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Meditazione

Photo by Uta Scholl on Unsplash

Meditazione quotidiana

 

 

Una delle maggiori difficoltà per chi pratica la meditazione, per i principianti come per i più esperti, consiste nel mantenere una disciplina quotidiana.

 

Eppure un elemento cruciale della meditazione è proprio la quotidianità della pratica. Meditando ogni giorno si mantiene attivo lo spirito ed è possibile sviluppare gradualmente ma efficacemente la propria mente.

 

Quando si salta un giorno o più di meditazione, bisogna innanzitutto fare uno sforzo per riconnettersi, per così dire, alla pratica. Per questa ragione si rimane bloccati al punto di partenza.

 

Si comincia con un giorno, e a questo punto diventa più facile saltarne un altro, poi ancora uno ed ecco che senza accorgersene sono volate vie intere settimane.

 

Se nel momento in cui ce ne rendiamo conto siamo turbati da questa discontinuità perché credevamo di essere fortemente motivati nella nostra pratica della meditazione, a volte questo turbamento ci do la spinta per riprendere la pratica con un po’ più di costanza, ma spesso si tratta delle premesse di una lenta ma inesorabile interruzione completa.

 

Ci sono diversi modi per rafforzare la pratica e sviluppare le proprie qualità mentali grazie alla meditazione.

 

Qui ci concentreremo sui diversi aspetti mentali che contribuiscono a mantenere la capacità di meditare ogni giorno.

 

Rafforzare questi aspetti mentali può darci degli strumenti per consolidare e arricchire la nostra pratica quotidiana.

 

Gli aspetti mentali illustrati dal Buddha sono l’intenzione (cetanā), l’energia (viriya), la determinazione (adhiṭṭhāna), il pensiero (saṅkappa) e lo sforzo (vāyāma).

 

Analizziamo questi termini uno per uno.

 

 

Intenzione (cetanā)

Come osserva Bhikkhu Bodhi nel suo Manuale completo dell’Abhidhamma:

«Cetanā… è il fattore mentale che sovrintende all’attualizzazione di uno scopo, cioè l’aspetto conativo o volitivo della cognizione. Ecco perché lo traduciamo con “volizione”. Nei Commentari leggiamo che cetanā organizza i fattori mentali legati all’azione sull’oggetto. La sua caratteristica distintiva è lo stato di volontà, la sua funzione è l’accumulazione (kamma) e la sua manifestazione è la coordinazione. La sua causa diretta è costituita dagli stati connessi. Come un capoclasse ripete la lezione e la fa ripetere anche gli altri allievi, così quando la volizione inizia a lavorare sul proprio oggetto, fa in modo che anche gli stati connessi svolgano i propri compiti. La volizione è il fattore mentale più significativo nella produzione del kamma, poiché è la volizione a determinare la qualità etica dell’azione».

Per queste ragioni, l’intenzione è uno degli argomenti più importanti dellinsegnamento buddhista.

 

Secondo il Buddha, il karma è l’intenzione. Spesso in Occidente si crede erroneamente che il karma sia il risultato di un’azione, quando in realtà è la causa, la forza motrice che deriva dalla nostra intenzione.

 

Come i semi nel terreno hanno la potenzialità di germogliare e crescere diventando una pianta completamente sviluppata in presenza di luce, acqua e sostanze nutritive, così anche il karma è l’energia potenziale generata dalla mente da cui in presenza delle giuste condizioni sorgono i risultati (vipāka). E come da un seme di arancia non cresce un melo ma un arancio, così il karma salutare è causa di risultati salutari (cioè che portano alla liberazione) e il karma non salutare è causa di risultati non salutari (cioè che allontanano dalla liberazione).

 

Ecco allora che la qualità etica è determinata dall’intenzione, salutare o non salutare.

 

In questo senso, è la nostra intenzione a guidare la nostra vita, a stabilire la direzione che seguiamo nella meditazione e nell’impegno che investiamo nella pratica, e a determinare la meta che vogliamo e possiamo raggiungere.

 

È chiaro quindi che l’intenzione abbia un’importanza cruciale quando si tratta della nostra capacità di sederci a meditare ogni giorno, esercitando quotidianamente la disciplina necessaria.

