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Pace senza frontiere

 

 

 

Da vent’anni, il Karuna Center for Peacebuilding interviene nelle zone di conflitto etnico, religioso e politico in tutto il mondo, facilitando l’individuazione di strategie per la pace e la risoluzione dei conflitti. Dopo aver fondato il Karuna Center, sono stata per molti anni docente al SIT Graduate Institute (precedentemente noto come School for International Training) dove ho fondato, e continuo a dirigere, due corsi CONTACT (Conflict Transformation Across Cultures) annuali. La mia esperienza nelle pratiche dharmiche richiama, com’è naturale, gli insegnamenti del Buddha. Nelle storie che seguono, offro diversi esempi di come il Karuna Center e il CONTACT abbiano tratto ispirazione dai fondamentali principi buddhisti per favorire la riconciliazione: la realtà dell’impermanenza; il riconoscimento dell’interdipendenza o dell’«interessere» e la necessità di un’«comunità d’amore» (i buddhisti la chiamerebbero sangha) quale antidoto ai Tre Veleni dell’avidità, della rabbia e dell’illusione. Le storie si svolgono in tre diversi continenti.

 

Impermanenza

Per anni il Karuna Center for Peacebuilding ha reso disponibili, per gli educatori serbi e musulmani in Bosnia, programmi incentrati sulla riconciliazione e la riappacificazione intercomunitaria. Durante questi workshop, ho fatto riferimento agli insegnamenti buddhisti sull’impermanenza, stimolando numerose discussioni sulle diverse forme in cui l’impermanenza si è manifestata nelle vite dei musulmani e dei serbi. La guerra in Bosnia, fra il 1992 e 1995, ha distrutto intere generazioni di amicizie intime e legami familiari, lasciando dietro di sé morte, distruzione e diffidenza. La Jugoslavia non sarebbe più esistita.

 

Prendere atto della realtà dell’impermanenza ha permesso agli educatori bosniaci di rinunciare al loro attaccamento all’identità aprendo così nuove opportunità per il futuro. Si sono resi conto che, per quanto fossero stati perpetratori o vittime di oppressione su base etnica, questa non doveva in alcun modo essere un’identità permanente. In un primo momento dei nostri dialoghi inter-gruppali, gli educatori serbi e musulmani sopportavano a fatica la presenza gli uni degli altri. Dopo diversi anni di collaborazioni, in gruppo e fra le scuole, i loro incontri hanno iniziato a diventare più aperti e onesti, il che ha fatto sì che potessero liberarsi dalle loro monocrome identità etniche e diventare esseri umani completi e complessi, quali sono.

 

Vahidin era un giovane educatore che ho conosciuto grazie a un programma del Kauna Center in Bosnia. La storia della sua vita era segnata dall’impermanenza. I vicini erano diventati nemici; case e famiglie erano andate perdute. Poi la terra sottratta era stata restituita. Chi, prima, era stato un nemico, ora era di nuovo un vicino. La sua città venne ricostruita.

 

In un primo momento Vahidin si rifiutava di partecipare ai seminari con le sue controparti serbe. Gli tornava alla mente il fatto che il suo insegnante preferito aveva tradito i bosniaci, lavorando in un vero e proprio campo di morte nella vicina Prijedor. Vahidin aveva perso molte persone a lui care durante i tre anni della guerra in Bosnia. Era diventato un rifugiato, dopo aver assistito al bombardamento che aveva consegnato il suo villaggio all’oblio. Dopo aver preso parte, su insistenza del preside della scuola in cui lavorava, al nostro programma, le esperienze condivise con gli educatori serbi gli hanno cambiato la vita.

 

Oggi Vaidhin è il direttore di un’organizzazione non-governativa (ONG), il Center for Peacebuilding. Viaggia in diversi paesi per istruire altri mediatori e riceve numerosi premi per il suo operato. In questo ruolo, ha accolto i diversi membri di una famiglia serba di ritorno nella sua città d’origine, nella quale avevano vissuto prima che la guerra portasse alla caduta della Jugoslavia. Sono in pochi i serbi (bosniaci cristiani ortodossi) ad aver fatto ritorno nella città di Sanski Most, terreno di scontri mortali per la predominanza etnica fra le due popolazioni che la abitavano un tempo. Sono in pochi i bosgnacchi che sarebbero disposti ad accoglierli.

