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Meditazione e generosità

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Diversi anni fa, una volta che Ajaan Suwat ha tenuto un ritiro presso l’IMS, gli ho fatto da interprete. Dopo il secondo o terzo giorno di ritiro si è rivolto a me e mi ha detto: «Ho notato che queste persone, quando meditano, sono estremamente torve». Bastava dare un’occhiata alla stanza per vedere che tutti se ne stavano seduti serissimi, con il volto teso e gli occhi ben chiusi. Sembrava quasi che avessero scritto Nirvana o morte sulla fronte.

Per lui quella cupezza nasceva dal fatto che qui in Occidente la maggior parte delle persone si avvicina alla meditazione buddhista senza avere ricevuto alcuna preparazione in altri insegnamenti buddhisti. Non hanno avuto nessuna esperienza di generosità in linea con gli insegnamenti del Buddha sul dono. E non hanno avuto nessuna esperienza nello sviluppo della virtù in linea con i precetti buddhisti. Si avvicinano agli insegnamenti del Buddha senza averli messi alla prova nella vita quotidiana, quindi non hanno la fiducia necessaria per superare gli aspetti più difficili della meditazione. Sentono di doversi affidare alla pura determinazione.

Se consideriamo il modo in cui la meditazione, la virtù e la generosità vengono insegnate in Occidente, è esattamente l’opposto dell’ordine in cui vengono insegnate in Asia. Qui ci si iscrive a un ritiro per imparare la meditazione e solo quando ci si presenta al centro di pratica si viene a sapere che durante il ritiro bisognerà osservare dei precetti. Poi, alla fine del ritiro, si scopre che prima di ritornare a casa bisognerà compiere un atto di generosità. È tutto al contrario.

In Thailandia, il primo contatto dei bambini con il buddhismo, una volta appreso il gesto del rispetto, riguarda il dono. Si vedono genitori che prendono per mano i loro figli quando un monaco passa per il giro delle elemosine, li sollevano e li aiutano a mettere un cucchiaio di riso nella ciotola del monaco. Col tempo, quando i bambini iniziano a farlo da soli, il gesto diventa sempre meno meccanico e, dopo un po’, iniziano a provare piacere nel dono.

All’inizio questo piacere può sembrare controintuitivo. L’idea che si possa essere felici regalando qualcosa non sorge in maniera spontanea nella mente di un bambino. Ma con la pratica si scopre che è vero. Dopo tutto, quando regali qualcosa, assumi una posizione di ricchezza. Il dono è la prova che hai più che abbastanza. Allo stesso tempo, ti dà un senso del tuo valore come persona. Sei in grado di aiutare altre persone. L’atto di donare genera anche un senso di spaziosità nella mente, perché il mondo in cui viviamo è creato dalle nostre azioni e l’atto di donare crea un mondo spazioso: un mondo in cui la generosità è un principio operativo, un mondo in cui le persone hanno più che abbastanza, abbastanza da condividere. E questo suscita una bella sensazione nella mente.

Da qui, i bambini vengono esposti alla virtù: la pratica dei precetti. E ancora, dal punto di vista di un bambino è controintuitivo pensare di essere felice rinunciando a certe cose che vorrebbe fare, per esempio prendere qualcosa o mentire per coprire l’imbarazzo o per proteggersi da critiche e punizioni. Ma con il tempo inizi a scoprire che sì, c’è un senso di felicità, c’è un senso di benessere che deriva dal fatto di tenere fede ai propri principi, di non dover coprire le bugie, di evitare le azioni non virtuose, di avere la sensazione che le azioni non virtuose non siano alla tua altezza.

Quindi, quando arrivi alla meditazione attraverso la via del dono e della virtù, hai già avuto modo di imparare che nel mondo esistono forme controintuitive di felicità. Quando vieni addestrato attraverso il contatto con gli insegnamenti del Buddha, impari la felicità più profonda che deriva dal dare, la felicità più profonda che deriva dall’astenersi da azioni non virtuose, per quanto tu possa desiderare di compierle. Quando arrivi alla meditazione, hai sviluppato un certo senso di fiducia nel fatto che finora il Buddha ha avuto ragione, quindi gli concedi il beneficio del dubbio sulla meditazione.

Questa fiducia è ciò che ti permette di superare molte delle difficoltà iniziali: le distrazioni, il dolore. Allo stesso tempo, la consapevolezza che deriva dalla generosità ti dà la giusta disposizione d’animo per la pratica della concentrazione, ti dà la giusta disposizione d’animo per la pratica dell’intuizione – perché quando ti siedi e ti concentri sul respiro, che tipo di mente hai? La mente che hai creato con le tue azioni generose e virtuose. Una mente spaziosa, non la mente ristretta di una persona che non ha abbastanza. È la mente spaziosa di una persona che ha più che abbastanza da condividere, la mente di una persona che non ha rimpianti o rimorsi per le azioni passate. Insomma, è la mente di una persona che si rende conto che la vera felicità non prevede una netta divisione tra il proprio benessere e quello degli altri.

