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Veduta aerea del Garden of One Thousand Buddhas e delle vicine Jocko Hills nella Flathead Reservation, nel Montana occidentale. Il giardino della pace è concepito come una ruota del dharma, con otto raggi che rappresentano l’Ottuplice Sentiero, elemento fondamentale della pratica buddhista. | Fotografie di Craig Kohlruss

Mille Buddha in una riserva nativa americana

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Gochen Tulku Sang-ngag Tenzin Rinpoche e Stephen Small Salmon (Piccolo Salmone) hanno bisogno dell’interprete per capire l’uno la lingua dell’altro, ma non il significato intimo delle loro parole. Juanita, la moglie di Small Salmon, se n’è accorta fin dal loro primo incontro, quando Rinpoche raccontò la storia del suo esilio dal Tibet. Nel 1981, dopo nove anni passati in carcere sotto il regime cinese che aveva invaso il suo paese, il leader buddhista tibetano si ritrovò a vagare sperduto sull’Himalaya. Poi comparve un branco di lupi, che lo portò in salvo fino in Bhutan, guidandolo là dove la neve aveva coperto le tracce del sentiero.

 

«È una storia che Stephen ha colto nella sua essenza più profonda … Quella del rapporto tra uomini e animali», dice Juanita. «Siamo tutti interconnessi. Non c’è scissione».

 

Rinpoche in seguito avrebbe trovato rifugio nella terra natia di Stephen Small Salmon, nel Montana occidentale. E lì nella Flathead Reservation (Riserva di Flathead) avrebbe creato un giardino della pace, il Garden of One Thousand Buddhas (Giardino dei Mille Buddha). Seminato vent’anni fa, il giardino continua a fiorire grazie ai rifugiati tibetani che se ne prendono cura nel territorio delle Confederated Salish and Kootenai Tribes (Tribù confederate Salish e Kootenai), tra le Montagne Rocciose che ricordano a Rinpoche le vette himalayane innevate della sua gioventù.

 

Small Salmon — che è un capo spirituale per le popolazioni indigene della regione così come Rinpoche per i buddhisti della sua comunità — ha benedetto la terra su cui si stende il giardino, il quale continua a crescere anche per merito di una visione condivisa del mondo che predica il rispetto verso tutte le forme di vita.

 

«Ci sono molte similitudini tra rispetto della terra, equilibrio e spirito», afferma Tom McDonald, presidente delle Tribù confederate Salish e Kootenai. «Molte correlazioni, e molte sovrapposizioni».

 

 *

 

Il Garden of One Thousand Buddhas è adagiato nella tranquilla Jocko Valley, una piccola valle circondata da alcune propaggini delle Montagne Rocciose a nord di Missoula e a sud del Glacier National Park. Il suo cerchio di piante e monumenti è incastonato in una zona rurale ad Arlee, tra verdi campi agricoli che a nord-est cedono il posto alle Jocko Hills e, oltre, alle maestose Mission Mountains e al vasto Flathead Lake.

 

Al centro del Garden of One Thousand Buddhas campeggia questa variopinta statua, alta più di 7 m, di Yum Chenmo, la «Grande Madre», simbolo della compassione e della saggezza trascendente.

 

Recatosi in Montana per insegnare il Dharma, Rinpoche riconobbe in questo luogo così suggestivo il giardino della pace in una valle montuosa che gli era apparso durante una visione da bambino, e decise che sarebbe stato lì che l’avrebbe creato.

 

In Tibet, Rinpoche fu riconosciuto come capo spirituale buddhista quando era ancora in tenera età. È considerato la reincarnazione di Gochen Tulku, che la tradizione identifica come l’incarnazione di Gyelwa Chokyang, uno dei venticinque discepoli del cuore di Guru Rinpoche. Dopo molti anni di addestramento, proseguito anche nel periodo in cui fu tenuto in carcere  dai cinesi insieme ad altri lama tibetani, nel 1999 fondò l’organizzazione no profit Ewam International, i cui centri e monasteri in Asia e negli Stati Uniti — compreso il Garden of One Thousand Buddhas — hanno come missione quella di  promuovere la crescita e la coltivazione della consapevolezza spirituale nel mondo secondo la tradizione della scuola di buddhismo tibetano Nyingma. Rinpoche collabora occasionalmente anche con organizzazioni affiliate, tra cui un centro di ritiro buddhista, situato anch’esso nella Flathead Reservation.