 

All’inizio dei nostri dialoghi fra gruppi, gli educatori serbi e musulmani – incluso Vahidin –   sopportavano a fatica la presenza gli uni degli altri. Ma, grazie al dialogo, Vahidin ha iniziato a riconoscere l’odio che covava dentro di sé, e, a poco a poco, si è reso conto di come fosse un ostacolo alla sua crescita. Milka, un’educatrice serba che si è personalmente scusata con gli educatori musulmani per non essere riuscita a denunciare gli occupatori violenti che facevano parte della sua comunità, oggi è una cara amica di Vahidin e sua collaboratrice nei programmi di sensibilizzazione degli insegnanti. Insieme guidano gli educatori nella creazione di ambienti sani e pacifici in cui gli studenti possano imparare ad accettare e preservare le loro diversità.

 

Nonostante la situazione sia cambiata, le difficoltà delle popolazioni in Bosnia sono tutt’altro che finite. Gli sforzi del governo locale per la ricostruzione delle infrastrutture, dei processi politici ed economici, o per l’attenuazione delle tensioni etniche sono stati minimi. La maggior parte dei bosniaci vive in città o villaggi mono-etnici, all’interno di una regione in cui una volta coabitavano diverse etnie. Vahidin vuole mettere la sua trasformazione personale al servizio del suo Paese: insegna alle nuove generazioni a riconoscere il dolore causato dall’attaccamento a identità impermanenti e a estendere le loro cure a tutti i bosniaci.

 

Interdipendenza

Nel corso della mia attività di facilitatrice dei programmi di mediazione e pacificazione per il Karuna Center e per il CONTACT – che si svolgano in contesti buddhisti o meno – invito sempre i partecipanti a prendere atto della loro interdipendenza, farne esperienza gli uni con gli altri nel corso del workshop, e, in seguito, a diffondere la loro nuova consapevolezza nel mondo, in modo che possa aiutare altre comunità a capire come sanare le loro relazioni inter-gruppali.

 

In situazioni in cui la guerra ha reciso i legami fra comunità c’è sempre molta resistenza verso il concetto di interdipendenza, poiché i gruppi impegnati nel conflitto hanno sofferto molto, gli uni per causa degli altri. Ma, in qualche modo, gli insegnamenti dell’«interessere», secondo l’adatta definizione di Thích Nhất Hạnh, costituiscono una forma di sollievo – un primo passo per poter ricostruire ciò che è stato distrutto e deve continuare a esistere perché sia possibile la sopravvivenza. Nel corso di un recente programma del Karuna Center il cui obiettivo era incoraggiare la fiducia e la reciprocità fra diverse fedi nello Sri Lanka, un monaco buddhista ha sottolineato: «In un primo momento temevano gli uni le accuse degli altri e di essere incolpati per gli orrori della guerra. Ora siamo amici, quasi una famiglia».

 

Nel dicembre del 2013, cinquantasei studenti si sono ritrovati a Katmandu per il quinto programma annuale CONTACT in Asia Meridionale.  Provenivano dall’Afghanistan, dal Pakistan, dell’India, dal Nepal, dallo Sri Lanka, dal Bangladesh, dalle Maldive e dal Myanmar. Fra loro c’erano tibetani in esilio e kashmiri provenienti dal confine indo-pakistano e anche qualche statunitense.

 

In quanto persone provenienti dall’Asia Meridionale, i loro Paesi, le loro vite, conflitti, religioni, abitudini, climi e crisi sono profondamente legati. Il Bangladesh e il Pakistan sono territori ritagliati dall’India; afgani e pakistani assistono da sempre alle lotte e alle ritirate delle milizie in quel confine conteso e tormentato. I birmani, inclusi i monaci più radicali, espellono senza sosta i musulmani e i bangladesi dallo Stato Rakhine. Nepal e India sono attraversati da un confine aperto, presidiato da entrambi i lati da quadri maoisti. Lo Sri Lanka e l’India si azzuffano per il futuro dei tamil che vivono in entrambi i Paesi. L’intera regione è afflitta da un’alta densità di popolazione; dalla scarsità delle risorse idriche; dalla povertà estremamente diffusa ed esacerbata dalla marginalizzazione su base etnica e di casta; dal classismo; dalle discriminazioni di genere e da ondate di guerre senza fine.

