Anche gli squali hanno qualcosa da insegnare sul buddhismo
Intervista con Cristina Zenato
Il nesso non è subito evidente, ma c’è, ed è straordinario realizzare come queste creature affascinanti e temibili al tempo stesso, possano offrirci una fondamentale lezione sulla compassione. È Tenzin Palmo, in uno dei suoi brevi insegnamenti sui social, a rompere ogni logica precostituita e a mostrare questa segreta connessione tra due aspetti solo all’apparenza così inconciliabili: gli squali e la compassione.
«Scendendo nell’oceano della mente, della consapevolezza, siamo convinti di trovare delfini e graziosi pesci rossi, ma laggiù ci sono squali e orche, e altri mostri degli abissi. Molti pensano che la peggior cosa al mondo che potrebbe capitargli sia essere attaccati da uno squalo. Ora, c’è una donna, non so come ci riesca, ma non importa… A un certo punto infila l’intero braccio nella bocca piena di denti degli squali per estrarre gli ami dei pescatori rimasti impigliati tra le loro fauci. Ne ha rimossi più di trecento. E mentre ne aiuta uno, altri le nuotano attorno in attesa che soccorra anche loro. Questo per me è un esempio di come una straordinaria compassione riesca a trasformare i nostri peggiori nemici in grandi amici. Grazie alla sua incredibile compassione lei non respinge gli squali, non li uccide. Cerca di aiutarli. E questo è quello che dovremmo fare con le nostre emozioni negative: offrire loro tanta compassione e cercare di guarirle.»
La donna di cui parla è Cristina Zenato, nota al mondo come «la sub che sussurra agli squali». Molto è già stato detto di lei e della sua straordinaria carriera nelle più importanti testate giornalistiche italiane e di tutto il mondo. Le redazioni di Gate e di Ubiliber (Francesca Arengi, Emanuele Basile, Andrea Libero Carbone e Laura Personi) l’hanno intervistata per arrivare dritti al cuore di questa metafora potente e rivoluzionaria, imparando così, grazie alla sua testimonianza, quanto gli squali abbiano da dirci sul nostro essere umani.
La incontriamo online in una calda mattina di giugno. Le sue giornate cominciano all’alba e siamo subito travolti dalla sua energia e dal suo sincero desiderio di farci notare un rovescio della medaglia che difficilmente si immagina. Il suo mantra: esplorazione, educazione e conservazione ci guida in una conversazione che ci parla di relazioni con gli squali, con la natura e con il nostro sé più profondo.

Per iniziare la nostra conversazione, vorremo farti due domande molto semplici e introduttive. Potresti raccontarci brevemente la tua storia? C’è una connessione tra te e il buddhismo? Oppure le parole di Tenzin Palmo hanno sorpreso te quanto noi?
La mia è una storia di trent’anni anni. È iniziata quando ne avevo ventidue e ho deciso di trasferirmi alle Bahamas per seguire la mia passione. Da bambina ho sempre sognato di diventare qualcosa di simile a una guardia forestale, come mio cugino, ma subacquea, con degli squali al mio fianco per amici al posto del cane. Immaginavo di andare in giro per i fondali dei mari del mondo a proteggere le barriere coralline, indicando alle persone cosa fare sott’acqua oppure no. Un altro dei miei sogni era imparare tutte le lingue del mondo. Oggi ho cinquantadue anni e all’epoca gli studi scientifici non erano così diffusi e popolari tra le ragazze, così ho studiato le lingue. Sono cresciuta tra l’ex Repubblica Democratica del Congo e la Repubblica del Congo quindi parlavo correntemente francese, in seguito ho aggiunto l’inglese, poi tornata in Italia ho imparato anche il tedesco e a seguire lo spagnolo. Alcuni dicono che abbia aggiunto anche la lingua degli squali, fatto sta che a ventidue anni il mio capo mi ha detto che sarei stata in ferie a partire dal giorno seguente, così mi sono ritrovata alle Bahamas a fare un corso sub. Alla fine ho deciso di fare quello che si fa a quell’età: mi sono lanciata. Tornata a casa in Italia, nel giro di una settimana ho lasciato tutto: il lavoro, il fidanzato, l’appartamento dove abitavo e ho detto che sarei tornata tra un anno. Questo era trent’anni fa. Non avrei mai potuto immaginare dove mi avrebbe portato questa passione.
