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Foto di Nabaraj Acharya, Programme Director di ASIA

Rasuwa, ricominciare ancora

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Per l’Alluvione in Nepal e Tibet l’Unione Buddhista Italiana ha stanziato 500.000 euro grazie ai fondi 8xmille ed è stata anche avviata una raccolta fondi in collaborazione con Wisedāna Foundation a sostegno degli interventi di ASIA, Street Child e Oxfam.

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Mentre scriviamo da Kathmandu, le informazioni continuano ad arrivare in modo irregolare. In diverse zone di Rasuwa i telefoni non funzionano, non c’è internet, molte strade sono interrotte e le amministrazioni locali sono ancora impegnate nelle ricerche, nei soccorsi e nelle evacuazioni. I numeri cambiano ogni giorno e continueranno a cambiare, ma una cosa è già chiara: quella iniziata il 26 agosto è una delle emergenze più gravi che il Nepal abbia affrontato negli ultimi anni e il pericolo non è ancora passato. Quello che segue è il quadro al 30 agosto, e lo aggiorneremo man mano che i nostri colleghi raggiungeranno le aree ancora isolate.

Foto di Nabaraj Acharya, Programme Director di ASIA

La piena e ciò che sappiamo

La mattina del 26 agosto 2026, nell’area himalayana a nord del confine tra Nepal e Tibet, circa un chilometro quadrato di ghiaccio e roccia si è staccato ad alta quota: il crollo ha prodotto un segnale sismico equivalente a un terremoto di magnitudo 5,2 ed è precipitato nel bacino del Lhende Khola. Da lì la piena si è riversata nel Bhote Koshi e poi nel Trishuli e nel Narayani, percorrendo circa dieci ore fino a Devghat. Non è stata una normale esondazione monsonica: la caduta iniziale ha trascinato acqua, sedimenti e massi lungo valli strette e ripide, generando un’onda di eccezionale violenza. A Galchhi il Trishuli è salito di circa nove metri in trenta minuti; a Malekhu, di sette. Alle 8.40 l’idrometro di Syabrubesi segnava 1,62 metri, contro una soglia di pericolo fissata a nove: dieci minuti dopo ha smesso di trasmettere. Poco dopo le 9.15 sono stati inviati oltre 600.000 messaggi di allerta lungo il corso del fiume. Ponti, strade, case, centrali idroelettriche, strutture sanitarie e interi insediamenti costruiti lungo il fiume sono stati travolti.

Al 30 agosto, secondo la National Disaster Risk Reduction and Management Authority del Nepal e i bollettini della Polizia nepalese, sono stati recuperati 768 corpi o resti umani, mentre 2.502 persone risultano ancora disperse o non raggiungibili. Sono state soccorse 8.730 persone e i feriti sono oltre 1.400. Nel solo distretto di Rasuwa sono stati recuperati almeno 13 corpi, ma molti altri sono stati ritrovati molto più a valle, trasportati dalla corrente attraverso diversi distretti. La Croce Rossa nepalese stima inoltre che almeno 93.000 persone siano state colpite lungo il corridoio fluviale. Sono cifre provvisorie e in aumento, aggiornate più volte al giorno: molte aree non sono ancora state raggiunte e per diverse municipalità colpite non esistono ancora dati verificati.

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I danni alle strade e ai ponti spiegano perché sia così difficile raggiungere le comunità: circa quaranta chilometri di strada tra Rasuwagadhi e Malekhu sono danneggiati, decine di ponti distrutti o inutilizzabili, e il Governo ha chiesto più di quaranta ponti Bailey per ristabilire i collegamenti. Sei strutture sanitarie sono state danneggiate e diverse centrali idroelettriche sono fuori servizio, con interruzioni di corrente che si sommano a tutto il resto. L’acqua non ha però distrutto soltanto edifici e infrastrutture: lungo il Bhote Koshi e il Trishuli ha eroso i campi, trascinato via riso, mais e ortaggi e depositato strati di fango, sabbia e pietre sui terreni rimasti, danneggiando anche canali irrigui, attrezzature e allevamenti. Per molte famiglie la perdita della casa coincide quindi con la perdita del raccolto, degli animali o della piccola attività dalla quale dipendeva il reddito. Una stima affidabile non esiste ancora, perché la priorità resta soccorrere le persone, ma è già evidente che gli effetti economici dureranno ben oltre il ritiro dell’acqua.