 

Le persone che hanno preso parte al programma CONTAT sono state insieme per due settimane. All’inizio erano esitanti e diffidenti. Il terzo giorno hanno iniziato a passare in rassegna i pregiudizi e le paure che avevano, le une sulle altre, finché, l’ultimo giorno, tessevano tutte le lodi della complessa rete di interdipendenze regionali che le unisce, consapevoli che nessuna popolazione avrebbe potuto sopravvivere senza cooperare con le altre. Parlavano quaranta diverse lingue locali, ma tutte sapevano esprimersi in inglese, e la maggior parte di loro parlava un po’ di Hindi. Gli indiani e i pakistani, per i quali è impossibile superare i rispettivi confini per incontrarsi gli uni con gli altri, restavano svegli tutta la notte a intessere relazioni, ripromettendosi di sfatare il mito dell’altro come nemico una volta tornati a casa. Afgani e pakistani si incontravano regolarmente in gruppo per condividere le proprie difficili esperienze con i talibani, la presenza militare statunitense e le diverse milizie e fazioni che hanno dominato la loro vita politica. I bangladesi e i birmani si impegnavano al massimo per comprendere le loro reciproche rappresentazioni e i conflitti vissuti gli uni dagli altri.

 

Tutte le donne hanno espresso la loro angoscia, la cui unica differenza era in termini di intensità, a seconda del Paese di provenienza. A partire da questa esperienza si è formato un gruppo il cui obiettivo era diffondere la consapevolezza di genere nella regione. Un altro gruppo invece ha esaminato la situazione delle risorse idriche e dell’imminente discioglimento dei ghiacci in ottica cooperativa. Educatori e insegnanti si sono riuniti per analizzare le modalità di insegnamento della storia nei loro Paesi; chi occupava posizioni nel mondo della comunicazione, della legge, nel mondo accademico, dell’autorità religiosa o delle ONG inoltre ha iniziato a pianificare progetti intra-frontalieri. Così, hanno imparato ad abbracciare una dimensione comunitaria, a riconoscere e rispettare le proprie differenze e a sviluppare nuove amicizie. Una volta tornati a casa queste relazioni hanno potuto continuare grazie a Facebook e la mia mail era inondata dai loro messaggi di speranza.

 

Nel corso del nostro corso CONTACT annuale negli Stati Uniti, che si tiene ogni giugno, esploriamo i legami di interdipendenza fra le persone mettendo in evidenza i pregiudizi e gli stereotipi che ciascuno porta con sé. Li facciamo scrivere e leggere in forma anonima. Senza eccezioni, vi figurano sentimenti negativi nei confronti dei musulmani, degli americani, dei neri, di gay e lesbiche, degli ebrei, dei fondamentalisti cristiani, degli induisti, dei soldati, delle donne, degli uomini…una lista lunghissima! Diverse settimane sono dedicate a un’intensa esperienza di immersione grazie alla quale dimostrare la natura cangiante e mutevole dell’odio e delle identità soggette all’odio, e, al termine di questo periodo, l’idea dell’altro come nemico che si portava con sé all’inizio del programma viene meno, per cedere il posto a qualcosa che assomiglia molto alla «comunità d’amore» del dottor Martin Luther King.