 

Per rafforzare l’intenzione di meditare ogni giorno, è bene ripetere regolarmente la propria intenzione, mentalmente o ad alta voce.

 

Quando la quotidianità della meditazione diventata qualcosa di naturale, l’intenzione può essere pian piano rivolta verso obiettivi più elevati.

 

In questo modo, cambiamo gradualmente la direzione della nostra intenzione, e di conseguenza anche i risultati che prima o poi arriveranno.

 

Concludiamo la spiegazione della cetanā richiamandoci alla potenza dell’intenzione espressa dalBuddha stesso (AN 2:5):

«Volentieri lascerei che la carne e il sangue del mio corpo si asciugassero, e che non rimanesse altro se non la pelle, i tendini e le ossa, ma se non ho raggiunto ciò che può essere raggiunto con la fermezza dell’uomo, la perseveranza dell’uomo, l’impegno dell’uomo, non ci sarà alcun cedimento della mia perseveranza».

 

Energia (viriya)

Ahba traduce viriya nel contesto della meditazione come «molti molti tentativi». In altre parole, investire continuamente energia nel processo meditativo.

 

Qualunque cosa accada – non succede nulla e subentra la noia, oppure il cammino appare difficile o molto piacevole – continuiamo a praticare pazientemente ogni giorno, anno dopo anno.

 

È l’approccio a quello dell’«uomo d’affari», che cerca un risultato immediatamente apprezzabile dei propri sforzi. Questo approccio non si applica allo sforzo meditativo sul sentiero buddhista. È impossibile giudicare o valutare i nostri progressi perché non possiamo vedere il percorso nella sua interezza, e dunque a maggior ragione non possiamo neppure sapere a che punto ci troviamo.

 

Quindi viriya è la qualità mentale del provare e riprovare, e la si può trovare in molti luoghi diversi dell’insegnamento del Buddha, che ne evidenziano i diversi aspetti.

 

È il fattore mentale alla base dei quattro sforzi (cattāro sammappadhānā), che ritroveremo più avanti nella forma del sammā-vāyāma (Retto Sforzo).

 

L’energia è legata alla concentrazione (samādhi), ed è una delle iddhi-pāda (vie della grande forza). Questa facoltà mentale è sia la base dei poteri soprannaturali che si possono acquisire attraverso lo sforzo meditativo, sia il potere spirituale con cui si compiono i passi sul cammino verso la liberazione.

 

Essendo una delle facoltà spirituali o di controllo dei fenomeni mentali (indriya), viriya esercita il controllo sulla mente. È l’energia sostenuta durante la meditazione e va bilanciata con la concentrazione (samādhi) per non scivolare nell’agitazione e nell’entusiasmo.

 

Sviluppando viriya e gli altri quattro indriya, questi fenomeni, che possono ancora rivelare delle turbolenze allo stadio di indriya, diventano pian piano forze incrollabili (bala) che, in completa armonia, si orientano in un’unica direzione, quella della liberazione.

 

Anche lo sviluppo di viriya è una delle qualità che vanno essere sviluppate lentamente ma con costanza, di vita in vita, fino al livello di perfezione (paramī) per raggiungere la liberazione.

 

Chi sviluppa viriya con continuità e in equilibrio con samādhi (concentrazione) praticando ripetutamente la meditazione samatha su buddho lavora su questo paramī¸ fino ad accedere al risveglio alla realtà come fattore maturo e pienamente equilibrato e armonioso di illuminazione (bojjhanga).

 

Ma tutto inizia provando con molta pazienza, ogni giorno, più e più volte, lentamente e con costanza. Non c’è altro modo, infatti, per sviluppare questa importante qualità, che è essenziale nel cammino meditativo buddhista.

 

 

Determinazione (adhiṭṭhāna)

Il miglior esempio di adhiṭṭhāna è la vita del Buddha stesso. Soffermiamoci su due diversi aspetti.

 

In primo luogo, nelle sue vite precedenti come Bodhisattva (colui che è destinato a diventare un Buddha in una vita futura), durante gli innumerevoli universi che si sono succeduti, il Buddha ha compiuto uno sforzo incessante per sviluppare i suoi paramī (perfezioni).