 

Rinpoche, che oggi ha 69 anni, iniziò a immaginare il Garden of One Thousand Buddhas nel 2000, dopo aver ricevuto in dono da uno dei suoi allievi un terreno di circa 24 ettari nella Jocko Valley. Gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 gli fornirono ulteriori spunti di riflessione sulla forma che avrebbe dovuto assumere il nuovo progetto. Animato dal proposito di sedare il male e contribuire a ristabilire la pace e la felicità, Rinpoche concepì così un giardino ricco di simboli dell’illuminazione connessi al Sutra del Cuore. Sotto alcune statue sono sotterrati armi e altri emblemi della guerra, a rappresentare il trionfo della compassione sulla negatività.

 

Il leader buddhista tibetano Gochen Tulku Sang-ngag Tenzin Rinpoche in una fotografia scattata il 23 giugno 2023 nel punto dove ha fondato il Garden of One Thousand Buddhas, nella Flathead Reservation nel Montana occidentale.

 

Inizialmente era previsto che fosse il Dalai Lama a inaugurare il giardino, ma negli ultimi anni l’ottantottenne leader spirituale del buddhismo tibetano ha diradato i viaggi. Così, dopo un’udienza privata che Rinpoche ha avuto con lui in India lo scorso anno, è stato deciso che sarebbe stato un altro lama di alto rango a presiedere la cerimonia di inaugurazione e consacrazione ufficiale in programma nell’ottobre di quest’anno.

 

Il giardino è disposto come una ruota del Dharma, con gli otto raggi emblema dell’Ottuplice Sentiero, il quale “insegna che la vera libertà nasce da una vita condotta in modo compassionevole e senza nuocere,” come si legge su un cartello che accoglie i visitatori nel parco, che è anche un orto botanico. Sopra i raggi siedono 1000 statue di buddha alte una sessantina di centimetri, rappresentazione dei mille Buddha che secondo la profezia dovrebbero fare la loro comparsa sulla Terra in questo eone. Sotto ciascuna statua è affissa una targhetta con un nome poetico, come Luce delle Buone Qualità, Suono Risonante, Significato Puro, Raggi di Loto e Fuoco Inebriante. All’interno del cerchio che le racchiude tutte e mille sono esposti gli insegnamenti del Sutra del Cuore in otto lingue, una per ciascuno dei raggi.

 

Il bordo esterno della ruota funge da base per 1000 stupa, i monumenti buddhisti dove tradizionalmente vengono custodite le reliquie sacre. Di dimensioni analoghe alle statue, contengono tutti una statuetta della divinità Tara, espressione dell’attività illuminata di tutti i buddha. Al centro della ruota campeggia invece una statua alta più di sette metri che ritrae Yum Chenmo, la «Grande Madre». Essa «rappresenta l’unione tra la grande compassione e la saggezza trascendente, che è l’illuminazione stessa». Statue e stupa portano al loro interno simboli di armonia e offerte alla Terra, quali pietre preziose, sabbia di tutti i continenti, acqua di tutti i mari, rimedi per la salute e mantra.

 

Alcuni dei mille Buddha che poggiano sugli otto raggi della grande ruota del Dharma nel giardino.

 

Il sole che filtra tra le nuvole illumina una parte dei mille stupa disposti lungo il bordo della grande ruota del dharma nel giardino. Ciascuno di questi reliquiari tipici della tradizione buddhista contiene una statuetta della divinità Tara.

 

L’ultima statua di Buddha è stata posata circa sette anni fa grazie alla generosità dei donatori, molti dei quali sono citati sui monumenti che hanno contribuito a creare. Altri hanno fatto apporre sulle targhe i nomi di persone e, in alcuni casi, di animali domestici a loro cari, come ‘Sacajawea e tutte le donne del mondo’ o Slug, un gatto. Ci sono anche donatori che semplicemente hanno firmato le statue con una benedizione, come «Pace, Amore e Luce per tutti».

