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Donna con cane

Per amore dei cani: i cani come campo di merito #2

Tempo di lettura: 15 minuti

Il Rasavāhinī di Vedeha Thera venne composto in pāli nella seconda metà del XIII secolo a Śrī Laṅkā [1]. Come dichiara l’autore stesso, l’opera si fonda su una composizione anteriore di Raṭṭhapāla, non citata esplicitamente ma identificata con il Sahassavatthuppakaraṇa, a sua volta basato su una raccolta precedente in lingua singalese. Il Rasavāhinī comprende 103 storie, otto in più rispetto al Sahassavatthuppakaraṇa; tutte, salvo una, presentano un parallelo nell’opera più antica. Le storie sono suddivise in due sezioni: quelle ambientate a Jambūdvīpa e quelle ambientate a Śrī Laṅkā. Numerosi racconti ruotano attorno al tema del dāna, e ci interessano in particolare perché in diversi episodi i cani sono considerati destinatari appropriati della donazione, veri e propri «campi di merito» allo stesso titolo dei destinatari consueti delle offerte, il Buddha, i monaci, gli stūpa e i monasteri.

La storia di Maruttabrāhmaṇa

Cominciamo con la storia di Maruttabrāhmaṇa, diciottesima del Nandiyarājavagga nella sezione Jambudīpuppati. La vicenda prende avvio sulle rive del Gange, in un villaggio brāhmanico chiamato Candabhāgā. Un brahmino di nome Marutta lascia il villaggio per recarsi a Takkasīla per affari. Sulla via del ritorno si imbatte in un cane affetto da lebbra. Mosso da compassione, prepara una pozione medicinale per il cane e gliela somministra. Il cane guarisce e, riconoscente per quanto ricevuto, lo segue fino a casa. La moglie del brahmino rimane incinta, ma durante il parto il bambino rimane incastrato nel canale e muore, e per estrarlo si rende necessario smembrarlo. Di fronte a un tale evento, il brahmino si disgusta della vita domestica e si ritira nella foresta per divenire asceta. La moglie, profondamente adirata per l’abbandono subito, intreccia una relazione con un altro uomo e lo esorta a uccidere l’ex marito. Il cane, che ascolta la loro conversazione, si unisce all’asceta. Un giorno, l’amante parte con arco e frecce, deciso a compiere l’omicidio. Il cane approfitta di un momento di distrazione dell’assassino e rosicchia la corda dell’arco: ogni volta che l’uomo la ripara, il cane la spezza di nuovo. Alla fine, il cane si avventa sull’assassino e ne impedisce il gesto. Così, osserva il narratore, gli uomini giusti ripagano la gentilezza ricevuta. L’asceta, mosso da compassione, cura il ferito, perfeziona la pratica meditativa e, al termine della vita, rinasce in paradiso. Un verso conclusivo esorta alla compassione e all’aiuto reciproco, poiché questa è la causa delle gioie nel saṃsāra (bhavabhogahetu).

L’asceta di questa storia non è buddhista: si tratta di uno dei saggi non buddhisti, gli isipabbajā. La causa della sua rinuncia è un terribile incidente occorso durante il parto: il bambino morto deve essere smembrato per essere estratto dal grembo materno. Benché il raggiungimento del jhāna o della meditazione abbia certamente contribuito alla sua rinascita favorevole, il verso conclusivo suggerisce che anche l’aiuto offerto al cane malato sia stato decisivo per un esito tanto propizio. Per l’atto di compassione nei confronti del cane viene salvato da un assassino, gli è data l’opportunità di perseguire la via ascetica e, infine, raggiunge il paradiso, il Brahmaloka.