La mia conoscenza delle lingue mi ha permesso di trovare un lavoro qui per poi costruire questa vita che alla fine è diventata una carriera, ma che è anche una passione. È un misto. È qualcosa che non posso definire un lavoro. Faccio immersioni per divertimento, ma al tempo stesso è un lavoro di protezione, e questo mi permette di guadagnare. Come mi permette di guadagnare l’ospitare tanti giovani a casa per fargli da istruttrice e trasmettere loro tutto quello che so. È uno stile di vita. E qui ci allacciamo al buddhismo. Per me il buddhismo, come quello che faccio, è uno stile di vita che ha a che fare con la consapevolezza. Ci sono arrivata al contrario, nel senso che l’ho trovato. Da brava mediterranea andavo matta per il pesce, mangiavo la carne, mangiavo tutto. Poi dopo le prime immersioni ho cominciato a dire: questo pesce no, la cernia no, l’aragosta no, quest’altro no. Piano piano mi sono allontanata da come mi avevano fatto crescere per diventare chi ero. Ho cominciato a pensare per me stessa. Ogni nostra azione ha un impatto, che sia bere una tazza di tè, che sia mangiare un piatto di pesce. Ha un impatto guidare la macchina ma anche la barca, come pure riempire le bombole per le immersioni. Abbiamo un impatto, ma cercare di minimizzarlo è una nostra responsabilità. Dobbiamo sviluppare la consapevolezza di chi siamo, di che cosa facciamo. Quando guido e vedo una farfalla attraversarmi la strada cerco di evitarla. La gente pensa sia matta però io sono così. Sono i piccoli passi che si fanno ogni giorno che contano. Dobbiamo avere la consapevolezza che non si può essere perfetti, ma che si può sempre fare il proprio meglio con quello che si ha e dove si è.
Potresti dirci qualcosa in più sul tuo rapporto con il buddhismo? Pratichi, leggi testi sull’argomento?
Ho letto diversi libri, ma non pratico. Quando ho delle conversazioni con degli amici, mi rendo conto che la mia struttura mentale è molto vicina, è in sintonia, con il pensiero buddhista. Anche durante dei viaggi in India e in Vietnam ho sentito una particolare vicinanza con il buddhismo. Come vi dicevo, mi sembra di esserci arrivata in maniera autonoma, forse anche perché ho avuto un’infanzia a stretto contatto con la natura. Quando da ragazzina sono tornata in Italia con la mia famiglia dopo aver vissuto per diversi anni in Africa, i miei genitori mi hanno invitata a frequentare l’ambiente cattolico e ad andare a messa. In chiesa sentivo parlare di paradiso, ma a me sono tornate subito alla mente le mie camminate nella foresta tropicale, con i gorilla che saltano da un albero all’altro e i cervi volanti che ti salgono sulle mani, e poi i coralli e i pesci variopinti sott’acqua… Allora ho pensato che non esiste un’entità lassù, ma che il paradiso è qui, ci viviamo dentro e non ce ne stiamo prendendo veramente cura. Quella è stata una delle mie prime forme di consapevolezza.
Grazie per questa panoramica su di te. Nonostante le domande e le curiosità da farti siano davvero tante, vorremmo chiederti cosa vedi succedere nelle persone a cui introduci le immersioni con gli squali? Come si sviluppa l’empatia nei confronti di questi animali? È qualcosa di graduale oppure di innato nelle persone?