 

All’interno e all’esterno di questa enorme ruota del Dharma si trovano un’infinità di simboli della pace, tra cui un placido laghetto e 1000 piante e alberi che crescono come esempio di «salvaguardia e ricostituzione» dell’ambiente. Su una collina che si erge proprio sopra il giardino sventolano al vento variopinte bandiere di preghiera. Non meno significative sono le sculture più piccole che si incontrano lungo i vialetti, come le rocce che recano incisa la saggezza del Buddha. Su una in particolare si legge: «Apriti alla vita e la vita sarà più semplice. Un cucchiaio di sale in un bicchiere d’acqua rende l’acqua imbevibile. Un cucchiaio di sale in un lago passa inosservato».

 

*

 

Le tre tribù che vivono nella Flathead Reservation — i Bitterroot Salish, gli Upper Pend d’Oreille e i Kootenai— sono davvero amichevoli, dice McDonald, e questa loro apertura agli altri fa sì che «tutti i gruppi religiosi siano sempre i benvenuti qui». In passato, continua, la riserva ha visto giungere seguaci di diversi credi, tra cui una comunità di amish, mennoniti, battisti tedeschi e mormoni. Dunque, in un territorio che negli ultimi secoli ha accolto continue ondate di nuovi arrivati, l’arrivo dei buddhisti non è stato visto affatto come un evento eccezionale.

 

La Flathead Reservation è una terra bellissima, così bella che nel 1904 il Congresso degli Stati Uniti approvò una legge, il Flathead Allotment Act, con cui aprì la strada all’insediamento di coloni non nativi, infrangendo l’ennesimo trattato stipulato con le tribù. Da allora, continua McDonald, «siamo un minoranza nella nostra stessa riserva».

 

Alcuni acquistano terreni incuranti delle tribù che ancora considerano questa la loro casa. Non così è stato per Rinpoche, che fin dall’inizio ha invitato i capi spirituali delle tribù ad accompagnarlo nel suo cammino, per esempio chiedendo loro di partecipare ai rituali della terra, che ha voluto fossero celebrati secondo la tradizione sia buddhista tibetana sia nativa americana. Durante una di queste cerimonie, Small Salmon ha così potuto concedere anche le sue benedizioni, alla guida di una speciale processione tenuta presso il giardino.

 

Il laghetto che si trova appena all’esterno della grande ruota del dharma del Garden of One Thousand Buddha, indicato sulla pianta del giardino come Guru Rinpoche’s Lake.

 

«Mi fa sentire bene», dice l’ottantaquattrenne esponente dei Pend d’Oreille a proposito del fatto di camminare a fianco dei tibetani. «Sa, è una specie di onore per me».

 

È questo il loro modo di tenere vivi i contatti.

 

«Rinpoche mi chiede sempre di me … ed è meraviglioso poter condividere le nostre storie», prosegue Small Salmon.

 

Stephen Lozar, un ex membro del consiglio delle Tribù confederate Salish e Kootenai si è mostrato entusiasta della presenza dei tibetani fin dal principio.

 

«Ero così eccitato che durante una riunione del consiglio mi sono messo a gridare», ha ricordato Lozar nel corso di una trasmissione televisiva nel 2011. «Credo che quella che ci viene offerta sia una straordinaria opportunità per creare legami di cooperazione tra culture che si fondano sulla pace, sulla sacralità di questa terra».

 

McDonald descrive i tibetani come persone «molto discrete», socievoli e rispettose. «E questo è esattamente ciò che tutti desideriamo, non è vero?», chiede parlando dei loro rapporti di vicinato. «Tutti vogliamo essere inclusivi, sentirci accolti ed essere rispettati. Quindi è una via a doppio senso, e io penso che loro la stiano percorrendo molto bene».

 

*

 

Quando insegna nel Garden of One Thousand Buddhas, Rinpoche alloggia in una modesta casetta nella proprietà, decorata internamente con una collezione di cristalli e manufatti tipici dell’arte tibetana, tra cui tessuti variopinti e oggetti in pelle ricamata. Molti di questi tesori hanno una straordinaria somiglianza con le creazioni dell’arte nativa americana, a partire dalla pietra turchese. I tibetani la considerano «una sorta di forza vitale», spiega Khenpo Namchak Dorji, il segretario di Rinpoche che ci fa da interprete.