 

Immaginiamo non un anno di sforzi, non una vita, ma innumerevoli vite, un numero pressoché infinito di vite. Guidati dalla determinazione a raggiungere il massimo possibile.

 

In secondo luogo, durante la sua ultima vita, Siddharta Gautama fece uno sforzo quasi sovrumano per raggiungere la completa liberazione della propria mente. Non c’era nessuno a mostrargli la strada: c’era solo la sua determinazione a porre fine una volta per tutte all’insoddisfazione dell’esistenza.

 

Questa determinazione, che anche per noi comuni mortali può diventare una potente energia interiore sul cammino della liberazione, si traduce in quattro obiettivi specifici, ossia la determinazione a sviluppare la saggezza (paññā), la verità o onestà (sacca), il lasciare andare (cāga) e la calma (upasama).

 

In altre parole, la determinazione a sviluppare un comportamento morale (sīla) e la concentrazione (samādhi).

 

È attraverso la pratica di sīla e samādhi che la mente assume purezza, chiarezza e calma, condizioni che permettono di vedere la realtà e far sorgere la saggezza (paññā). La saggezza è condizione della pratica del lasciare andare (cāga), e permette di liberarsi e raggiungere la completa quiete (upasama).

 

Pertanto, coltiviamo la determinazione nella pratica quotidiana di sīla e samatha e della meditazione su buddho, guardando al Buddha come massimo esempio, perché non c’è nessun altro a parte noi stessi che può sviluppare la nostra mente e infine liberarla.

 

 

Pensiero (saṅkappa)

Il Saṅkappa è a tal punto importante che è un elemento dell’Ottuplice Sentiero, il nucleo della pratica buddhista, come sammā-saṅkappa (Retto Pensiero o anche Retta Intenzione).

 

Come cetanā, infatti, anche saṅkappa si può tradurre «intenzione», ma qui il termine rinvia a un altro aspetto. In questo senso, il significato di saṅkappa è particolarmente vicino a quello di vitakka (attenzione iniziale su un oggetto).

 

È un elemento degno di nota perché vitakka è un elemento importante per qualunque praticante. Consiste infatti nel portare costantemente la mente all’oggetto della meditazione, ed è uno dei fattori di jhāna, fattori mentali che concorrono al raggiungimento di una concentrazione molto profonda. Saṅkappa in questo senso significa anche «intenzionalità», con riferimento all’intenzione di fare qualcosa (ecco perché può essere tradotto anche «intenzione»).

 

Riguardo a Sammā-sakappa, il Buddha insegna:

«Che cos’è il Retto Pensiero (sammā-saṅkappa)? Il pensiero libero dal desiderio (nekkhamma-saṅkappa), il pensiero libero dalla cattiva volontà (abyāpāda-saṅkappa), il pensiero libero dalla crudeltà (avihiṃsā-saṅkappa). Questo è il Retto Pensiero» (DN 22).

Se facciamo riferimento a quanto abbiamo chiarito sulla traduzione di saṅkappa, possiamo vedere che il significato dell’insegnamento del Buddha coniste nel mostrare come il modo giusto di dirigere intenzionalmente i propri pensieri è libero da desiderio, cattiva volontà e crudeltà.

 

Nella meditazione samatha su buddho, questo aspetto è costantemente oggetto di pratica durante la meditazione.

 

La meditazione samatha  permette di sviluppare vitakka, il potere che sottende il pensiero, che pian piano permette di porre pone fine (temporaneamente) ai cinque ostacoli mentali (pañca nīvaraṇāni), purificando così la mente.

 

La mente pura è in grado di abbracciare la rinuncia (nekkhamma) e la gentilezza amorevole (mettā) e può quindi essere libera dal desiderio, dalla cattiva volontà e dalla crudeltà.

 

Se permettiamo alla mente di assaporare questi pensieri salutari durante la meditazione quotidiana, diventa gradualmente più naturale custodirli per il resto della giornata.

