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Quando le apparenze di questa vita si dissolvono

Quando le apparenze di questa vita si dissolvono,

che io possa, con tranquillità e grande gioia,

lasciare tutti gli attaccamenti di questa vita

come un figlio o una figlia che ritorna a casa.

 

Ho sempre trovato potenti questi versi di Dzigar Kongtrul Rinpoche, in particolare l’immagine del figlio che torna a casa in uno stato di tranquillità e grande gioia. I versi si riferiscono al processo del morire, al periodo tra quando ci rendiamo conto che ce ne stiamo andando e il nostro ultimo respiro. Ho insegnato questa preghiera a molte persone alla fine della loro vita, compresa una monaca a Gampo Abbey che mentre moriva l’ha ripetuta infinite volte. È probabile che io farò lo stesso.

 

Che cosa significa che le apparenze di questa vita si dissolvono, e come può diventare un’esperienza di gioia e pace? Nella visione del mondo tibetana, i nostri corpi sono composti da cinque elementi: terra, acqua, fuoco, aria e spazio. L’elemento terra è tutto ciò che c’è di solido nel corpo: ossa, muscoli, denti e così via. L’elemento acqua sono i vari liquidi, come il sangue, la linfa e la saliva. L’elemento fuoco è il calore corporeo. L’elemento aria, il respiro. L’elemento spazio, le cavità interne al corpo, tutti gli spazi aperti. C’è anche un sesto elemento non fisico che entra in gioco: la coscienza.

 

Secondo Il libro tibetano dei morti, durante il processo della morte questi elementi si dissolvono uno nell’altro, dal più grossolano al più sottile. Una simile prospettiva forse ci sembrerà estranea o antiquata, ma chi lavora negli hospice mi ha raccontato che questi stati sono riconoscibili nei pazienti. Descriverò la progressione tradizionale tenendo presente che sia i professionisti sanitari che si prendono cura del fine vita sia i maestri tibetani sostengono che, come per gli altri stadi della vita, l’ordine della dissoluzione varia da un individuo all’altro. Anche questo è imprevedibile.

 

Prima di tutto, l’elemento terra si dissolve nell’acqua. La persona morente si sente pesante. A volte dice: «Mi sembra di sprofondare. Puoi tirarmi su?». Al tempo stesso la vista comincia a indebolirsi. Poi l’elemento acqua si dissolve nel fuoco. I liquidi cominciano a seccarsi. La persona morente si sente molto assetata e spesso chiede qualcosa da bere. Non riusciamo però a trattenere i liquidi. Anche l’udito comincia a svanire. Poi l’elemento fuoco si dissolve nell’elemento aria, e sentiamo freddo. Per quanto si alzi il riscaldamento, per quante coperte ci mettano addosso, proprio non riusciamo a sentirci riscaldati. La fase successiva è la dissoluzione dell’elemento aria nella coscienza. La respirazione si fa sempre più difficile. Le espirazioni diventano più lunghe e le inspirazioni più brevi. Ci sono pause più prolungate tra i respiri. Infine, dopo qualche lunga espirazione, il respiro cessa. Come ha detto Trungpa Rinpoche: «Espiri e non smetti mai. Non ci sono più inspirazioni».

 

A questo punto, tutte le percezioni sensoriali ordinarie sono cessate. Anche tutti i pensieri, le emozioni, gli schemi e le nevrosi abituali si sono interrotti. Tutto ciò che aveva oscurato la nostra vera natura è scomparso. Tutto ciò che consideravamo «me» è scomparso. Le apparenze di questa vita si sono dissolte, e siamo tornati alla semplicità naturale della nostra vera natura.

 

Per la medicina occidentale, la persona è morta. La vita è giunta al termine. Negli insegnamenti buddhisti, però, si dice che un processo interiore, noto come «dissoluzione interna», continua. In questa finale dissoluzione del tempo della nostra vita, l’elemento della coscienza si dissolve nello spazio. Anche questo processo è imprevedibile, ma si dice che in genere duri almeno venti minuti. Per questo motivo, gli insegnamenti consigliano di lasciare in pace il corpo, senza toccarlo o spostarlo, almeno per quel lasso di tempo, se possibile di più.