 

L’anno scorso, una donna algerina ha confessato, in lacrime, che per tutta la vita le avevano insegnato a odiare gli ebrei, ma che ora amava la persona, ebrea americana, che sedeva al suo fianco, fra le cui braccia si è abbandonata ai singhiozzi. E, in maniera simile, le persone gay e lesbiche del gruppo hanno fatto coming out con i loro colleghi – una scelta rischiosa, considerata la presenza di cristiani e musulmani provenienti da Paesi molto conservatori, per i quali è stata un’esperienza sconcertante. Col passare delle settimane, si sono creati circoli, spontanei e molto sentiti, in cui si esploravano ancora più a fondo le identità sessuali. In questo contesto le persone provenienti da società in cui non è possibile manifestare il proprio orientamento hanno potuto incontrare colleghi felici e realizzati che hanno scoperto essere omosessuali e così capire che persone simili esistono anche nei loro Paesi, solo che devono tenerlo nascosto. Fra la possibilità di risolver i propri conflitti interni e accettare nuovi amici che si scoprono essere gay, ebrei, musulmani ecc. e rifiutare le loro diverse identità, la maggior parte dei partecipanti ha scelto di connettersi agli altri e intessere quella che il dottor King ha definito «una rete di reciprocità alla quale non si può sfuggire, avvolti da un’unica veste del destino».

 

Sradicare i Tre Veleni: avidità, odio e illusione

Il campo della risoluzione dei conflitti offre molte teorie, tanto erudite quanto profonde, sulle diverse e interrelate cause dei conflitti violenti, ma nessuna è più chiara dell’insegnamento buddhista dei Tre Veleni: avidità, rabbia e illusione. Insegnando in Paesi come il Ruanda, sondiamo strato dopo strato le radici della violenza di massa, esaminando le ingiustizie politiche, economiche e sociali; le ferite storiche; le visioni opposte; la lotta per le risorse; la leadership tossica; l’instabilità regionale; il militarismo e molte altre cause del conflitto armato. Spesso ci sembra di aver scavato fino allo strato di rocce fuse al centro della terra. Ciò che ci ritroviamo di fronte, al cuore di ogni causa, sono avidità, rabbia e illusione. Dal momento che tutti gli esseri umani sono soggetti a questi stati mentali, si tratta di elementi perfettamente familiari tanto per i ruandesi quanto per qualsiasi altro gruppo di partecipanti. Riconoscendo l’universalità di queste tentazioni della mente, i partecipanti riescono a comprendere la rilevanza e il potere dei Tre Veleni nel campo della politica, delle istituzioni statali e delle relazioni umane.

 

La maggior parte dei ruandesi vive in zone rurali, collinari, in piccole case circondate da banani. Hutu e tutsi tradizionalmente hanno vissuto fianco a fianco, o in relazioni di prossimità ancora più profonda sancita dall’esogamia. Il cristianesimo, la lingua kinyarwanda e la povertà li legavano come un unico popolo. Per sopravvivere, la cooperazione era necessaria e l’interdipendenza incentivata. Storicamente si erano susseguiti anni e anni di violenza e competizione per le risorse in base all’identità etnica, ma nulla avrebbe fatto sì che potessero immaginare quanto è accaduto nell’aprile 1994, quando l’odio e la violenza più brutale sono sfociati nell’uccisione di un milione di persone in cento giorni.

 

Nel corso del genocidio, il Ruanda è stato soggetto a un bombardamento mediatico che ha fomentato l’avidità, la rabbia, l’odio e l’illusione della separazione, portando a una frenesia omicida. Agli hutu fu ordinato di vendicarsi dei torti passati e di porre fine ai cicli di competizione e vendetta mediante una «soluzione finale»: eliminare la minoranza tutsi. Quando il Fronte Patriottico Ruandese – un esercito di esuli tutsi dall’Uganda – fermò il genocidio, dopo cento giorni di morte, il Ruanda era ormai un relitto. Nei vent’anni successivi, il governo ha avviato un’ampia gamma di programmi per riparare ai danni inferti alla dimensione infrastrutturale e umana.

 

Grazie al lavoro del Karuna Center, ho incontrato i ruandesi nel 1995 e da allora il nostro impegno è continuato. Avevano bisogno, con feroce urgenza, di capire sé stessi, di fare i conti con la distruzione di sé e degli altri e di capire i loro errori. I ruandesi tutsi e hutu che hanno preso parte ai nostri programmi hanno esaminato l’emergere e l’esacerbarsi dei conflitti che, alla fine, hanno significato per loro confusione, distruzione e lutto.