Partirei da una similitudine a me molto cara. Un giorno mi è stato spiegato che la conoscenza è come l’acqua e che nella vita avrei incontrato tre tipi di persone: le spugne, il legno e la plastica. Se metti nell’acqua una spugna assorbe tutta questa conoscenza, e più assorbe più si ingrandisce, si sviluppa in tutta la sua pienezza. I pezzi di legno, invece, se li metti nell’acqua galleggiano un pochino. Qui alle Bahamas, quando si fanno le barche di legno vengono lasciate nell’acqua e poi lentamente si riempiono fino a che il legno si gonfia e si consolida la forma. Quindi il legno ci mette un po’, ma anche lui alla fine assorbe la conoscenza. Nella vita però ci sono anche i pezzi di plastica: puoi tenerli in acqua anche cent’anni, ma non assorbiranno mai nulla, e io ho aggiungo che sono pure tossici. Nel relazionarsi con gli squali ci sono tutti e tre questi tipi di persona. Ho incontrato pezzi di plastica che hanno deciso a priori che lo squalo è un mostro marino e neanche lo considerano un animale ma una macchina senza cervello. Poi ci sono i pezzi di legno, che devo dire sono la maggior parte. Arrivano con la loro paura, inculcata purtroppo attraverso la disinformazione, però sono curiosi. Li metti in acqua che sono rigidi e poi lentamente assorbono e sono in grado di capire, di entrare in empatica con gli squali. Infine, c’è una piccola parte costituita dalle spugne.
I pezzi di legno sono i tipi con cui mi trovo meglio: arrivano preoccupati, magari con una concezione completamente negativa, però sono disposti ad ascoltare, ad aprire la loro mente.

È proprio questo il problema: partiamo con un’idea e ci rifiutiamo di ascoltare. Quando spiego come rimuovere gli ami, o mi riferisco agli squali come individui, raccontando di come ognuno di quelli con cui interagisco abbia una personalità e un aspetto fisico diverso, le prime risposte sono sempre: «Non ho mai pensato che avessero personalità!», «Non ho mai pensato che potessero soffrire», o: «Non credevo che fossero così diversi…».
Alcuni mi scrivono e mi raccontano che in passato praticavano la pesca a rilascio dello squalo pensando fosse divertente, ma adesso hanno addirittura smesso di mangiare pesce perché si rendono conto della sofferenza che hanno causato. Cerco di non dire mai alle persone cosa dovrebbero o non dovrebbero fare. Io mi comporto in un certo modo, rimuovo gli ami, aiuto gli squali e lascio alle persone prendere la loro decisione. Ognuno deve fare il suo cammino. Io intanto seguo la mia di strada, sperando che il mio messaggio arrivi alla gente.
Rimaniamo su questa bellissima immagine della spugna, del legno e della plastica e proviamo a ribaltare la prospettiva per considerare le cose dal punto di vista degli squali. Prima accennavi al fatto anche loro hanno una certa dimensione individuale, una personalità. Per noi è un dato davvero sorprendente perché ci sembra un animale così esotico e lontano dal nostro immaginario. Come percepiscono la tua presenza e il tuo aiuto?
Per prima cosa gli squali non percepiscono l’essere umano come preda. Certo, ogni tanto ci scappa il morso, ma in paragone ai milioni e milioni di persone che entrano in acqua, le «aggressioni» sono l’eccezione alla regola. Gli squali sono su questo pianeta da 450 milioni di anni, l’essere umano ha cominciato a pescare 40 mila anni fa, questo per dire che dal punto di vista evolutivo loro non ci vedono come prede, piuttosto come una presenza estranea.
Nella mia relazione con loro mi sono convinta che in realtà sappiano che non sono pericolosa. Non trovano pericolo con me, quindi si avvicinano. Forse sanno che posso dare loro sollievo quando rimuovo gli ami. Penso mi considerino come una stazione di pulizia un po’ speciale. Ho sempre sofferto nel vedere come si lanciano con la testa dentro la sabbia per liberarsi. Certi pezzi di plastica mi dicono che sono matta, ma se non riusciamo nemmeno a sopportare una scheggia nel dito, che ha il potere di coinvolgere tutto il nostro cervello, davvero non posso sopportare la loro sofferenza. Con me possono stare tranquilli, quando rimuovo l’amo tornano e si mettono in grembo per farsi accarezzare. Trovano un posto sicuro. In quel momento anche se produco molte bolle, indosso la maglia di ferro, faccio dei rumori strani per loro sono diventata parte del loro mondo, al pari forse dei rumori delle barche o di altre cose. Può instaurarsi una relazione tra me e loro perché nella loro esperienza non ho mai rappresentato un pericolo.
Pensi che gli squali comunichino?
