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La Sala dell'oro del tempio di Miidera a Otsu, 663highland, CC BY-SA 3.0 , via Wikimedia Commons

Miidera: un giorno di dicembre

Tempo di lettura: 6 minuti

C’era una volta, in un lontano villaggio, un uomo che faceva il cacciatore di professione. Una sera, mentre era in montagna, si scatenò un terribile acquazzone con vento e fulmini. La pioggia, che non accennava a cessare, costrinse l’uomo a rifugiarsi in un piccolo tempio immerso nel bosco. Era stanco, stremato dal freddo e non potendo andare da nessuna parte decise di rimanere lì ad aspettare che il tempo cambiasse. Stava cominciando ad addormentarsi quando, all’improvviso, sentì in lontananza dei passi pesanti sul sentiero. Quei passi si fermarono proprio davanti all’ingresso del romitorio. S’impaurì… e se si fosse trattato di un orso? Subito afferrò l’arco per essere pronto a qualsiasi evenienza. Ma non era un orso… il cacciatore si stropicciò gli occhi per la sorpresa: sulla soglia del tempio si era stagliata una figura umana gigantesca che subito si mise a parlare con qualcuno che sembrava risiedesse in quel luogo santo. Ma chi erano quei personaggi?  Il cacciatore, in quel momento non poteva saperlo, ma la figura misteriosa da poco arrivata era il bodhisattva Kannon[1] e la persona con la quale stava parlando era il Jizō [2] venerato in  quel santuario. Il cacciatore si mise ad ascoltare i loro discorsi.

All’inizio non capì, ma poi gli sembrò che Kannon bosatsu stesse parlando di alcune nascite avvenute nel vicino villaggio.  Sai – stava dicendo Kannon – il parto è stato facile perché sono arrivato in tempo. Talvolta, il successo e la fortuna nella vita di bambini e bambine dipende dal loro momento di nascita. Nella prima famiglia dove mi sono recato hanno avuto un bimbo maschio. Ma, proprio nella casa accanto, ho aiutato una madre a far venire alla luce una bella bambina. Sono nati più o meno nello stesso istante, ma le loro fortune andranno in maniera assolutamente diversa. La bimba è nata per fare una vita agiata, ma il ragazzo è destinato alla povertà. Sarà davvero sfortunato! Ma forse, senza saperlo, la sua sfortuna sarà di beneficio agli altri. Allora il Jizō, incuriosito da quelle parole, gli rivolse una domanda: Come è possibile che i due bimbi, nati quasi nello stesso istante, abbiano destini così diversi? E Kannon sorridendo rispose: Direi che è come il canto del gallo. La prima parte del suo richiamo è piena di forza, spirito e vigore; l’ultima parte invece è smorta e va a spegnersi. La fortuna del ragazzo è pari al valore di tre bambù, invece quella della giovane sarà di mille sacchi di riso! Il cacciatore, ascoltando quel discorso, da tanti piccoli particolari, si rese conto che Kannon stava parlando del parto di sua moglie e, con tutte il cuore, sperò che la moglie avesse partorito una femmina. Passarono le ore… i due misteriosi personaggi erano ormai scomparsi e dopo la tempesta tornò il sereno. Guardando fuori dal tempietto, il cacciatore vide che le stelle stavano brillando luminose. Così, in fretta, si mise in cammino per tornare a casa.  Davanti alla porta della propria abitazione, la prima cosa che udì fu il pianto di un neonato. Subito chiese alla moglie se fosse una femmina. Ma, con suo grande dispiacere, seppe che era nato un maschio. Che vita miserabile avrebbe avuto! A quel pensiero cominciò a piangere e a tremare. La moglie impaurita gli chiese il motivo di quella strana reazione. Allora, il cacciatore le raccontò del discorso che aveva udito nel tempietto montano. Il destino della loro famiglia sembrava segnato dalla sfortuna, mentre quello della casa accanto era stato baciato dalla buona sorte! I due pensarono così di fare qualcosa per cercare di cambiare gli eventi. Il giorno dopo, il cacciatore andò a parlare con il vicino che sembrava molto dispiaciuto di essere diventato il padre di una bambina[3]. Con discrezione, il cacciatore gli disse che, in nome dell’antica amicizia, sarebbe stato ben disposto ad organizzare un fidanzamento tra i loro due figli appena nati.  E così fu. Poi i due ragazzi crebbero ed infine si sposarono. Ma il giovane non seppe trovarsi un lavoro. Sapeva solo intrecciare i bambù per farne ceste per la vagliatura. Trascorreva la sua vita fabbricando ceste e cercando di venderle.  La coppia era povera e con il tempo lo divenne sempre di più.  Quando, in preda alla depressione, il giovane smise del tutto di fabbricare le ceste, la moglie decise di abbandonarlo… fu una scelta terribile, ma era meglio che morire di fame. Così se ne andò di casa senza avvertire nessuno, nemmeno i genitori.