 

La dissoluzione interna ci offre un’occasione incredibile, se siamo preparati. Si dice che si svolga in tre fasi durante le quali abbiamo tre forti esperienze di colore. Prima di tutto, la luce dell’intero ambiente diventa bianca, come un cielo sereno acceso da una luna piena. Poi percepiamo un rossore, come un cielo al tramonto. Infine, percepiamo il nero, come un cielo notturno senza luna o stelle. A questo punto, cadiamo in uno stato vacuo di incoscienza, e il processo di dissoluzione è completo.

 

Quanto succede in seguito, stando agli insegnamenti, è che un io privo di ego recupera la coscienza e si fa un’esperienza della mente in un modo completamente spoglio e libero da ostacoli. A volte la si chiama «la mente della luce chiara della morte». Dura un solo istante, ma, come vedremo, prepararsi per questa esperienza può mandare in corto circuito l’intero ciclo di nascita e morte, provocando un risveglio completo e immediato. È considerata un’occasione così preziosa che tutti i miei principali maestri hanno sottolineato la preparazione a essa come una delle imprese più importanti della vita.

 

Capire come sia possibile una cosa del genere richiede una certa conoscenza dell’essenza più intima della mente. Quando parliamo della mente risvegliata, spesso usiamo aggettivi come «spalancata», «incontrastata», «imparziale» e «infinita», ma la cosa sorprendente è che queste parole si applicano anche alla vostra mente, oltre che a quella di vostro cugino, del vostro capo, del vostro insopportabile vicino, di chiunque.

 

Tradizionalmente, questa mente universale risvegliata viene paragonata al cielo. Dalla nostra prospettiva terrena, certi giorni il cielo appare sereno, certi altri oscurato. Ma per quanto annuvolato o buio sia, se saliamo a bordo di un aeroplano, ci rendiamo conto che il vasto cielo azzurro è, ed è sempre stato, lì… ogni giorno, per tutto il giorno.

 

Per molti di noi, se si tratta di paragonare la mente al cielo, il tempo sembra quasi sempre nuvoloso. Invece di essere desti alla vivacità del mondo fenomenico e al suo flusso continuo di nascita e morte, viviamo in una versione della realtà in cui ci sentiamo spesso distratti e persi nei nostri pensieri. Non siamo sintonizzati con il fatto che ogni cosa, dal nostro ambiente ai nostri cari e ai nostri stessi corpi, cambia di attimo in attimo. Non vediamo che le emozioni e le storie che ci raccontiamo non hanno nessuna sostanza reale, che sono effimere come la foschia.

 

Questi pensieri ed emozioni ci appaiono così solidi che possono oscurare del tutto la chiarezza aperta della nostra mente. Di tanto in tanto, però, possiamo intravedere uno spiraglio di cielo azzurro attraverso uno squarcio tra le nuvole. In genere questo accade quando qualcosa di inatteso interrompe il funzionamento abituale della mente. Per esempio, negli anni Ottanta stavo percorrendo una strada di Boulder, in Colorado, nella mia tonaca marrone, completamente assorta nei miei pensieri. Una macchina piena di ragazzini del college mi si è accostata, e uno di loro ha abbassato il finestrino e ha gridato: «Trovati un lavoro!». (È stato disorientante soprattutto perché si dava il caso che stessi andando a piedi al lavoro.) Per un attimo la mia mente abituale si è fermata e ho sperimentato ogni cosa in modo del tutto nuovo. Grazie a quei ragazzi, ho visto un enorme squarcio tra le nuvole.

 

Gli scorci di cielo possono presentarsi in tanti modi, ma spesso comportano un’esperienza di mancanza di fondamento. Il suono di un’esplosione ci spaventa e disorienta. Rischiamo di scivolare sul ghiaccio. Riceviamo una notizia che non ci aspettavamo… molto buona o molto cattiva. Di punto in bianco la nostra mente si arresta, e guardando fuori vediamo un mondo distinto, senza tempo.