Un rischio che non si esaurisce con la prima piena

Il primo sbarramento creato dalla frana sul versante tibetano si è in gran parte svuotato, ma le ricognizioni sul lato cinese hanno individuato una seconda frana, circa 2,8 chilometri più a valle, che ha formato un nuovo accumulo d’acqua: non ne conosciamo ancora dimensioni, volume o stabilità. Il 30 agosto nuove piogge hanno fatto risalire il Bhote Koshi e il Trishuli, provocando altri allarmi e sospendendo temporaneamente alcune operazioni di soccorso. Un fiume può rientrare nei livelli normali e tornare a crescere poche ore dopo: i versanti restano lesionati, il letto è pieno di massi e sedimenti e un nuovo cedimento può creare un’altra diga naturale o deviare il flusso.

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Il rischio non riguarda soltanto Rasuwa. Le piogge monsoniche continuano nelle province di Bagmati, Gandaki e Koshi: il Narayani e diversi suoi affluenti sono in crescita, il Sunkoshi ha superato il livello di allerta a Khurkot, frane e inondazioni interrompono strade in numerosi distretti. Dopo un evento di questa portata anche una pioggia meno eccezionale può far cedere un versante già instabile o un ponte rimasto in piedi solo in apparenza. Questa è una delle difficoltà più concrete che affrontiamo oggi: le persone hanno bisogno di un riparo subito, ma non possiamo sistemarle in un luogo che potrebbe essere raggiunto dalla prossima piena.

Quella di Rasuwa è una catastrofe climatica. Il riscaldamento dell’Himalaya accelera la perdita dei ghiacciai e degrada il permafrost, il terreno congelato che contribuisce a tenere insieme le montagne: quando arretra, pareti rocciose già ripidissime perdono parte del loro sostegno. Gli esperti dell’International Centre for Integrated Mountain Development chiamano “disastri a cascata della criosfera” ciò che ne segue, ed è esattamente quanto accaduto nel Lhende Khola: ghiaccio e roccia cadono, si portano dietro acqua e sedimenti, distruggono tutto quello che trovano e a volte formano nuovi sbarramenti che restano lì, come minaccia successiva.

Non è un episodio isolato. Nel settembre 2024 piogge eccezionali hanno provocato alluvioni e frane in 21 distretti del Nepal, uccidendo 246 persone e costringendo oltre 10.000 famiglie a lasciare la propria casa; un mese prima il collasso di laghi glaciali aveva colpito il villaggio di Thame, nella regione dell’Everest. Per chi vive in Nepal la crisi climatica non è una previsione per il futuro: è un villaggio travolto dall’acqua di un lago glaciale, la capitale allagata, una montagna che cede e spinge un fiume nove metri più in alto in mezz’ora. Eventi sempre più ravvicinati, in un Paese responsabile di una parte infinitesimale delle emissioni globali.

Haku: perdere tutto una seconda volta

Tra le persone colpite ci sono le famiglie originarie di Haku, una comunità della municipalità rurale di Uttargaya con la quale ASIA lavora dal terremoto del 2015. Undici anni fa il sisma e le frane che lo hanno seguito hanno distrutto il villaggio di Haku: l’area è stata classificata a rischio e le famiglie sono state evacuate. Da allora centinaia di famiglie vivono ancora in insediamenti temporanei lungo il Trishuli (baracche di lamiera e teloni, non case), in attesa di un trasferimento definitivo che per molte non è mai arrivato. In più di un decennio hanno comunque cercato di ricostruire una quotidianità — un piccolo commercio, qualche appezzamento coltivato, la scuola dei figli — restando però in una sistemazione provvisoria, esposta al fiume. Ora i nostri colleghi sul posto ci hanno confermato che gli insediamenti lungo il fiume nei quali vivevano le famiglie sfollate di Haku sono stati spazzati via. L’insediamento di Khalte, dove da anni viveva una parte di queste famiglie, è stato completamente cancellato.

Questa notizia ci ha colpiti in modo particolare, perché conosciamo la fatica fatta da queste famiglie per rimettersi in piedi dopo il 2015. Sappiamo cosa significa ricominciare quando si è perso quasi tutto, e sappiamo anche che la ricostruzione non finisce il giorno in cui si consegna una casa. Pensare che, undici anni dopo, le stesse persone debbano affrontare di nuovo la perdita della propria abitazione, dei documenti, dei vestiti, del materiale scolastico dei figli e dei beni messi insieme nel tempo è difficile da accettare.