 

Seduto accanto a loro, Tsering Karchungtsang, il direttore del giardino, tira la collana con un piccolo turchese che porta al collo e racconta di come i tibetani tengano questa pietra sacra sempre con sé. Karchungtsang rivede nei lineamenti e nell’aspetto dei vicini nativi americani i suoi nonni, capelli raccolti in trecce compresi. E quando partecipa ai loro powwow annuali, osservando le danze in cerchio e gli ornamenti piumati  — comuni anche nella cultura tibetana — dice di avvertire la profonda sensazione che la sua gente in quel momento sia lì a danzare con loro.

 

 

Statua di un’aquila che sembra sorvegliare il Garden of One Thousand Buddhas vicino alla collinetta su cui sventolano le bandiere di preghiera, dove alcune volpi hanno fatto la loro tana.

 

Rinpoche racconta che, il giorno in cui Small Salmon ha benedetto il Garden of One Thousand Buddhas, il fumo rituale della salvia che bruciava, il battere dei tamburi e l’invocazione degli antenati gli hanno ricordato le cerimonie che i praticanti del Bon, o sciamanesimo, eseguivano in Tibet prima dell’avvento del buddhismo. Oltre a questo, i tibetani condividono con i nativi americani l’usanza di far precedere ogni nuova costruzione da preghiere e offerte comuni, dice Karchungtsang. «Noi non partiamo subito con gli scavi», aggiunge — prima bisogna verificare che il progetto non abbia un impatto dannoso sulla terra e sulle persone che ci vivono da sempre.

 

Tutto ciò ha portato Rinpoche a dare credito alla teoria di alcuni scienziati secondo cui gli antenati delle popolazioni native americane odierne sarebbero giunti in Nord America attraverso un ponte di terra ora scomparso che collegava l’Asia e l’Alaska. Teoria che, se confermata, starebbe a significare che i legami tra tibetani e nativi americani sono antichissimi.

 

Ma le affinità non si limitano alle sole tradizioni culturali. Ad accomunare i due gruppi c’è anche la tragica esperienza delle persecuzioni. In Tibet la cultura tradizionale è soffocata  da oltre 70 anni, da quando i cinesi invasero il paese  causando la morte di circa 1,2 milioni di tibetani. Il Dalai Lama, costretto a fuggire, vive in esilio dal 1959. Nel continente americano, milioni di popoli indigeni sono stati vittime di un genocidio che si è protratto per secoli.

 

«Siamo molto solidali con tutti quelli che hanno conosciuto l’oppressione come noi. Ci immedesimiamo in loro», dice McDonald. «Molti nostri membri avvertono questo tipo di pressione tutti i giorni, si manifesti sotto forma di razzismo, di prevaricazione o di conformismo alla cultura dominante».

 

Per Small Salmon il trauma iniziò da ragazzo, quando finì in un collegio riservato ai nativi americani. Strappato alla sua famiglia, a scuola fu oggetto di ripetuti abusi e gli fu proibito di parlare la sua lingua. Oggi, all’età di 84 anni, insegna la lingua salish ai bambini della riserva in una scuola nei pressi del Garden of One Thousand Buddhas.

 

«Tra molte difficoltà, Stephen sta cercando di tramandare la sua lingua e la sua cultura, proprio come fa Rinpoche con la sua gente», dice Juanita. «Entrambi si stanno impegnando davvero a fondo per salvare le loro culture e le relative pratiche. È come se le loro vite corressero su binari paralleli».

 

*

 

Poco a nord del Garden of One Thousand Buddhas si trova quello che potremmo definire un altro giardino della pace: la Bison Range. Chiamata un tempo National Bison Range, da due anni è passata sotto la completa amministrazione delle Tribù confederate Salish e Kootenai.