 

Di solito non abbiamo modo di sfruttare questi brevi lampi di intuizione. Ma se vediamo anche solo uno spiraglio del cielo immenso, possiamo imparare a considerare preziose queste esperienze e cominciare a coltivarle. Potremmo dire che è questo uno degli scopi principali della meditazione: rallentare quel tanto che basta per notare che c’è sempre qualche spiraglio nella nostra esperienza fitta di pensieri, e per acquisire familiarità con queste aperture in quanto spiragli sulla natura non costruita, non concettuale della mente. In questo modo, pian piano, ci rendiamo conto che la mente è sempre aperta e infinita. Ma anche quando non ne siamo consapevoli, la mente non va da nessuna parte, e possiamo ritrovare un contatto con essa in qualsiasi momento. Con l’aiuto della pratica meditativa, cominciamo a comprendere davvero che le nuvole sono impermanenti e il cielo è sempre lì. Come ha detto una volta Trungpa Rinpoche: «All’inizio per svegliarci abbiamo quasi bisogno di essere investiti da un camion, ma dopo un po’ basta il vento che agita le tende».

 

Secondo gli insegnamenti sul bardo, il processo di dissoluzione della morte può essere visto come quello delle nuvole che si assottigliano e si disgregano. A ogni fase, dalla dissoluzione dell’elemento terra in poi, le nuvole si disperdono sempre più. Tutto va in pezzi: il corpo, le percezioni sensoriali, le emozioni, il processo del pensiero. È ovvio che questo possa apparirci destabilizzante e spaventoso, ma se ci siamo allenati a prendere dimestichezza con la dissoluzione costante che avviene durante la nostra vita, il ciclo continuo di morti e rinascite, possiamo essere capaci di entrare nell’esperienza della morte senza paura, pronti ad affrontare qualsiasi cosa verrà. Quando la mancanza di fondamento sarà diventata per noi un territorio familiare, lo sradicamento definitivo della morte non ci sembrerà più così minaccioso.

 

Potremmo allora vivere la fine di questa vita come una caduta nel risveglio. Attraverso le fasi della dissoluzione tutte le nuvole svaniscono, rivelando il cielo incontaminato della mente in tutta la sua chiarezza. Proprio a quel punto ci viene offerta un’occasione importante: riconoscere questa vasta consapevolezza simile al cielo come la nostra stessa natura innata, e poi lasciare andare e rilassarci in questo stato, come un figlio che ritorna a casa.

 

Per molti, però, l’occasione va e viene in un lampo. Chiunque, senza eccezioni, anche il più piccolo insetto, ha un’esperienza fuggevole di una consapevolezza infinitamente aperta, ma si dice che siano pochissimi a riconoscerla. Dunque, passa inosservata. Una delle ragioni principali per cui esistono Il libro tibetano dei morti e altri insegnamenti è preparare le persone a riconoscere quello che succede durante il processo della morte, in modo che possano cogliere le occasioni quando si presentano. Come vedremo nei capitoli successivi, il momento della dissoluzione non è la nostra unica possibilità di conseguire l’illuminazione durante il processo della morte. Per fortuna, persino nel bardo, c’è sempre una seconda possibilità.

Meditazione

  • Nata Deirdre Blomfield-Brown è una monaca buddhista americana di tradizione tibetana, allieva di Chögyam Trungpa. Insegnante residente presso l’Abbazia di Gampo sull’isola canadese di Cape Breton, il primo monastero tibetano del Nord America fondato per gli occidentali, è da sempre impegnata nel consolidamento della tradizione monastica e lavora costantemente con i buddhisti di tutte le tradizioni, condividendo idee e insegnamenti. Guida spirituale, insegnante di meditazione e autrice di più di venti titoli best seller è, insieme al Dalai Lama e a Thich Nhat Hanh, una delle più importanti rappresentanti del buddhismo in ambito internazionale.

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