Assolutamente sì. Certo, si tratta principalmente di linguaggio del corpo. Del resto anche per noi è così dal momento che il 38% della nostra comunicazione verbale è dato dall’intonazione della voce, dalla nostra postura, dai lineamenti del volto ecc. Per lo squalo si tratta di una comunicazione fisica data dalle pinne o dal movimento della coda, per esempio. Inoltre hanno una vera e propria comunicazione ormonale. Tra loto comunicano con secrezioni ormonali e questo gli permette di riconoscere le differenti secrezioni degli esseri umani. Quindi se mi immergessi insieme a voi, alla loro vista risulteremmo praticamente identici, ma loro riuscirebbero a distinguerci grazie al loro olfatto sviluppatissimo. Cerco spesso di immaginare come possa essere la loro percezione, visto che hanno due sensi in più rispetto a noi. Deve essere qualcosa di straordinario.

Potresti parlarci di questi due sensi in più rispetto ai nostri?
Oltre a un olfatto sviluppatissimo che gli permette di analizzare le informazioni nell’acqua che passa attraverso le narici, come tutti i pesci hanno il sistema della linea laterale. Quando provo a immaginare come funzioni, lo associo a una specie di visione a raggi X che permette di riconoscere attraverso il movimento cosa c’è nelle vicinanze.
L’altro senso sono le ampolle di Lorenzini scoperte da un italiano nel 1678. Sono dei pori nella parte anteriore della testa che contengono gel elettro-conduttivo. Questo significa che sono in grado di ricevere gli impulsi elettronici. Per esempio, se metto del metallo in acqua, questo ha una reazione ionica ed emette delle vibrazioni che lo squalo può recepire. Probabilmente riesce a percepire anche le onde magnetiche della nostra attività cerebrale. Ma soprattutto può avvertire un pesce trafitto da una fiocina, che si sta dibattendo tra la vita e la morte. Ovviamente sente l’odore del sangue, ma anche la fatica che sta facendo per sopravvivere, così diventa la sua preda.
Gli squali si comportano come i leoni che cacciano le gazzelle zoppicanti e non quelle in salute. La natura non è molto gentile, è un po’ una ghigliottina, ma a differenza di noi è bilanciata. I nostri antenati prendevano solo quello di cui avevano bisogno, come fanno gli squali che nuotano tutto il giorno in mezzo a branchi di pesci, tartarughe e addirittura delfini. Solo nel momento in cui ce n’è uno malato o vecchio, lo squalo fa il suo lavoro. Noi abbiamo disimparato a seguire i ritmi della natura, peschiamo di tutto e di più. E mentre nei pescherecci scelgono quali pesci tenere gli altri muoiono a bordo. Questo non va bene. Ho imparato una bellissima lezione da mia nonna: quando andava dal pescatore chiedeva «Che cos’hai pescato oggi?», non andava a chiedere il pesce che avrebbe voluto mangiare ma quello che era disponibile. Noi oggi andiamo al supermercato e vogliamo trovare sempre tutto. Ci siamo allontanati completamente dalla connessione con la natura.
Come riesci a entrare in relazione a tu per tu con con uno squalo? Da cosa capisci le loro personalità? Cosa si prova a guardarli negli occhi?
Come si crea una relazione? Tra marito e moglie si instaura una relazione la prima volta che si esce a cena o dopo diversi anni? Ecco, creare una relazione con gli squali è la stessa cosa. Serve tempo, pazienza, comprensione, lo stesso che servirebbe per instaurare una relazione con un cane. Ogni squalo si comporta diversamente, ognuno è in relazione con me a suo modo. A degli squali, per esempio, piace stare in grembo e farsi accarezzare, altri nuotano sotto le mie mani così io li posso accarezzare. Ce n’è una che conosco da tredici anni, in tutto questo tempo non mi è mai venuta in grembo e io non l’ho mai sforzata, solo ultimamente ha cominciato. La relazione si crea col tempo passato assieme che, sfortunatamente, sott’acqua è molto limitato alla fin fine sono pochissime le ore che posso stare in acqua 2-3 massimo 4 al giorno, mentre con un’animale terrestre sono molte di più in paragone. Cosa sono quattro ore su 24? Però la relazione si crea così: col tempo e con la comprensione. Ci si adatta uno all’altro. Quando si entra in una relazione a volte si pensa di poter cambiare l’altro, ma non funziona così. Bisogna prendere quello che si è. Poi ovviamente quando si è insieme ci possono essere dei cambi leggeri, che si fanno di comune accordo. Ma quando si entra in una relazione si deve accettare la persona, o in questo caso gli squali, come sono e dargli il tempo di abituarsi. Oggi sono arrivata al punto di riconoscerli fisicamente, da come si muovono, da come nuotano. E sono veramente convinta che comunichino tra di loro che io li aiuto a levare gli ami, sì perché quando sto tentando di rimuoverne uno dallo stesso squalo ne arrivano di nuovi.