 

A mano a mano che la mente diventa sempre più libera dal desiderio, dalla cattiva volontà e dalla crudeltà, sperimentiamo maggiore contentezza e felicità. E la consapevolezza che questo è il risultato diretto dello sforzo meditativo rende più facile la disciplina quotidiana della pratica.

 

Chi ha difficoltà a meditare quotidianamente può dunque trovare utile riflettere su questi insegnamenti e sugli effetti duraturi della meditazione quotidiana.

 

 

Sforzo (vāyāma)

Anche vāyāma è un elemento dell’Ottuplice Sentiero come sammā-vāyāma (Retto Sforzo). Sammā-vāyāma viene spesso equiparato a viriya (energia). Viriya è la qualità mentale di base di cui sammā-vāyāma è espressione. Come sammā-vāyāma, lo sforzo presenta quattro aspetti, i cattāro sammappadhānā, come ad esempio si legge nel Magga-Vibhaṅga Sutta (SN 45:8):

«E che cos’è, monaci, il retto sforzo? Ecco, monaci, quando un monaco genera il desiderio, si sforza, si impegna, persevera e compie uno sforzo perché non emergano le qualità malvagie e non salutari che non sono ancora sorte… perché cessino le qualità malvagie e non salutari che sono sorte… perché emergano le qualità salutari che non sono ancora sorte… e perché si mantengano, si rafforzino, si consolidino, si sviluppino e raggiungano il loro culmine le qualità salutari che sono sorte: questo è il retto sforzo».

La difficoltà di praticare questo sforzo sta nel fatto che la mente deve essere abbastanza chiara e attenta da riconoscere sia le potenzialità e le tendenze della mente sia le sue qualità manifeste.

 

Per avere una visione tanto lucida della propria mente, è necessario che la consapevolezza (sati) sia molto forte.

 

Il rafforzamento di sati, tuttavia, presuppone a sua volta lo sforzo, ad esempio, nella pratica meditativa di samatha, in cui appunto si sviluppa sati.

 

Grazie all’esperienza acquisita con sati durante la meditazione, diventa più facile mantenere la consapevolezza per tutta la giornata. È un aspetto essenziale, perché rafforza la profondità del samādhi (concentrazione) durante la meditazione.

 

Ma non è un processo spontaneo. Richiede un lavoro quotidiano.

 

La mente tende a incanalare i processi nei percorsi noti, e per la maggior parte di noi di solito questi percorsi sono poco salutari, radicati nel desiderio, nell’odio e nell’ignoranza.

 

Non basta cercare rimedio a questo stato di cose ogni tanto, perché noi esseri umani siamo troppo condizionati. Chi vuole cambiare le cose, deve rimboccarsi le maniche. Giorno dopo giorno, con costanza.

 

 

Da dove iniziare

È un circolo quasi paradossale. Bisogna sforzarsi di sviluppare la mente per formare gli strumenti necessari a sviluppare ancora la mente.

 

Ma, per fortuna, questo circolo è «quasi» paradossale: in realtà si tratta di una spirale ascendente. Una spirale che richiede pazienza e gentilezza verso sé stessi.

 

Se continuiamo a provare, con piena determinazione, più e più volte, con un’intenzione mirata, indipendentemente dal risultato o da come vanno le cose, lo sviluppo della mente avverrà. Lentamente ma inesorabilmente, passo dopo passo.

 

Non con l’obiettivo di fare esperienze speciali o di sviluppare la saggezza il più rapidamente possibile. Ma con molta pazienza, con molto amore per noi stessi, sapendo che siamo sulla strada giusta e che prima o poi raggiungeremo la meta.

 

Se guardiamo al Buddha come grande esempio, che si tratti di un’altra vita, di dieci vite, di cento vite o di molto e molto più a lungo prima di raggiungere la grande pace del Nibbāna (in sanscrito: Nirvana) non importa. Tutto inizia con la pratica quotidiana, la meditazione quotidiana.

 

Meditazione

  • buddho.org è un sito dedicato alla pratica della meditazione samatha, animato da Herman Schreuder, discepolo di Ahba, un famoso maestro di meditazione birmano e abate di un grande monastero buddhista nel nord della Thailandia.

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