La storie dell’uomo che schiaccia canna da zucchero

Un’altra storia, ancora una volta ambientata a Jambūdvīpa, ha per protagonista un uomo che si guadagna da vivere schiacciando canna da zucchero[2]. Questi compie una serie di azioni meritorie: offre un po’ di burro chiarificato a un monaco malato e a un altro dello zucchero di canna. Il giorno seguente incontra un cane affamato e gli dà da mangiare. Dona anche una veste a un predicatore del Dhamma. L’uomo esprime il desiderio che, grazie al merito così acquisito, ogni suo desiderio possa realizzarsi in tutte le sue future esistenze, sia nell’oceano che sulle montagne. Alla morte rinasce come un deva: dopo quella rinascita divina si ritrova, al tempo di Śākyamuni, a Śrāvastī, in una famiglia agiata. Consapevole dei pericoli della vita domestica, rinuncia al mondo e diventa presto arhat. Poi si congeda dal Buddha e parte con cinquecento monaci alla volta di un’altra città. Giunto a un porto, sale su una barca con i cinquecento monaci. Durante la traversata, viene colpito da un forte mal di stomaco. I monaci chiedono come fosse solito curarsi e lui risponde che, in passato, assumeva del burro chiarificato. I monaci sono perplessi: come procurarselo in mezzo all’oceano? L’uomo risponde che basterà riempire d’acqua di mare la sua ciotola: l’acqua si trasformerà immediatamente in burro chiarificato. I monaci sono comprensibilmente stupefatti. Il monaco decide allora di mostrare loro un altro prodigio, trasformando l’intero oceano in burro chiarificato e le montagne in zucchero di canna. Fa apparire ovunque ciotole colme di cibo e le foreste si riempiono di vesti. Spiega che tutto ciò è il risultato delle sue buone azioni. Racconta di aver dato burro chiarificato e zucchero a due monaci malati quando era in vita un Buddha del passato, Kassapa Buddha, e grazie a questo ottiene sempre ciò che desidera. Narra anche di aver nutrito un cane affamato, e che per questo non è mai privo di cibo. Di esistenza in esistenza, ha ricevuto cibo e bevande in abbondanza: anche ora, dice ai monaci, ottiene sempre tutto il nutrimento necessario. L’elenco delle azioni meritorie prosegue, ma è evidente che aver nutrito il cane ha portato un risultato tanto grande quanto aver offerto cibo e medicine ai due monaci: «Un’azione meritoria, per quanto piccola, non deve essere disprezzata; porta a risultati infiniti, persino al nibbāna».


Un’azione meritoria, per quanto piccola, non deve essere disprezzata; porta a risultati infiniti

Nutrire un cane affamato

Quando le storie si spostano a Śrī Laṅkā, si incontrano altri capifamiglia e monaci che hanno compiuto l’azione meritoria di nutrire un cane affamato. Tra questi c’è è Abhaya Thera, che in una vita precedente si chiamava Deva ed era responsabile di un villaggio legato al monastero Pupphavāsa nella regione occidentale di Laṅkā[3]. Un giorno, esausto e affamato dopo il suo giro, si fermò in un villaggio e disse agli attendenti che aveva bisogno di mangiare. Gli portarono subito del cibo, ma appena Deva fu servito, un cane affamato, tremante per la fame, vide il suo cibo e si avvicinò sperando in un boccone. Uno degli attendenti afferrò un bastone per scacciarlo, ma Deva, colmo di compassione, lo fermò. Offrì al cane una buona parte del suo cibo e il cane divorò avidamente quanto ricevuto. Vedendolo, Deva si sentì soddisfatto del suo gesto. Grazie al merito di quell’azione, dopo la morte rinacque in una famiglia prestigiosa, crebbe e rinunciò al mondo per diventare monaco: il suo nome monastico fu Mahābhaya Thera, «Grande Abhaya Thera». Il narratore osserva: «Se una persona è soddisfatta per ciò che ha fatto, anche un dono a un animale porterà grandi frutti». Seguono due versi: «Chi, con fede nel cuore, dà qualcosa a un animale, anche a una formica, ottiene come risultato la felicità della rinascita come deva o come essere umano e, infine, persino il nibbāna».