Alcuni invece tornano da me solo quando hanno bisogno come Black Spot. Ad altri invece piace farsi accarezzare, credo che la considerino una specie di pulizia della pelle. Sì, perché no, perché non associare il piacere con un animale…
Tutto quello racconti dimostra come il profondo rispetto e la comprensione per gli animali con i quali hai la fortuna di vivere può trasformare un rapporto inizialmente fondato sulla paura in uno basato sulla compassione e la cura. Questo approccio, in realtà, potrebbe essere valido in tutti gli aspetti della vita se superiamo tutte le paure e i pregiudizi…
Sì, concordo! Dagli squali ho imparato tantissimo. Una delle prime lezioni che mi hanno insegnato è stata non fare stereotipi, dare a qualsiasi persona che si incontri la possibilità di manifestarsi. Anche i pezzi di plastica delle volte sono così perché hanno avuto delle esperienze terribili nella loro vita, qualcosa ha provocato delle fratture in loro, li ha rotti dentro. Mi sono trovata in macchina o a fare delle immersioni con qualcuno la cui opinione era agli antipodi dalla mia, ma alla fine si trattava comunque di un essere umano e l’ho accettato. Gli squali quindi mi hanno insegnato a non fare stereotipi. Un’altra cosa che mi hanno insegnato è la coesistenza: lo squalo per natura è programmato per mangiare tartarughe, delfini, aragoste… però rispettano il loro ambiente, solo quando serve fanno quello che gli è stato dettato dalla natura e ripuliscono.
Mi hanno insegnato a selezionare il mio morso. Gli squali passano giorni e giorni senza mangiare e non è vero che si fiondano sulla vittima alla prima goccia di sangue che sentono. Si chiedono se la mossa che devono intraprendere vale l’energia. Considerano se ci sarà un buon ritorno dal loro investimento. Anche per me ci sono delle discussioni che è meglio lasciar stare, a volte è meglio dire: «We agree to disagree», siamo d’accordo che non siamo d’accordo. Come mi capita recentemente con certe discussioni appassionate sull’ambiente.
Cosa diresti a tutte quelle persone che sono rimaste traumatizzate dallo Squalo (Jaws) di Steven Spielberg?
Eh sì, purtroppo sono in tanti a essere stati traumatizzati da Jaws. Ma questo film ha anche creato molto interesse, dando il via a tanti studi sugli squali. Tantissimi giovani della mia generazione si sono avvicinati alla biologia marina. Io ho avuto la fortuna di vederlo con mio padre che mi ha assicurato che gli squali non si comportavano in quel modo. Grazie a lui, sono cresciuta con la maschera, il boccaglio e le pinne. È stato lui a insegnarmi che non ci sono mostri. Nel mare non esistono mostri, ci sono soltanto quelli che creiamo nella nostra testa. Tuttavia, la paura è giustificata, viene da un sistema ancestrale. Quello che fa la differenza è se questa fobia rende incapaci godersi il mare. In quel caso bisogno ritornare a prendere confidenza con questo elemento, e facendo piccoli passi andare alla radice della propria paura. C’è un interessante legame tra la psicologia e il mio lavoro con gli squali: riesco a dirti qualsiasi cosa della persona che accompagno in immersione tra gli squali. È un’esperienza di scoperta. In mezzo agli squali, ti guardo e riesco a dirti chi sei, cosa ti blocca, cosa non va nella tua relazione con gli altri, quali sono i tuoi punti di forza, quali quelli di debolezza. Tra gli squali non puoi fingere di essere chi non sei. Vedi veramente l’anima nuda.