La giovane si recò nella città di Ōtsu [4] e, dato che era piuttosto bella, trovò subito un impiego in una casa benestante. Il caso volle che all’anziano proprietario di quella casa fosse da poco morta la moglie; la giovane gli piacque e decise di sposarla. Nel frattempo, nel lontano villaggio, la salute del giovane abbandonato cominciò a migliorare tanto che cominciò a pensare che fosse stata la donna che aveva sposato a portargli sfortuna. Con quel pensiero in testa, ricominciò con impegno e passione a fabbricare ceste di bambù per la vagliatura. Un giorno, si recò al mercato di Ōtsu con un carrello pieno di quelle ceste; voleva venderle e avrebbe fatto di tutto per guadagnare qualche soldino. Stava mostrando la sua mercanzia, quando, all’improvviso, con la coda dell’occhio, nel cortile di una grande casa vide una donna che le sembrò del tutto simile alla sua ex-moglie. Anche lei lo notò…  i due si scambiarono una rapida occhiata. La giovane, anche se ormai era diventata una ricca dama di buona reputazione, presa dalla pietà decise di aiutarlo e gli comprò tutti i cesti. E così continuò a fare ogni volta che l’ex-marito tornava al mercato della città per cercare di vendere i suoi cesti.  Passò del tempo e, un bel giorno, la donna pensò di dargli del denaro, senza offenderlo, ma anche senza dirlo al marito. Spalmò un bello strato di pasta di fagioli rossi [5] su una filza di monete e lo diede al povero venditore di ceste. Il giovane tornò a casa con quel regalo. In verità, era per lui una novità; infatti non aveva mai assaggiato la pasta di fagioli…  fino a quel momento si era accontentato solo di qualche ciotola di riso. Per la fame, infilò con foga le sue bacchette[6]  nella pasta di fagioli, ma sorpresa… sentì una certa resistenza e un rumore metallico, come un clic. Allarmato, pensò che quella pasta non fosse buona e la dette ad un mendicante che stava passando vicino alla sua abitazione. Il giovane col tempo smise di nuovo di fabbricare le ceste e dopo poco morì di stenti.

Che storia triste direte voi… certo non è una storia allegra. Ma state a sentire cosa accadde dopo qualche tempo. Un giorno, scoppiò un grande incendio nel tempio di Kannon a Ōtsu. Non c’erano condutture per l’acqua e tutto sembrava ormai perso, quando qualcuno si ricordò della gran quantità di ceste per la vagliatura abbandonate in un magazzino nella casa del ricco possidente.  Tutti corsero a prenderle e con quelle piene d’acqua riuscirono a spegnere l’incendio. Il tempio fu salvo. Da allora fu chiamato Miidera[7] ossia: Tempio delle ceste per la vagliatura.

Cosa possiamo dire a conclusione di questa storia? Nessuno, in questo nostro mondo, sa il motivo della propria nascita e, talvolta, ciò che è sfortunato per qualcuno può portare benefici agli altri.

Namu Kannon bosatsu!