 

Il cambio di gestione ha riportato questo territorio protetto sotto l’originaria potestà indigena. Istituito nel 1908, l’allora National Bison Range — quasi 7500 ettari al centro della Flathead Reservation — nacque per proteggere i bisonti che intorno al 1870 erano stati portati nella regione da un uomo di nome Little Falcon Robe (Robe Piccolo Falco). Membro della tribù dei Ql̓ispé (noti anche come Kalispel o Pend d’Oreille), Little Falcon aveva attraversato il Continental Divide con alcuni piccoli di bisonte rimasti senza madre e li aveva condotti fino a Flathead, in un’epoca in cui i massacri perpetrati dai coloni bianchi avevano ridotto i bisonti delle pianure sull’orlo dell’estinzione. All’inizio del 1900 gli esemplari di quella mandria erano stati utilizzati anche per risollevare la popolazione in calo dello Yellowstone National Park.

 

Un piccolo di bisonte con la madre nella Bison Range, un’area protetta di quasi 7500 ettari nella Flathead Reservation, dove questi animali vivono in libertà.Martin Charlo, membro del consiglio delle Tribù confederate Salish e Kootenai Tribes, nella Bison Range.

 

Martin Charlo, membro del consiglio delle Tribù confederate Salish e Kootenai, pone in relazione la generosità della sua tribù con quella dei tibetani che si prendono cura del Garden of One Thousand Buddhas.

 

«Oltre a comportarci da buoni vicini, stiamo cercando di favorire lo stanziamento di altre mandrie nel Montana orientale. … Siamo sempre disponibili a scambiarci conoscenze e risorse, se possibile», dice Charlo, scrutando con lo sguardo la Bison Range. «Credo che nel giardino laggiù funzioni allo stesso modo».

 

Ai piedi di ciascuna delle mille statue di buddha si leggono le parole «Possano tutti gli esseri trarne beneficio!» Pensiero, questo, che si estende anche alle creature più piccole, come gli insetti, spiega Karchungtsang. Lui personalmente si dice contento che una famiglia di volpi abbia trovato rifugio intorno alla collinetta su cui sventolano le bandiere di preghiera del giardino. Le volpi sono un incubo per certi agricoltori della zona, ma i tibetani, come i nativi americani, dice Rinpoche, attribuiscono un simbolismo sacro agli animali, aquile e falchi compresi.

 

Uccello posato sulla testa di una statua di Buddha.

 

Uno degli animali più venerati della Bison Range era un raro esemplare di bisonte bianco di nome Big Medicine, così chiamato perché la sua nascita era stata un dono. Dopo la sua morte, avvenuta nello stesso anno in cui il Dalai Lama fu costretto all’esilio, il corpo dell’animale fu trasferito a Helena ed esposto in un museo. Dietro le insistenti richieste delle tribù, lo scorso anno la Montana Historical Society ha acconsentito a restituire il bisonte bianco alla sua terra d’origine, dove la Flathead Reservation probabilmente aprirà un centro visitatori.

 

Lo scorso anno, riferendosi a Big Medicine, Rick Eneas, responsabile amministrativo delle Tribù confederate Salish e Kootenai, ha dichiarato: «Un simbolo come questo ci rende orgogliosi di chi siamo e ci aiuterà a capire chi potremo essere in futuro».

 

Lo stesso si può dire per il Garden of One Thousand Buddhas. Comprendere il legame dell’uomo con la Terra e con la sorgente divina è ciò per cui entrambi i gruppi si battono, dice Juanita.

 

«Questi insegnamenti sono davvero importanti, vengano dal giardino o dai nativi americani», conclude. «Tutti abbiamo bisogno di imparare».

Idee

  • Carmen Kohlruss è una scrittrice con la passione per le storie che trattano di relazioni umane e incentivano le esplorazioni. Ha vinto numerosi premi giornalistici, tra cui un Best of the West. È l’amore per la natura e per le nuove scoperte a ispirare i suoi viaggi, affrontati sempre con entusiasmo.

  • Craig Kohlruss è un affermato fororeporter che lavora nel settore della stampa quotidiana da 34 anni. Dal 1999 fa parte della redazione fotografica del quotidiano The Fresno Bee. Nel corso della sua carriera ha ottenuto riconoscimenti dalla National Press Photographers Association, dalla California News Publishers Association, dalla California Press Photographers Association e da altre associazioni di stampa.

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