, su prassi museologiche e museografiche, sui temi della tutela, della conservazione e del restauro, a partire da differenti ambiti operativi, oltre che contesti geografici.

 

Il primo a darne conto è stato Luigi Fieni, attivo in Nepal da oltre vent’anni, nell’ambito di importanti opere di restauro, specie nei monasteri. Ritrovatosi a operare nelle zone più remote, come il Mustang – a partire da una classica formazione di accademia e da una base di esperienza sul campo italiano – Fieni ha ricordato di aver dovuto sviluppare da subito metodologie adeguate per far fronte a difficoltà culturali e operative, fino ad allora ignote. Ha raccontato dell’essersi ingegnato anche con strumenti di fortuna, come i tubicini delle flebo, inseriti nel cavo delle pareti per pulire e consolidare con delicatezza chirurgica superfici murarie, evitando di danneggiare gli strati preparatori e la superficie pittorica. Fra le storie più toccanti dei suoi anni in Nepal, colpisce l’impresa di aver coinvolto con successo la popolazione locale: perlopiù contadini e pastori, estranei al concetto “occidentale” di restauro, ma senz’altro convinti dei meriti karmici prodotti da quell’atto di salvaguardia e motivati dall’urgenza di prendersi cura del proprio patrimonio, dal loro punto di vista, genuinamente religioso. La rappresentazione sacra nella tradizione himalayana – ha ricordato Fieni – ha un valore del tutto diverso dall’arte così come siamo soliti concepirla. Essa infatti non rappresenta: è esattamente ciò che ritrae, con un valore altamente significante, in quanto la raffigurazione di un soggetto sacro coincide nella sua manifestazione visiva (e nell’uso rituale) con esso. È la base di un’esperienza spirituale, che grazie alla forma estetica rende presente la divinità e possibile la connessione con essa. Fieni ha parlato di un valore addirittura curativo dell’arte, osservato durante i lunghi anni di restauro nei monasteri, deducendolo dal fatto che alcune immagini dei Buddha, su cui si era trovato a intervenire, risultassero “grattate” in alcuni punti, allo scopo di ricavarne una “benedetta” sostanza argillosa e pigmentata di oro, dunque molto preziosa nel senso del potere attribuitogli, da mescolare alle medicine.

 

Tsherin Sherpa, Luxation 2, 2016. Acrilico su cotone / Acrylic on cotton, 16 pannelli / panels, Courtesy dell’artista / of the artist e / and Rossi & Rossi

 

In questo lungo lavoro sul campo, Fieni ha modellato il proprio metodo con una forte attenzione al contesto, trovandosi anche, e necessariamente, a rompere regole classiche del restauro, come quella di ripristinare gli spazi bianchi, altrimenti vuoti e irrecuperabili, delle pitture murarie di molti gonpa. Ciò che per il classico restauratore occidentale equivale a un tradimento della propria missione, intervenire cioè su un originale, la cui insanabilità in alcuni punti si configura come un’imprescindibile evidenza da mantenere, è stato per lui fonte di un ribaltamento di prospettive. A prevalere, secondo Fieni, è l’esigenza della popolazione, a cui appartiene questo straordinario patrimonio, che definire semplicemente artistico risulta riduttivo. Non è dunque un tradimento della missione professionale, bensì l’autentico rispetto dello scopo di quelle opere.

 

Non a caso, Fieni ha ricordato che proprio in un uno di quei siti restaurati (il monastero Sakya Tubchen di Lo), grazie ai dipinti fatti rivivere secondo quel restauro “occidentalmente” poco ortodosso, Sua Eminenza Sakya Trizin fu invitato a celebrare, dopo quattro secoli di pausa nei rituali, un’importante preghiera, riattivando così l’autentica funzione del luogo.

 

Con la stessa sensibilità e prospettiva critica, il direttore del museo di Dharamsala ha spiegato al pubblico la rilevanza del Tibet Museum, la cui collezione ha un valore difficilmente classificabile, in quanto rappresenta – in tutti i suoi oggetti, e a partire dalla sua missione – l’identità di un popolo in esilio.

 

Tenzin Thobten ha raccontato con passione, fierezza e commozione, lo scopo del Tibet Museum, a cominciare da un aneddoto personale: suo nonno in fuga dal Tibet espropriato di tutto, ma con in salvo nel cuore la propria cultura che – ricorda il nipote, ora direttore – nessuno potrà mai sradicare. Vengono così alla mente parole che Sua Santità il Dalai Lama riporta spesso, su come la compassione, cardine della cultura tibetana, sia il vero patrimonio di questo popolo, ma anche dell’umanità, poiché condivisibile da tutti. È un museo di esperienze, più che di oggetti, il Tibet Museum, che racconta una storia unica, da preservare e tramandare, secondo un tipo di “tutela” molto simile a quella elaborata da Fieni, poiché ha a che fare con l’essenza che l’oggetto racchiude in sé. In questo senso, il museo assume l’importante funzione di perpetuare una storia, di un popolo la cui cultura è già gravemente minacciata e difficile da preservare. Una funzione che, in generale, ogni museo dovrebbe svolgere, nella sua ambivalente complementarietà di conservare e aprire, custodire e attivare.

 

Davide Quadrio ha sottolineato il valore di queste esperienze, notando a proposito del racconto di Fieni la complessità di proteggere oggetti provenienti da altri mondi, letti spesso e unicamente come archeologico-artistici, dimenticando la loro funzione originaria. Il direttore del MAO ha descritto, in questo senso, il gran beneficio del dialogo su pratiche di restauro in ambito europeo e asiatico, ricordando che non può esistere un’unica metodologia di restauro, come neppure di curatela, poiché si tratta di pratiche che travalicano la dimensione scientifica, connesse come sono a un patrimonio intangibile di culture.

 

MAO Museo d’Arte Orientale – ph. Giorgio Perottino

 

È anche per questo, che nel lavoro attualmente portato avanti sulla collezione del monastero di Densatil, fra le più importanti pervenuteci, e anche per sopperire all’estrema frammentarietà dei suoi reperti, Quadrio ha ritenuto interessante interpellare due artisti tibetani contemporanei, Ritu Sari e Tenzing Sonam, chiamati a ricostruire l’identità e a colmare le lacune di un sito fortemente devastato dall’invasione cinese.

 

È in questa collaborazione e dialogo la linfa che anima il MAO, nella sua attenta cura della collezione permanente ma niente affatto statica – in un cortocircuito temporale che predilige, a una concezione lineare e storicistica, una visione “scomposta”, inserita in una logica spaziale flessibile e riflessiva, che valorizza l’aspetto narrativo di un oggetto, e perciò la vita che porta con sé, e le sue infinite risonanze.

 

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