La narrazione prosegue con la cronaca di una terribile carestia che fa da sfondo alle azioni meritorie o alle descrizioni delle loro straordinarie ricompense in molte di queste storie. Era il tempo delle calamità provocate da Brāhmaṇatissacora[4]. Per dodici anni non cadde pioggia. Una grande carestia e disordini si diffusero ovunque, accompagnati da furti e saccheggi. Gli abitanti del villaggio vicino al monastero (vihāra) non riuscivano più a sopravvivere e decisero di partire. Invitarono Abhaya a unirsi a loro, ma lui non voleva abbandonare le reliquie del Buddha che venerava ogni giorno. Così Abhaya Thera rimase solo a prendersi cura dello stūpa e dell’albero della Bodhi, senza nulla da mangiare. Al terzo giorno, un deva che abitava in uno degli alberi, vedendo Abhaya emaciato e affamato, disse alla moglie che sarebbe stato terribile se il monaco fosse morto di fame; avrebbero dovuto portargli del cibo. La moglie chiese al marito cosa avesse fatto Abhaya per meritare il loro aiuto. Il deva rispose che il monaco, in una vita precedente, era stato un uomo di nome Deva, responsabile di un monastero, e che quando gli era stato offerto del cibo, prima ancora di gustarlo, aveva visto un cane affamato, debole e tremante, e gli aveva dato la maggior parte della propria porzione. Quell’azione meritoria, spiegò il deva, stava ora dando i suoi frutti. Anche un piccolo dono non deve essere disprezzato: un grande banyan cresce da un seme minuscolo. Il deva assunse allora forma umana e portò cibo ad Abhaya. Gli disse di continuare ad adempiere ai suoi doveri religiosi senza preoccupazioni e che avrebbe provveduto a nutrirlo ogni giorno. Abhaya doveva solo recarsi presso la sua dimora, un albero di Karañja, e così fece. Da quel momento, ogni giorno si recava all’albero e il deva gli offriva cibo divino. Un giorno un gruppo di affamati, spinti dalla disperazione fino al cannibalismo, si avvicinò al vihāra. Vedendo Abhaya, ben nutrito dal cibo divino, decisero di ucciderlo e divorarlo. Il monaco aveva finito di spazzare il cortile dello stūpa e si apprestava a uscire quando quegli uomini si scagliarono su di lui con bastoni e mazze. Ma nella vita precedente, il monaco aveva fermato uno dei suoi attendenti che aveva cercato di colpire un cane affamato con un bastone, e grazie a quell’azione meritoria nel mezzo del monastero emerse una grande montagna con una caverna, dove il monaco trovò rifugio mettendosi in salvo. Tutti pensarono fosse un arhat e si allontanarono. Il monaco, alimentato con quel cibo divino, trascorse dodici anni come non illuminato e poi divenne arhat. Come arhat visse lì altri dodici anni. Così, il deva sostenne Abhaya per ventiquattro anni nutrendolo con cibo divino. Abhaya raggiunse il nibbāna proprio in quel monastero. Il narratore conclude: «Avendo dato da mangiare a un cane affamato, il signore degli asceti ottenne cibo divino, pace e serenità. Anche voi dovreste sempre donare, indipendentemente dalla creatura: vi gioverà di vita in vita e, infine, vi condurrà al nibbāna»[5].

Questa storia dimostra in modo inequivocabile che offrire del cibo a un cane affamato è un atto meritorio, pari a qualsiasi altro, poiché conduce alla ricompensa più alta: la rinascita come deva o essere umano e il nibbāna. Sottolinea anche l’importanza dell’atteggiamento mentale del donatore dopo il dono: Deva è contento ripensando a quanto ha compiuto. Il messaggio è espresso direttamente dalla narrazione: Abhaya, in una vita precedente, aveva dato da mangiare a un cane affamato e ora viene salvato durante una carestia; nutrito da un deva e protetto da chi voleva divorarne le carni. Il narratore rafforza questo messaggio con versi che affermano chiaramente che nutrire un animale conduce a grandi ricompense, felicità divina e umana e infine al nibbāna. Abhaya raccoglie la sua ricompensa in un momento di estrema carestia, che incombe su molte storie del Rasavāhinī e di raccolte affini, e che si trova descritta anche in molti commentari pāli ai testi canonici. Si tratta in particolare di un periodo in cui gli esseri umani sono degenerati allo stato animale: in effetti, una caratteristica degli animali, in una vasta gamma di testi buddhisti, è che si attaccano e si divorano a vicenda[6]. Possiamo dunque sostenere che l’ombra della carestia di Brāhmaṇatissa offra una chiave interpretativa per comprendere l’insolita lode rivolta a chi presta soccorso a cani affamati e malati in queste storie.

