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Per una grammatica del collettivo

A gennaio 2023 ho pubblicato un libro – Abitare il Vortice – che indaga come sono cambiate le città in occidente in tre periodi della storia recente: quello che va dall’inizio della deindustrializzazione degli anni ’70 alle città del terziario avanzato degli anni ’10; quello delle crisi urbane che si sono innescate durante la Pandemia di Covid19; quello delle «ripartenze», con tutto quello che hanno implicato per le forme della vita collettiva negli spazi urbani. 

Da allora ho discusso i temi del libro in decine di incontri con centinaia di persone, in tutta Italia. E mi sono reso conto che alcune questioni sono particolarmente rilevanti per gli strani tempi in cui viviamo, e che per questo meritano di essere approfondite. È nata così l’idea di questa serie di articoli per GATE, nei quali provo a considerare alcuni dei concetti che hanno fatto particolarmente discutere, a partire da domande da farmi assieme al lettore. Chiamateli, se volete, esercizi. O idee di laboratori. O esperimenti per nuovi vocabolari.

 

Iniziamo con «comunità». Negli ultimi anni poche parole hanno avuto una simile fortuna. A giudicare dalle pubblicità, dalle serie sui canali di streaming, dai discorsi dei politici di ogni colore, sembra che quello che tutti stiamo cercando è una comunità di cui fare parte. Ma cosa vuol dire, esattamente?

 

Anche se oggi è quasi difficile ricordarlo, per un periodo piuttosto lungo della nostra storia recente la comunità è stata spesso dipinta come qualcosa da cui fuggire. Un luogo – dello spirito o dello spazio – chiuso, claustrofobico, incapace di accettare le trasformazioni, in cui antiche ingiustizie si perpetravano ciclicamente e la libertà dei singoli doveva sottomettersi ad un’omogeneizzazione forzata. Dalla comunità si fuggiva per andare incontro a un mondo più grande, per scoprire la sinfonia delle città, perdersi e riconoscersi nelle masse, nella velocità, nel cambiamento.

Non è un caso che una delle discipline fondative della modernità – la sociologia – abbia trovato nella distinzione tra la solidarietà primitiva delle comunità e quella evoluta delle società una delle sue prime linee di indagine.

 

Eppure, nel corso del ‘900 le comunità si sono riaffacciate più volte. Con i fascismi, che pensavano in termini di «comunità nazionale» per poter eliminare i corpi estranei. Oppure nelle comunità di recupero per i tossicodipendenti, un elemento tipico dell’immaginario della marginalità negli anni ’80 devastati dall’eroina.

 

Certo, non sempre l’accezione è stata negativa. Come nel caso di quel peculiare esperimento di religione laica che è stato il comunitarismo, noto soprattutto perché ne è stato esponente Adriano Olivetti. O in quelli delle sperimentazioni politiche ed esistenziali delle comuni, tra gli anni ’60 e i ’70.

 

Ma l’immaginario condiviso ha continuato a presentare più ombre che punti di luce. Al punto da divenire l’ambientazione di un intero sottogenere dell’orrore, che dalle atmosfere malsane degli Stati Uniti rurali dei racconti di Lovecraft negli anni ’20 è arrivato fino al Polesine oscuro di La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati (1976) o al recente folk horror di Midsommar di Aster (2019).

 

È negli ultimi decenni del secolo scorso che la percezione diffusa della comunità in Italia ha iniziato a cambiare di senso. Con l’arrivo di serie televisive statunitensi come i Robinson (1984), o di film come Fa’ la cosa giusta di Spike Lee (1989), in cui l’idea tutta statunitense di «comunità etnica» è divenuta uno scenario fatto di solidarietà reciproca. Ma il vero e proprio salto è arrivato con Internet, e con la scelta dei primi programmatori di utilizzare il termine «community» per indicare i forum virtuali. Gli utenti di Internet sono passati nel giro di pochi anni da poche centinaia a molti milioni, e poi a miliardi, riabilitando l’uso del termine e le sue implicazioni positive. 

 

Oggi la «comunità» è ovunque, promessa dalle compagnie telefoniche e dai conti on-line, dalle tessere fedeltà e dalle squadre di calcio, dal bar sotto casa e dall’autogrill. E nelle politiche sociali e sanitarie, nei piani regolatori delle città, nelle strategie di musei, teatri e biblioteche se ne moltiplicano le accezioni: comunità di pratiche, comunità professionali, comunità leggere, comunità di luogo, comunità di cura…  

 

Provare a capirci qualcosa in più non è solo uno sterile esercizio intellettuale per chi si occupa di storia delle idee. Al contrario, vuol dire imparare a porsi domande fondamentali su come cambiano i nostri immaginari, i nostri modi di stare insieme, i nostri bisogni e i nostri desideri. Su come cambiamo noi. 