 

Quando ho incontrato Eddie per la prima volta, progettava di uccidere ventitré hutu per vendicare i ventitré parenti tutsi che erano stati uccisi; è stato «salvato» grazie al coinvolgimento della Chiesa e ora gestisce una ONG. Suzette ha preferito fuggire dal Ruanda piuttosto che affrontare di nuovo il suo stupratore; anche lei è guarita e ora si dedica all’assistenza ai rifugiati negli Stati Uniti. Jean Pierre ha attraversato le giungle della Repubblica Democratica del Congo per sei mesi per sfuggire ai sicari: è ancora sconcertato dall’esperienza, ma è in via di guarigione. Ci sono migliaia di persone come loro e, nonostante i molti problemi, il Ruanda ha fatto enormi passi avanti, superando la maggior parte dei Paesi che escono da situazioni di conflitto grazie a processi ben organizzati di riconciliazione e perdono che mettono in dialogo vittime, aggressori e famiglie.

 

Rintracciare le cause della violenza di massa attraverso l’analisi del conflitto, capire cosa è andato storto, è stato di aiuto per i ruandesi come lo è stato per altri. Imparare e approfondire sono processi importanti: se i partecipanti riconoscono la portata e le conseguenze del loro comportamento frenetico, in futuro potrebbero non rispondere allo stesso modo al fervore della guerra. Non è necessario avere una formazione buddhista per trarre beneficio da questi insegnamenti dharmici. I ruandesi, gli abitanti dell’Asia Meridionale, i bosniaci e gli altri partecipanti ai nostri programmi beneficiano in egual misura della comprensione dell’universalità dell’interdipendenza, dell’impermanenza e dei Tre Veleni dell’avidità, della rabbia e dell’illusione.

 

Il mio coinvolgimento nella situazione del Ruanda è stato solo una piccola parte dei grandi sforzi del governo nazionale e della comunità internazionale delle ONG. Grazie ai risultati ottenuti in Ruanda, ogni anno portiamo nel Paese i partecipanti al CONTACT Graduate Certificate Program di modo che possano studiare il processo di pacificazione post-bellica. Incontrano persone come Eddie, Suzette e Jean Pierre, che hanno saputo trovare un modo di relazionarsi a chi una volta è stato loro nemico; osservano i processi, sviluppati autonomamente, di riconciliazione e approccio alla verità; visitano i campi di lavoro dove le persone imprigionate durante il genocidio ricostruiscono il Ruanda e assistono ai programmi di dialogo fra gruppi in cui vittime e aggressori raccontano i loro ricordi del genocidio, rendendo possibile provare quel po’ di fiducia necessaria a poter di nuovo guardare al futuro.

 

*

 

La pacificazione è un processo che dura tutta la vita, così come la pratica del Dharma, e purtroppo le nubi della guerra possono accumularsi con la stessa rapidità con cui i cuori e le menti guariscono le loro ferite. Ciononostante, le conoscenze sviluppate nei processi di pacificazione e grazie al Dharma trovano spazio nei media su scala globale e creano nuove possibilità per un futuro interdipendente, portando all’attenzione di un gran numero di cittadini la necessità di una trasformazione personale e strutturale. Speriamo che la saggezza conquistata con fatica da Nelson Mandela possa esserci di incoraggiamento: «Ho sempre saputo che nel fondo di ogni cuore umano albergano pietà e generosità. Nessuno nasce odiando i propri simili a causa della razza, della religione o della classe alla quale appartengono. Gli uomini imparano a odiare, e se possono imparare a odiare, possono anche imparare ad amare, perché l’amore, per il cuore umano, è più naturale dell’odio».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Idee

  • Paula Green (1937-2022) è stata la fondatrice del Karuna Center for Peacebuilding di Amherst, Massachusetts, e docente presso il SIT Graduate Institute di Brattleboro, Vermont, dove ha diretto il programma CONTACT (Conflict Transformation Across Cultures). È stata membro del consiglio di amministrazione della Buddhist Peace Fellowship, della International Network of Engaged Buddhists e della Insight Meditation Society.

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