Storie ambientate in tempo di carestia

Nel Rasavāhinī non sono ambientate nel tempo della carestia di Brāhmaṇatissa solo le storie relative al gesto di offrire cibo a un cane affamato. La storia V.10, Vatthulapabbata vatthu, è un esempio diverso. Si apre con una descrizione vivida delle devastazioni causate dalla carestia: «Un tempo, nell’isola di Sīhala, si verificò la catastrofe di Brāhmaṇatissa, che durò dodici anni. Per tutto questo tempo sull’isola di Laṅkā non cadde pioggia alcuna. I raccolti andarono persi e si abbatté una terribile carestia. Priva di cibo adeguato, la popolazione si ammalò. Ridotti pelle e ossa, gli abitanti versavano nella miseria. Le donne in ogni casa apparivano come demonesse e gli uomini come fantasmi affamati o spiriti inquieti. Alla porta di ogni casa si udivano pianti, lamenti di dolore e ovunque si sentivano i gemiti della gente. I cadaveri maleodoranti dei morti si accumulavano ovunque e il loro odore attirava orde di spiriti famelici. Anche questo era fonte di terrore. Colpiti da tante calamità, gli abitanti dell’isola di Laṅkā si rifugiarono sulle montagne e lungo i fiumi, e riuscirono a sopravvivere a stento».


Un’offerta di cibo a un cane affamato conduce dunque a esistenze di piacere e abbondanza

La storia si concentra poi su una coppia che fugge sul monte Vatthula, dove trova un albero con tre rami superstiti. Decidono di riservare le foglie di un ramo agli ospiti, quelle di un altro per offrire doni ai viandanti, e quelle del terzo per nutrirsi. Quando però giunge un monaco a cui desiderano offrire qualcosa da mangiare, scoprono con sgomento che le foglie di tutti e tre i rami sono state divorate dagli insetti. Perduta l’unica fonte di cibo, la moglie decide di nutrire il monaco con la propria carne e il marito si dichiara pronto a fare altrettanto. Il loro gesto impulsivo viene fermato tuttavia dal dio Sakka, che procura loro del cibo da offrire al monaco[7]. È proprio in questo scenario, in cui la fame conduce la popolazione persino al cannibalismo, che il monaco Abhaya – nella storia appena narrata – viene nutrito con cibo divino grazie al fatto che, tempo addietro, aveva dato da mangiare a un cane affamato. La ricompensa per quell’azione appare ancora più straordinaria, se si considerano le circostanze disperate in cui si trova[8].

La gravità della carestia di Brāhmaṇatissa e delle calamità che ne seguirono è documentata in numerose fonti pāli. La causa fu un lungo periodo di guerra, provocato da un usurpatore e dall’invasione dei Tamil. Il capitolo 33, versi 37 e seguenti, del Mahāvaṃsa offre solo un breve accenno alla rivolta e ai combattimenti conseguenti. L’aspirante usurpatore, un brahmino di nome Tissa, rivendicò il trono al re regnante Vaṭṭagāmani, che acconsentì a condizione che Tissa sconfiggesse i Tamil, che erano in procinto di invadere Śrī Laṅkā. Tissa fu però sconfitto dai Tamil, e ne seguì un periodo di disordini e devastazione in tutto il regno. La distruzione e la carestia vengono descritte con dovizia di particolari in diversi commentari pāli. Il commento al Vibhaṅga, il Ñāṇavibhaṅgo, riporta un racconto del monaco Mahāsoṇathera, simile a quello di Abhaya nel Rasavāhinī.[9]

All’inizio del racconto di Mahāsoṇathera, i monaci di due importanti monasteri lottano per sopravvivere: i ratti hanno divorato tutte le loro riserve e non è rimasto loro nulla. I monaci di Cittalapabbata decidono di abbandonare il loro monastero e di dirigersi verso il Tissamahāvihāra, sperando di trovare lì del cibo. I monaci di Tissamahāvihāra decidono a loro volta di spostarsi a Cittapabbata per cercare di sopravvivere. I due gruppi, dodicimila persone in tutto, si incontrano a metà strada e, resisi conto che non c’è nulla da mangiare in nessun luogo, si siedono in meditazione e raggiungono il nibbāna in una foresta. Solo più tardi, quando la carestia si sarà conclusa, altri costruiranno uno stūpa per le loro spoglie. L’intera isola appare devastata, e la maggior parte dei monaci comprende che non può restare. Si organizzano allora su una zattera e prendono il mare. Mahāsoṇathera e altri due monaci, Cūḷasīvathera e Isidattathera, restano invece sull’isola. Cūḷasīvathera, inizialmente, viene nutrito da una divinità arborea: qui il parallelo con la storia di Abhaya è evidente. La divinità lo conduce dapprima in un monastero abbandonato e poi in un villaggio dove la popolazione sopravvive nutrendosi di foglie. Mahāsoṇathera e Isidattathera riescono a sopravvivere alimentandosi di ciò che gli altri scartano, come bucce di frutta o gambi di fiori di loto. Alla fine, ricevono aiuto da una coppia di laici che offre loro soltanto corteccia di cocco mescolata a fibre vegetali. Isidattathera osserva che si tratta di un periodo di carestia estrema, di caos e fame scatenati da Brāhmaṇatissa, e che, in momenti come questi, persino un dono di cibo pressoché immangiabile può condurre a una grande ricompensa quando giungerà il momento propizio[10].