[1]  Avalokiteśvara (cin.: Guanyin; giap.:  Kannon). È un  bodhisattva (in giap.: bosatsu) associato al principio della compassione e figura popolare del pantheon del  Buddhismo Mahāyāna. Il significato del Suo nome è stato interpretato in vari modi. La teoria più diffusa sostiene che la parola Avalokiteśvara sia un composto derivato dai termini sanscriti avalokita ed iśvara, che può essere tradotto come il Signore che contempla, il Signore che osserva. La traduzione cinese e giapponese Guanyin (giap.: Kannon), può invece essere tradotta come: Colui che percepisce i suoni (del mondo).  Adorato ed invocato sia in forma maschile che femminile, si ritiene che quell’Essere celeste salvi dai pericoli mortali,vegli su tutti gli esseri viventi e ascolti le loro grida di sofferenza ed angoscia. Secondo alcuni testi del Mahāyāna, come il Sūtra del Loto o il Karandavyūha sūtra, risponderebbe immediatamente agli appelli di coloro che sono in grave necessità, donerebbe  prosperità, curerebbe le malattie, garantirebbe una vita lunga e felice, aiuterebbe le donne a rimanere incinta, le proteggerebbe durante il parto e si prenderebbe cura dei nascituri.

[2] Ksitigharba (cin.: Dizang; giap.: Jizō). Il suo nome deriva dal termine sanscrito   ksiti, ossia: terrae garbha, letteralmente: ventre, utero. Ksitigarbha così significherebbe   Matrice/grembo della terra. Come Avalokiteśvara,quel bodhisattva avrebbe fatto voto di  non raggiungere lo stato di Buddha fino a che tutti gli inferi non si fossero svuotati.  Secondo la tradizione avrebbe il compito di salvare le persone nel periodo successivo alla morte del Buddha Śākyamuni, fino all’Illuminazione del bodhisattva Maitreya. Nelle tradizioni popolari cinesi, ma anche in Giappone, si ritenne che avesse il potere di garantire la longevità e di favorire il parto. Fu anche considerato il protettore dei viandanti. Vedi Silvio Calzolari, Il bodhisattva Ksitigharba in Cina e nell’Asia centrale, in  Gate, il portale del Buddhismo italiano.   

[3]  Nell’antico Giappone, specialmente durante l’epoca di Edo (1603- 1868), si prediligeva avere figli maschi rispetto alle femmine. Questo perché i maschi crescendo avrebbero potuto essere di supporto alla famiglia e alla comunità. Avere un figlio non era solo un atto d’amore ma anche, e soprattutto, un investimento per il futuro.

[4] Ōtsu. Capoluogo della Prefettura di Shiga. È situata sulle rive del lago Biwa, il più grande lago del Giappone.

[5] Anko. È una pasta dolce di fagioli rossi (azuki) spesso usata in cucina ed in modo particolare nella pasticceria. La pasta viene ottenuta facendo bollire i fagioli rossi, schiacciandoli e poi addolcendoli con lo zucchero.

[6] Hashi. Sono una coppia di piccoli bastoncini affusolati tradizionalmente usati come posate o utensili per il cibo. Generalmente sono in legno di bambù.

[7]  Miidera, ossia: il Tempio delle ceste per la vagliatura. Miidera, altro nome per indicare lo Onjōji, della Scuola buddhista Tendai, situato nella città di Ōtsu. Secondo la tradizione sarebbe stato edificato nel 672 da Ōtomo no Yotamaro, figlio del Principe Ōtomo. Fu restaurato nell’859 da Chishō (814-891), quinto Patriarca del Tendai.  Generalmente per scrivere il nome del Miidera si usa un ideogramma, dalle varie letture (yoi, shō, sei, ido ed i), che significa «pozzo».  Il suo significato sarebbe così: Tre pozzi (dal numero tre = mi+i e tera/dera, ossia: tempio).  Nella favola da noi tradotta   viene invece usato l’ideogramma mi  (oppure: minō) che significa vaglio, cesto per la vagliatura. Il nome Tre pozzi deriva invece dalle tre sorgenti del tempio che venivano usate per il bagno rituale dei neonati e per particolari cerimonie in onore degli Imperatori che avevano contribuito alla fondazione del tempio.

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