 

Ho incontrato molte persone nei musei, nelle biblioteche, nelle librerie, negli spazi pubblici, nei caffè, negli edifici civici: collettivi, associazioni, comitati, gruppi informali, cooperative. Tutti, in qualche modo, sconcertati dall’oscurità dei tempi che stiamo vivendo e alla ricerca di nuovo senso, di nuove pratiche per affrontarli assieme a qualcun altro. Tutti, in qualche modo, che si stavano ponendo la stessa domanda: cosa ci spinge nelle nostre vite a legarci agli altri?

 

Ovviamente non c’è una risposta buona per tutte le stagioni ma ho imparato a guardare alcune  manifestazioni dell’aggregazione tra persone.

Talvolta è mossa da affetto, un senso di vicinanza poco razionalizzato, che ci muove dall’ombelico, dai muscoli, dallo sguardo. Da emozioni vissute assieme, da libri letti, da musica ascoltata, da luoghi abitati. 

Altre volte è una traiettoria: sentiamo che in quel momento noi e qualcun altro stiamo andando nella stessa direzione, e non importa se ci conosciamo, o se sappiamo già la destinazione.

Spesso ci leghiamo ad altri perché cerchiamo qualcuno con cui condividere un desiderio, un bisogno, una speranza o una paura. Qualcuno in cui guardarci per trovare appigli, confini, traiettorie. 

Sempre, guardare a come ci leghiamo agli altri ci dice qualcosa su noi stessi, sui nostri valori, sulle nostre opinioni, sulle nostre credenze. Su come vediamo il mondo e su come vogliamo che il mondo ci veda.

 

Diventiamo soggetti collettivi per attrazione, affinità o simpatia nei confronti degli altri, per la condivisione di elementi estetici che passano dalle sensazioni, prima ancora che dalle emozioni. E per questo ci capita di riconoscersi come parte di uno stesso pubblico: di lettori, di spettatori di un concerto, di uno spettacolo teatrale, e perché no di un programma alla radio, in televisione o su Youtube. Sono i momenti in cui sentiamo di avere una sensibilità – dei gusti, dei modi di esperire il mondo – che ci mettono in contatto con i nostri simili.

Diventiamo soggetti collettivi perché ci rendiamo conto di avere – o crediamo, speriamo di avere – degli interessi pratici in comune con altri, di volta in volta per ottenere qualcosa, o contro qualcosa. O qualcuno. È un modo di relazione che ci rende soggetti collettivi per ottenere risorse: una pulsione che può essere la più brutale (mettersi assieme per prendere più cibo degli altri) o la più raffinata (costruire alleanze per portare il mondo in una direzione che consideriamo virtuosa).

Diventiamo soggetti collettivi perché sentiamo vicine le idee, i valori, le visioni del mondo di altri. Perché siamo convinti che in alcuni luoghi, tra alcune persone, in alcuni modi di comportarsi ci sia quello che è giusto, mentre in altri quello che è sbagliato.

 

Dobbiamo imparare ad allenare le nostre capacità sociali, culturali, politiche ed estetiche per saper leggere i soggetti collettivi in cui ci troviamo. Ognuno può farlo come meglio crede, a seconda delle sue predisposizioni e dei motivi per cui si sta ponendo questa domanda in questo momento.

Possiamo andare da soli in un bosco e tracciare diagrammi sulla terra. Radunarci nelle piazze e disegnare sull’asfalto. Costruire laboratori collettivi, esercizi di immaginazione. Lavorare attraverso le immagini e gli immaginari che le parole dell’azione collettiva ci evocano. Interrogarci sul rapporto tra soggetti collettivi di cui facciamo parte e il potere: cosa vogliamo cambiare o lasciare inalterato, cosa vogliamo prendere o lasciare. 

Dobbiamo farci domande sulla natura estetica dell’esperienza collettiva: su quello che vogliamo sentire con gli altri. E su quello che non vogliamo sentire mai più.

Idee

  • Bertram Niessen è Presidente e Direttore Scientifico di cheFare, di cui è stato tra i fondatori nel 2012. Come ricercatore, progettista, docente, autore e advisor si occupa di come la cultura trasforma lo stato delle cose. I temi principali di cui si interessa sono la città, la progettazione culturale, le politiche e l’economia della cultura, le forme culturali collaborative, il rapporto tra cultura e tecnologia. Lo fa al crocevia tra discipline diverse: sociologia urbana, metodologia, cultural studies, scienze della comunicazione, arte elettronica. Al cuore di tutto c’è un forte interesse per l’intersezione tra cultura, tecnologia e società, e la convinzione che ci sia bisogno di nuove forme di azione sociale e politica.

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