Le devastazioni causate dal malvagio Brāhmaṇatissa furono così profonde che, in alcune narrazioni, vengono considerate una minaccia alla sopravvivenza stessa del buddhismo. In un passaggio sulla scomparsa del buddhismo, Buddhaghosa sottolinea che le scritture (pariyatti) sono il fondamento stesso della comunità (il sāsana)[11]. Per questa ragione, spiega, al tempo delle calamità prodotte dal malvagio caṇḍāla Tissa, intervenne il dio Sakka: costruì una zattera per i monaci e li avvertì che, in quell’epoca di carestia, non sarebbero stati in grado di soddisfare i loro bisogni primari e, non potendo farlo, non avrebbero potuto studiare e memorizzare i testi buddhisti, i tre canestri (Tipiṭaka) e i loro commentari. Esortò allora i monaci a salire sulla zattera e attraversare l’oceano, dove avrebbero avuto una possibilità di sopravvivere.

La carestia e il caos degli anni di Brāhmaṇatissa lasciarono un’impronta profonda sia nella letteratura commentariale sia nelle nostre storie. Quando, nel XIII secolo, venne composto il Rasavāhinī, l’isola subiva ripetuti attacchi dall’India meridionale, così gravi che si dovette trasferire la capitale da Poḷonaruva[12]. Le frequenti menzioni, nelle storie, delle devastazioni di Brāhmaṇatissa potrebbero persino riflettere sofferenze contemporanee.

Puvvapabbatavāsi Thera, il monaco che abitava sulla Montagna Orientale

Soffermiamoci ora su una storia successiva del Rasavāhinī che riguarda Puvvapabbatavāsi Thera, il monaco che abitava sulla Montagna Orientale. Non è ambientata in un periodo di carestia, ma descrive ancora una volta la grande ricompensa che si ottiene offrendo da mangiare a un cane affamato. Il monaco che dona il proprio cibo al cane è egli stesso affamato: la fame rimane una costante. Al tempo del Buddha Kassapa, un mercante andava di villaggio in villaggio vendendo polvere di arsenico rosso. In un villaggio una giovane donna lo chiamò e acquistò della polvere. L’uomo le disse di essere affamato e la donna gli offrì una ricca cena di riso pregiato e curry di carne di pavone con burro chiarificato. Tuttavia, prima di poterne godere, il mercante vide un cane, sopraffatto dalla fame, tremante e malato. Vedendo quel cane in tali condizioni, colmo di compassione, gli diede gran parte del riso mescolato con carne di pavone e olio. Il cane divorò il cibo e, scodinzolando felice, rimase davanti al mercante. Vedendo ciò, il mercante si sentì soddisfatto e fece un voto: grazie al merito acquisito offrendo cibo al cane, in ogni rinascita avrebbe desiderato mangiare carne di pavone e burro chiarificato.