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Per loro questa non è semplicemente un’altra alluvione, ma un secondo sfollamento. Alcune famiglie sono ospitate in strutture comunitarie, altre da parenti o in sistemazioni spontanee: una sola famiglia, vicino alla scuola secondaria di Uttargaya, ha ospitato più di duecento persone dall’inizio dell’emergenza e continua ad accoglierne quindici o venti al giorno. La nostra squadra sta censendo le famiglie sfollate una per una: quante sono, dove si trovano, che cosa hanno già ricevuto. La loro storia spiega anche perché la risposta non possa esaurirsi con la consegna di un telone: se il terreno è stato cancellato dal fiume o non è più sicuro, serve prima di tutto un riparo adeguato; poi una sistemazione temporanea dignitosa; e alla fine, un luogo dove ricostruire senza esporre di nuovo le famiglie allo stesso pericolo. Serviranno acqua, servizi igienici, scuola e la possibilità di tornare a lavorare. Per chi deve ricominciare una seconda volta, la sicurezza del luogo conta quanto la rapidità degli aiuti.

Perché ASIA è nel distretto di Rasuwa

ASIA lavora nel distretto di Rasuwa dall’indomani del terremoto del 2015. Nei primi mesi di emergenza abbiamo raggiunto quasi 12.000 persone a Yarsa, Saramthali e nell’insediamento tibetano di Syabrubesi: 26.000 lamiere zincate per alloggi resistenti al monsone, gas e set da cucina, diciannove servizi igienici, 58 aule temporanee e poi quattro scuole permanenti antisismiche. Negli anni successivi abbiamo continuato con acqua e servizi igienico-sanitari, educazione e sostegno economico alle famiglie. In undici anni non abbiamo lasciato il distretto: la nostra presenza non nasce dall’alluvione di oggi né dall’attenzione mediatica che sta ricevendo. Conosciamo le comunità, la geografia, le difficoltà logistiche di quest’area. E conosciamo soprattutto ciò che accade quando le telecamere se ne vanno, mentre per le famiglie comincia la parte più lunga e meno visibile della ricostruzione.

Nel settembre 2024, quando le alluvioni hanno colpito il Nepal centrale, ASIA è intervenuta anche a Roshi, nel distretto di Kavrepalanchok. Quell’esperienza ci ha ricordato che la distribuzione degli aiuti è solo l’ultimo passaggio: prima occorre capire chi è stato raggiunto, che cosa manchi davvero, quali strade siano percorribili e come evitare che le località meno visibili restino escluse.

A Uttargaya le prime analisi cartografiche contano 728 edifici, 21 chilometri di strada, 15 ponti, una scuola, un posto di polizia, un tempio e circa 38 ettari di terreni agricoli nell’area colpita. Oggi abbiamo quattro persone impegnate nella municipalità: due colleghi di ASIA e due rilevatori locali che stanno raggiungendo le comunità e raccogliendo informazioni direttamente dalle famiglie. Parallelamente, l’intero team di ASIA Nepal e ASIA Roma è al lavoro per consolidare i dati raccolti, coordinarsi con le autorità distrettuali e le municipalità rurali interessate e predisporre gli acquisti e la logistica, in modo da poter intervenire appena le verifiche saranno complete. Le comunicazioni restano difficili, ma i primi bisogni urgenti sono già emersi con chiarezza: un riparo, di che cucinare, luce, igiene, vestiti e materiale per la scuola.

Che cosa faremo e come useremo i fondi

ASIA ha già attivato risorse proprie e il lavoro necessario per avviare la prima risposta, senza attendere la conclusione della raccolta. Quanto descriviamo qui nasce dalla valutazione dei nostri colleghi a Uttargaya, che nei prossimi giorni si estenderà a Gosaikunda e Aamachhodingmo appena le condizioni lo permetteranno: è il punto da cui partiamo, non la misura di tutto l’intervento. Il sostegno di chi sceglierà di aiutarci attraverso l’Unione Buddhista Italiana ci permetterà di estendere l’intervento, raggiungere più famiglie e accompagnarle oltre i primi giorni dell’emergenza.

