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Nessun nemico

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Cosa può insegnarci il buddhismo su quest’epoca di profonde divisioni?

La democrazia si fonda su un uso sapiente delle parole. Con le parole giuste, i cittadini possono vivere e lavorare insieme, pur nella diversità, e risolvere i conflitti in modo pacifico.
Oggi i politici hanno preso l’abitudine di definire gli avversari «nemici», denigrandoli come «malvagi» e «demoniaci», e chiamandoli «mostri» o «spazzatura». Questo linguaggio dipinge chi si trova «dall’altra parte» come un mostro irredimibile, riducendo drasticamente le possibilità di cooperazione civica: che senso avrebbe tentare di comprendere qualcuno che considera «malvagio» e collaborare con lui?
Più in generale, quella che definisco una «retorica dell’inimicizia», del «noi contro loro» mina le basi della coesistenza pacifica tra persone che guardano il mondo con occhi diversi.
Come docente di retorica, studio il potere delle parole di edificare – oppure distruggere – il mondo che condividiamo. Sono anche uno studioso, insegnante e praticante di lunga data della consapevolezza. La mia ricerca attinge alla saggezza della consapevolezza e di altre pratiche spirituali, per ripensare le modalità con cui si trasmettono le abitudini fondamentali della cittadinanza democratica.
Un insegnamento del buddhismo sembra particolarmente adatto in questo tempo segnato dall’ostilità: trattare chi non condivide le proprie idee come una persona in errore, non come una persona malvagia.

Tutti hanno una «natura di Buddha»

Nel cuore della maggior parte delle tradizioni buddhiste troviamo un profondo ottimismo, radicato nella convinzione fondamentale che ogni essere umano possieda la capacità di coltivare la consapevolezza.
La consapevolezza è uno degli otto passi del nobile sentiero indicato dal Buddha per giungere all’illuminazione. Praticarla significa passare da un’esistenza vissuta in modo reattivo a una più consapevole e meditata.
Chi pratica la consapevolezza osserva se stesso mentre vive un’esperienza – un desiderio, una gioia, un dubbio, una paura – senza reagire immediatamente. Non si sovrappongono racconti su racconti all’emozione, alimentando così il desiderio, la felicità, l’incertezza o il timore fino a esserne travolti.
Osservando pensieri ed emozioni che sorgono e si dissolvono senza reagirvi d’impulso, diventa possibile scegliere come rispondere e decidere in modo più ponderato la direzione della propria vita.
La consapevolezza è la via per riconquistare la libertà interiore propria dell’essere umano.
Il maestro zen vietnamita Thich Nhat Hanh ha sostenuto che tutti possiedono una «natura di Buddha»: ciascuno può divenire un Buddha prestando attenzione alle proprie reazioni abituali e scegliendo di coltivare la compassione, la comprensione e la pace, come fece il Buddha.

La storia di Aṅgulimāla

Per illustrare questo insegnamento, Thich Nhat Hanh racconta la storia di Aṅgulimāla, un famigerato assassino vissuto al tempo del Buddha.
Un mattino, entrando nella città di Śrāvastī, il Buddha trova le strade deserte, le porte serrate, le finestre chiuse: Aṅgulimāla si aggira in città. Nonostante gli abitanti lo implorino di rifugiarsi, il Buddha prosegue il suo cammino senza esitazione. Aṅgulimāla lo scorge e gli ordina di fermarsi, ma il Buddha continua a camminare. «Ti ho detto di fermarti, monaco. Perché non ti fermi?» domanda Aṅgulimāla, ed egli risponde: «Mi sono fermato molto tempo fa. Sei tu che non ti sei fermato».
Sorpreso, Aṅgulimāla chiede spiegazioni. Il Buddha replica: «Aṅgulimāla, ho cessato da tempo di compiere atti che recano sofferenza agli esseri viventi. Ho imparato a proteggere la vita, la vita di ogni creatura, non solo quella umana. Tutti gli esseri viventi desiderano vivere, tutti temono la morte. È necessario nutrire un cuore di compassione e proteggere la vita di ogni essere».
Aṅgulimāla rimane colpito dal modo in cui il Buddha si rivolge a lui: non con odio, ma con pazienza e autentica volontà di comprendere. Il Buddha gli mostra che anche lui può cambiare, se sceglie di coltivare la consapevolezza, e gli offre un modello da seguire.
Continuando il dialogo, Aṅgulimāla rivela il proprio timore più profondo: desidera cambiare, poiché è profondamente infelice, ma teme di non essere mai perdonato dalla società, e questa paura lo immobilizza.
Il Buddha gli promette che la comunità lo proteggerà, a condizione che si impegni a vivere nella consapevolezza, senza violenza, in armonia con gli altri, e che si adoperi a riparare con atti di compassione i torti commessi. Aṅgulimāla accetta. Alla fine gli viene dato un nuovo nome: Ahimsaka, il «Nonviolento».
Questa parabola esprime una visione del mondo condivisa da molte tradizioni buddhiste: nessuna persona è intrinsecamente «cattiva» nel senso di mostro irredimibile, poiché tutti possono apprendere la via della consapevolezza.
Talora gli esseri umani compiono azioni che si potrebbero definire «malvagie», non perché siano demoni, ma perché agiscono per avidità, ignoranza o paura. L’avidità può essere superata, l’ignoranza dissipata, la paura domata. C’è sempre una via d’uscita dall’oscurità.

Errore, non male

Occorre riflettere sulle conseguenze del definire i propri concittadini «malvagi», «mostri» o «demoni»: se chi non è d’accordo con noi è «malvagio», pare inutile tentare di parlargli o comprenderlo.
Alcuni possono persino pensare che le persone malvagie vadano annientate con la violenza. Questo modo di vedere lacera il tessuto civico, ostacola la cooperazione e alimenta la sfiducia tra coloro che devono imparare a vivere, lavorare e prosperare insieme.
Nel giugno 2024 ho partecipato a un ritiro di due settimane sul «buddhismo impegnato» presso il monastero di Plum Village, fondato da Thich Nhat Hanh, in Francia. Lì ho udito un linguaggio molto diverso: chi si trovava dall’altra parte di un conflitto non veniva descritto come «malvagio», ma come «in errore», «male informato», «incurante», «non competente», «inconsapevole» oppure «poco consapevole».
Operare questo piccolo mutamento nel linguaggio non è semplice, soprattutto nei tempi dominati dalla paura e dall’incertezza.
Tuttavia, comporta una differenza decisiva: se qualcuno è in errore, ha senso dialogare con lui, cercare di comprenderlo e, se le circostanze lo consentono, tentare di condurlo a vedere le cose in un’altra luce.

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  • Docente di comunicazione, ha pubblicato The Ethics of Oneness: Emerson, Whitman, and the Bhagavad Gita (University of Chicago Press, 2021) e Namaste: The Mindfulness Path to Connection with Ourselves, Each Other, and the World (Inner Traditions, 2026).

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