Il mercante rinasce poi varie volte come essere umano e infine diventa monaco, mantenendo il legame con il dono fatto al cane: la sua ciotola dell’elemosina è sempre colma di curry di pavone. Un ufficiale sente parlare del monaco e decide di verificare se riceve davvero sempre carne di pavone nella ciotola. Allora dice alla moglie di preparare un pasto modesto e invita il monaco. Un deva, venuto a conoscenza della cosa, chiede alla propria consorte di fornire gli ingredienti per un curry di pavone di eccellente qualità. L’ufficiale comprende allora che si tratta dell’opera di una divinità e che il monaco deve aver compiuto un’azione particolarmente meritoria in una vita passata (VI.3). Quando il monaco si trova sul letto di morte, con tutti gli altri monaci riuniti intorno a lui, spiega l’origine dei suoi straordinari banchetti: in una vita precedente, al tempo del Buddha Kassapa, era un mercante ambulante che vendeva polvere di arsenico rosso. Una donna, mossa a compassione per la sua fame, gli diede riso pregiato, carne di pavone e burro chiarificato; ma l’uomo diede il cibo a un cane affamato e formulò un desiderio. Grazie al merito di aver nutrito il cane, rinacque in paradiso e godette delle gioie celesti in un palazzo di gemme, deliziato da danze e canti delle fanciulle divine. Al termine della vita trascorsa in paradiso, rinacque cinquecento volte fra gli esseri umani, sempre in famiglie agiate e onorate dai parenti, e in ciascuna di quelle cinquecento vite mangiò curry di pavone. Ora, in quest’ultima esistenza, riceve sempre curry di pavone nella ciotola dell’elemosina. Tutto questo, afferma, è il risultato di quell’unico gesto: aver dato da mangiare a un cane affamato. Nella sua ultima dichiarazione, prima di morire, dice ai compagni monaci: «Chi dona, anche a un animale, come me godrà in ogni rinascita dei piaceri divini». Il narratore conclude: «E, ascoltate le sue ultime parole, tutti compirono atti meritori come il dono e raggiunsero la beatitudine celeste». Un’offerta di cibo a un cane affamato conduce dunque a esistenze di piacere e abbondanza[13].

Il cane incontra il proprio benefattore

Non è solo chi offre cibo al cane a ottenere grande merito: in un’altra storia, è proprio il cane che, dopo aver ottenuto una rinascita eccellente, incontra nuovamente il proprio benefattore e gli ricorda il loro legame. Anche quest’ultimo, alla fine, raccoglie il frutto della sua gentilezza verso il cane[14]. La storia si apre a Śrī Laṅkā, dove un monaco di nome Tissa vive nel Tissavihāra. Un giorno, durante il suo giro per la questua, riesce a procurarsi solo il riso sufficiente per sé e un po’ di burro chiarificato. Gli abitanti del villaggio lo indirizzano allora verso un luogo tranquillo nella foresta dove può trovare acqua fresca e consumare la sua elemosina. Lì, nel bosco, una cagna affamata e malandata ha appena partorito e giace accanto ai cuccioli. Attirata dall’odore del cibo, si alza e, tutta tremante, si avvicina al monaco scodinzolando. Quando la vede, il monaco prova compassione per lei e le offre la prima manciata di cibo dalla propria ciotola. Vedendo con quanta gioia mangia ciò che le ha dato, continua a offrirle il resto del cibo[15]. La cagna, piena di devozione e affetto per il monaco, muore e rinasce in India, a Jambūdvīpa, nel grembo di una regina. Cresce tra le ricchezze. Quando sono trascorsi sedici anni, il monaco Tissa decide di compiere un pellegrinaggio a Bodh Gayā per venerare l’albero della Bodhi. Una volta lì, inizia il suo giro di elemosina. La principessa lo vede e ricorda la sua vita precedente. Il narratore interviene dicendo che, in una vita anteriore, era stata una monaca e aveva donato olio per una lampada e un libro, insieme a foglie su cui scrivere e uno stilo, esprimendo il desiderio di poter ricordare le proprie esistenze precedenti. Così, riconosce nel monaco colui che le aveva dato da mangiare quando era una cagna affamata. Gli rammenta il loro passato comune e gli spiega che, grazie alla sua devozione per il monaco, in questa vita è rinata come principessa. Osserva anche che se la ricompensa per la devozione verso un monaco è così grande, tanto più deve esserlo quella verso il Buddha. Poi fa costruire un monastero per il monaco, che, ricordando con soddisfazione il dono del cibo alla cagna e meditando sul Buddha, diventa presto arhat. Poi muore nel monastero che la principessa ha fatto costruire per lui e raggiunge il nibbāna.