La prima fase si concentrerà sulla sicurezza e sulla dignità delle persone rimaste senza casa. A Uttargaya circa 450 sfollati ricevono già assistenza alimentare da altre organizzazioni: il cibo, quindi, non è tra le nostre priorità di acquisto. Quello che manca sono le attrezzature per cucinarlo. Stiamo verificando i luoghi nei quali installare tende familiari complete (non semplici teloni, ma strutture dotate di pali, telo esterno, pavimentazione, corde, picchetti e ancoraggi) e quelli in cui i nostri colleghi hanno segnalato la necessità di tre cucine comunitarie, con le attrezzature che servono a farle funzionare: pentole e utensili, combustibile, contenitori per l’acqua e illuminazione. Prevediamo inoltre kit per l’igiene familiare e mestruale, lampade e sistemi di ricarica solare, coperte, indumenti e materiale scolastico. Dove i sistemi idrici sono stati danneggiati interverremo sull’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici, una volta accertate le condizioni delle fonti e ciò che si può ripristinare in sicurezza.

Foto di Nabaraj Acharya, Programme Director di ASIA

Nelle settimane successive bisognerà passare dai ripari di emergenza a sistemazioni temporanee più stabili per chi non potrà tornare, riparare acquedotti e servizi igienici e creare spazi dove i bambini possano riprendere a studiare. Altrettanto importante sarà ricostruire un reddito: terreni e piccoli sistemi irrigui da recuperare, sementi, attrezzi e animali da sostituire. Dove però il fiume ha portato via la terra o l’ha ricoperta di pietre, distribuire sementi non basta: occorrerà capire se quel terreno sia recuperabile o se la famiglia debba costruire altrove anche il proprio futuro economico. La fase più lunga comprenderà la ricostruzione in luoghi sicuri, il ripristino di scuole e reti idriche e una preparazione più forte alle prossime emergenze. Non possiamo impedire a una montagna di cedere, ma possiamo evitare di ricostruire la stessa vulnerabilità nello stesso punto.

Vogliamo essere chiari anche sull’impiego delle donazioni. Non sarebbe serio promettere oggi un numero preciso di tende o di famiglie raggiunte mentre i nostri colleghi stanno ancora registrando gli sfollati; possiamo però spiegare il metodo che seguiremo. I fondi andranno alla risposta di ASIA a Rasuwa, a partire da Uttargaya e dalle comunità più colpite, comprese le famiglie di Haku, e copriranno i beni consegnati e tutto ciò che serve per farli arrivare e renderli utilizzabili: trasporto su strade danneggiate, carico e scarico, un eventuale deposito intermedio, montaggio delle tende e distribuzione.

Foto di Nabaraj Acharya, Programme Director di ASIA

Prima degli acquisti confronteremo i dati raccolti famiglia per famiglia con le informazioni delle autorità locali e con gli aiuti già consegnati, per comprare ciò che serve nelle quantità necessarie e verificare che ogni kit sia completo e davvero utilizzabile. Ogni consegna sarà registrata (che cosa, dove, quando e a chi) con elenchi dei beneficiari, verbali di consegna e fotografie raccolte con il consenso delle persone. Man mano che le valutazioni procedono e che l’intervento si estende, condivideremo i dati verificati, le attività avviate e le eventuali modifiche al piano, spiegando ogni volta che cosa è cambiato e perché.

La prima fase richiede velocità; quella successiva richiederà costanza. Rasuwa affronta una catastrofe che nasce in alta montagna ma entra in ogni parte della vita: nella casa, nell’acqua, nella scuola, nel lavoro, nelle strade e nella possibilità di immaginare ancora un futuro nello stesso territorio. Le famiglie di Haku, costrette a ricominciare per la seconda volta, mostrano con dolorosa chiarezza che cosa significhi vivere sulla prima linea della crisi climatica.

ASIA era a Rasuwa dopo il terremoto del 2015, è rimasta durante gli anni della ricostruzione ed è presente oggi, mentre cerchiamo di raggiungere gli insediamenti e capire l’estensione reale delle perdite. Resteremo anche quando questa emergenza non sarà più sulle prime pagine. Sostenere l’intervento significa dare alle famiglie un riparo, acqua, luce e beni essenziali oggi, ma anche la possibilità di ricostruire domani una vita più sicura, perché in Nepal la domanda non è più soltanto come ricominciare dopo un disastro: è come fare in modo che le stesse persone non siano costrette, ancora una volta, a perdere tutto.

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