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Ricchezza, povertà e potere: l’insegnamento del Buddha e il Buddhismo impegnato

Tempo di lettura: 4 minuti

Le disuguaglianze hanno ormai raggiunto negli USA livelli più elevati che in Francia, Germania o Giappone, o in qualsiasi altro Paese considerato democratico ed economicamente sviluppato. Gli USA rimangono una democrazia sul piano formale, nel senso che si tengono ancora le elezioni. Ma di fatto è più corretto dire che si tratta di una plutocrazia. 

Per plutocrazia si intende una società governata o controllata, direttamente o indirettamente, da cittadini che dispongono di grandi ricchezze o redditi. I ricchi esercitano la loro influenza sul governo con metodi legali e illegali, come le lobby, il finanziamento delle campagne elettorali, le tangenti e il dark money, tutti metodi ormai familiari.

Secondo un importante studio realizzato nel 2014, l’opinione degli americani comuni non influisce in alcun modo sull’attività legislativa. Piuttosto, il legislatore asseconda le esigenze politiche delle grandi imprese e di singoli individui facoltosi, che finanziano le campagne elettorali e hanno la capacità di fare lobbying.

È difficile spiegare perché la nostra civiltà stia incontrando tante difficoltà nel trovare una risposta adeguata alla crisi ecologica, se non si considera anche questa straordinaria resistenza da parte di uomini e aziende dotati di grandi ricchezze, che nella maggior parte dei casi preferiscono evitare cambiamenti significativi, perché ricavano molti vantaggi dalla situazione attuale così com’è”. 

Come si pone il Buddhismo rispetto alla plutocrazia?

A mio avviso, le intuizioni più rilevanti sono tre. La prima: il sistema economico attuale finisce per tradursi in una razionalizzazione dell’avidità. Nel Buddhismo, l’avidità è il primo dei tre veleni (gli altri due sono la malevolenza e l’illusione). Nella nostra società, l’avidità (il “mai abbastanza”) è percepita in genere come un difetto caratteriale del singolo individuo. Eppure, a ben vedere, l’avidità acquisisce una dimensione istituzionale nella ricerca del profitto, di nuove quote di mercato e di nuovi aumenti del prezzo delle azioni sempre più alti, e in questo senso è accettata come il motore stesso del sistema economico. Ma perché dovremmo sempre considerare il “di più” come qualcosa di preferibile, se non può mai essere sufficiente? Se non può mai essere soddisfacente?

Un altro problema del nostro sistema economico estrattivo è che tende a svilire il mondo naturale. Nelle tradizioni indigene c’è un senso di sacralità della Terra, che è la nostra madre e la nostra casa.  È molto più di una risorsa, un mezzo per ottenere denaro, qualcosa da sfruttare. 

La terza intuizione riguardo all’economia si trova in un sutra del Dīgha Nikāya, nel canone pali. È il Cakkavatti Sīhanāda Sutta (DN 26), il sutra del Ruggito del Leone

In questo sutra, il Buddha racconta la storia di un re vissuto in un passato lontano, a cui il monaco che gli fa da consigliere raccomanda di dare risorse a chi si trova in difficoltà, per impedire che il crimine dilaghi. Il re inizialmente segue l’insegnamento, ma poi comincia a governare secondo le proprie idee. Non dà nulla ai bisognosi, e la povertà si diffonde ampiamente. 

Un uomo viene arrestato per un furto. Quando il re gli chiede perché ha rubato, l’uomo risponde: “Beh, non ho nulla per vivere. Non ho nulla per mantenere la mia famiglia”. Allora il re gli concede dei beni.

La scena si ripete con un altro uomo. Gli altri poveri lo vengono a sapere, e in molti decidono di rubare anche loro, per ottenere qualche concessione dal re. A questo punto il re si rende conto di essere nei guai. Se continua a fare concessioni, i furti non smetteranno di moltiplicarsi. Sceglie allora di adottare il pugno duro. E comincia a tagliare la testa a chi ruba. 

Ma ecco che alcuni si dicono: «Ci procureremo delle spade affilate, così nessuno potrà rifiutarsi di darci tutto quello che vogliamo: li faremo fuori, li stermineremo, taglieremo le loro teste». E armati di spade affilate fanno razzia di villaggi, paesi e città, tagliando teste proprio come aveva fatto il re. 

Il re non aveva dato nulla ai bisognosi, e la povertà era aumentata. L’aumento della povertà aveva fatto sì che si moltiplicassero i furti. Al moltiplicarsi dei furti era seguita la diffusione delle armi. E questo aveva portato morte e devastazione.

Va detto che questo sutra non vuole essere affatto una parabola sul controllo del crimine. In pratica il messaggio è: se non aiuti chi è in difficoltà a uscire dalla sua situazione di povertà, la società si deteriora e va in frantumi.

Se facciamo astrazione dagli elementi di fantasia, in questo mito possiamo trovare degli spunti di riflessione molto rilevanti. La povertà è indicata come la causa principale di comportamenti immorali come il furto, la violenza e l’omicidio. Magari c’è chi è convinto che il messaggio Buddhista sia che se sei povero devi accettare il tuo karma. Ma non è affatto quello che dice il Buddha in questo sutra, dove invece mette in rilievo il legame tra l’aumento della povertà e il crollo della società.

L’origine del problema sta nel fatto che il re non dà nulla ai bisognosi: lo Stato trascura le sue responsabilità. In un sutra molto noto, dunque, troviamo l’idea che la soluzione per la povertà, e per i crimini che ne derivano, non consiste nella severità delle punizioni, ma nel far sì che i bisogni fondamentali di tutti siano soddisfatti. 

Se vogliamo dare un contributo significativo alla soluzione dei problemi che affliggono il nostro sistema economico, non possiamo farlo come singoli individui.

Non c’è dubbio che si tratta di un messaggio estremamente importante per noi oggi, dato che il divario tra ricchi e poveri, già enorme, continua ad aumentare.

Una delle mie autrici preferite, Ursula LeGuin (1929-2018), ha scritto: «Viviamo nel capitalismo e il suo potere sembra ineluttabile. Non diversamente dal diritto divino dei re. Ma ogni potere umano può essere contrastato e trasformato dagli esseri umani». 

È chiaro allora che se come praticanti buddhisti vogliamo dare un contributo significativo alla soluzione dei problemi che affliggono il nostro sistema economico, non possiamo farlo come singoli individui. La pratica del buddhismo socialmente impegnato comporta un notevole rafforzamento dei sangha e ci chiede di trovare strade di pratica collaborativa in una dimensione politica. Ci chiede di andare oltre l’individualismo in cui spesso ricade il buddhismo: concentrarsi sulla propria pratica, sulla propria illuminazione, sulla propria equanimità e sulla propria serenità. Persone che aiutano altre persone: è importante, ma non basta. Bisogna trovare il modo di affrontare i problemi strutturali e istituzionali che abbiamo di fronte.

In sintesi, oggi sembra necessario comprendere che, oltre a tutti i temi di cui già si occupa il buddhismo socialmente impegnato – l’antimilitarismo, la differenza di genere, il razzismo, la crisi ecologica – bisogna anche dedicare la giusta attenzione alla questione della plutocrazia. Bisogna interrogarsi sul funzionamento del nostro sistema economico, sul modo in cui è strutturato dai ricchi e per i ricchi, e bisogna riflettere sul modo in cui questo influisce sulla reale possibilità di dare una risposta adeguata ai tanti altri problemi della nostra società. Credo che questo sia un elemento mancante nel buddhismo socialmente impegnato e che questa riflessione comune non possa più essere rinviata.

 

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