La storia presenta alcune incongruenze, in particolare riguardo al fatto che la principessa sarebbe stata una monaca e che, grazie alle opere pie compiute in quella vita, ora può ricordare le sue esistenze precedenti. Questo dettaglio può far pensare a una problematica testuale, dato che questa annotazione sembra poco sensata in una narrazione che tratta di una cagna affamata divenuta direttamente principessa. Una storia molto simile si trova nel Sīhalavatthuppakaraṇa, dove non si fornisce alcuna spiegazione sul perché la ragazza sia in grado di ricordare la vita precedente da cane. Le due versioni presentano alcune differenze: nel Sīhalavatthu, il cane non rinasce come principessa ma come figlia di un ricco mercante, e si apprende anche come sia morto il cane: subito dopo che aveva mangiato, qualcuno lo colpì con un bastone per allontanarlo. Inoltre, non è il monaco stesso che, dopo aver dato da mangiare alla cagna, parte per il pellegrinaggio, ma un gruppo di monaci del suo monastero. La ragazza racconta loro la sua storia, offre doni e li rimanda a Laṅkā con un messaggio per il monaco che l’aveva aiutata. In entrambi i testi, la storia di un monaco che nutre una cagna affamata si trasforma in una narrazione che esalta sia il dono del cibo sia il merito acquisito per la devozione verso un monaco: i due gesti sono posti sullo stesso piano. Nel Rasavāhinī, la storia della cagna che diventa principessa è l’ultima della sezione su Jambūdvīpa e, in un certo senso, costituisce un ponte verso la sezione dedicata a Śrī Laṅkā, poiché inizia a Laṅkā e termina a Jambūdvīpa, collegando così i due paesi attraverso il pellegrinaggio del monaco.

Note

[1] Matsumura (1992), The Rasavāhinī. L’opera contiene una lunga introduzione e la traduzione del quinto e sesto capitolo. Matsumura ha inoltre pubblicato numerosi articoli in giapponese su singole storie. Si veda anche Rahula (1984), «The Rasavāhinī», pp. 169–85. Il testo è disponibile anche online: http://www.tipitaka.org/romn.

[2] Saddhopāsakassa vatthu, yakkhavañcitavaggo, testo online.

[3] Ecco come interpreto l’espressione tass’ āsanne Devagāme Devo nāma amacco tassa issaraṃ vatteti, Matsumura p. 43. Il Sahassavatthuppakaraṇa riporta: pacchamapasse Pupphavāsavihāra bhikkhācārā-Devagāme Devo nāma amaccho ahosi. L’edizione del Sahassavatthuppakaraṇa presenta numerosi errori di stampa. La Ṭīkā al Nīvaraṇappahānavaggavaṇṇanā, par. 16, commenta così il termine bhikkhācāra: Bhikkhāya caranti etthāti bhikkhācāro, gocaragāmassetaṃ adhivacanaṃ, tasmiṃ bhikkhācāre. «Bhikkhācāra indica il luogo dove i monaci si recano per raccogliere le elemosine; si usa per designare il villaggio assegnato al loro giro questua».

[4] I disordini provocati dal brāhmaṇa Tissa e dai tamil sono descritti nel Mahāvaṃsa, cap. 33.

[5] Qui faccio riferimento a Matsumura (1992), pp. 43–46.

[6] Mahāvastu, sezione iniziale sulla visita di Maudgalyāyana al mondo animale; Bālapaṇḍita sutta, par. 252.

[7] Matsumura (1992), pp. 58–61.

[8] La descrizione di una carestia così grave da costringere le persone al cannibalismo compare in diversi testi buddhisti. Il Kāraṇḍavyūha narra di una carestia nel Magadha, dove le persone giungono a cibarsi l’uno dell’altro. Avalokiteśvara produce del cibo per loro. Kāraṇḍavyūha 1, 16, Magadhabhramaṇam.

[9] Il parallelo è segnalato da Matsumura (1992), cxxxviii.

[10] Sammohavinodinī, commentario al Vibhaṅga, Ñānavibhaṅgo, par. 810. Nella sua Alagaddūpamasutttavaṇṇanā, Majjhimanikāya, menziona anche un periodo in cui, a causa di carestia o pericolo, i recitatori dei sūtra non riescono più a stare insieme.

[11] Manorathapūraṇī su Aṅguttaranikāya, Ekanipāta, 10, Dutiyapamādādivaggavaṇṇanā.

[12] Blackburn (1999), «Magic in the Monastery», p. 360.

[13] Matsumura (1992), pp. 77–81.

[14] Rasavāhinī: A Stream of Sentiments, racconto IV.10, pp. 163–66.

[15] Il testo utilizza il termine ālopa. Si veda quanto già osservato e la nota 6.

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