L’idea che la felicità debba consistere nell’agire esclusivamente per i propri interessi egoistici o per gli altri sacrificando se stessi – la dicotomia tra le due cose – è qualcosa di molto occidentale, ma è antitetica agli insegnamenti del Buddha. Secondo gli insegnamenti del Buddha, la vera felicità è per sua natura destinata a diffondersi. Operando per il tuo vero bene, stai operando per il bene degli altri. E operando per il bene degli altri, operi per il tuo. Nell’atto di dare agli altri ottieni una ricompensa. Anche nell’atto di attenersi ai precetti, di attenersi ai propri principi, di proteggere gli altri dal proprio comportamento non abile, si ottiene un guadagno. Ci guadagni in consapevolezza; ci guadagni in termini di senso del valore della persona, di autostima. Proteggi te stesso.

Quindi arrivi alla meditazione pronto ad applicare gli stessi principi all’allenamento alla tranquillità e all’intuizione. Ti rendi conto che la meditazione non è un progetto egoistico. Sei seduto qui per cercare di comprendere la tua avidità, la tua rabbia e la tua illusione, cercando di prenderne il controllo – il che significa che non sei l’unica persona che trarrà beneficio dalla meditazione. Anche altre persone ne trarranno beneficio, anzi, ne stanno già beneficiando. A mano a mano che diventi più consapevole, più attento, più abile nel ridurre gli ostacoli nella tua mente, anche le altre persone sono meno soggette a questi ostacoli. Meno avidità, rabbia e illusione si manifestano nelle tue azioni e quindi le persone intorno a te soffrono meno. La tua meditazione è un dono per loro.

La qualità della generosità, che in pali si chiama caga, è presente in molti insegnamenti del Dhamma. Uno di questi è l’insieme delle pratiche che portano a una rinascita fortunata. Non si tratta solo della rinascita che avviene dopo la morte, ma anche degli stati dell’essere, degli stati mentali che crei di momento in momento e che attraversi momento per momento. Crei il mondo in cui vivi attraverso le tue azioni. Se sei generoso – non solo in termini materiali, ma anche con il tuo tempo, la tua energia, il tuo perdono, la tua volontà di essere equo e giusto con le altre persone – crei un bel mondo in cui vivere. Se le tue abitudini tendono più all’avarizia, creano un mondo molto ristretto, perché non c’è mai abbastanza. C’è sempre una mancanza di questo o di quello, o la paura che qualcosa ti sfugga o ti venga portato via. Quindi quello che crei quando non sei generoso è un mondo ristretto e pieno di paure, al contrario del mondo fiducioso e aperto che crei con gli atti di generosità.

La generosità è anche una delle forme di Nobile Ricchezza, perché cos’è la ricchezza se non la sensazione di avere più che abbastanza? Molte persone che sono materialmente povere sono, in termini di atteggiamento mentale, molto ricche. E molte persone che dispongono di una grande ricchezza materiale sono estremamente povere. Sono quelle che non hanno mai abbastanza: hanno sempre bisogno di più sicurezza, di più cose da accumulare. Sono le persone che devono costruire muri intorno alle loro case, che devono vivere in comunità recintate per paura che altri portino via quello che hanno. È un tipo di vita molto povera, un tipo di vita confinata. Ma praticando la generosità, ti rendi conto che puoi cavartela con poco e che c’è un piacere nel dare agli altri. Proprio lì c’è un senso di ricchezza. Hai più che abbastanza.

Allo stesso tempo abbatti le barriere. Le transazioni monetarie creano barriere. Se qualcuno ti dà qualcosa, devi restituirgli dei soldi, quindi c’è una barriera. Altrimenti, se non paghi, l’oggetto non passa oltre la barriera. Ma se qualcosa viene dato gratuitamente, si abbatte una barriera. Diventi parte della famiglia allargata di quella persona. In Thailandia, i monaci si rivolgono ai loro sostenitori laici con gli stessi appellativi che usano con i parenti. Il dono del sostegno crea un senso di parentela. Il monastero in cui ho soggiornato – e questo include sia i sostenitori laici che i monaci – era come una grande famiglia allargata. Questo vale per molti monasteri in Thailandia. C’è un’atmosfera di familiarità, una mancanza di confini.

Si parla tanto di «interconnessione». Molte volte questa nozione viene spiegata con l’insegnamento della generazione interdipendente, il che in realtà è un uso improprio dell’insegnamento. La generazione interdipendente insegna la connessione tra l’ignoranza e la sofferenza, tra il desiderio e la sofferenza. Si tratta di una connessione interna alla mente ed è un legame che bisogna recidere, perché fa sì che la sofferenza continui a ripetersi, in molti, molti cicli. Ma c’è un altro tipo di connessione, una connessione intenzionale, che avviene attraverso le nostre azioni. Si tratta delle connessioni del kamma. Ora, noi occidentali abbiamo spesso delle difficoltà con gli insegnamenti sul kamma, e forse è per questo che cerchiamo gli insegnamenti sull’interconnessione senza che si parli di kamma. Così andiamo a cercare altrove tra gli insegnamenti del Buddha per trovare un’altra logica o una base diversa per l’insegnamento sull’interconnessione, quando invece la vera base per il senso di interconnessione è il kamma. Quando interagisci con un’altra persona, si crea un legame.

Può trattarsi di una connessione positiva o negativa, a seconda dell’intenzione. Con la generosità crei una connessione positiva, una connessione utile, una connessione in cui sei contento che la barriera sia stata abbassata, una connessione in cui le cose buone possono fluire avanti e indietro. Se si tratta di kamma non abile, anche in questo caso stai creando una connessione, ma è un’apertura di cui prima o poi ti pentirai. Nel Dhammapada si dice che una mano senza ferita può tenere del veleno e senza subire danni. In altre parole, se non hai un kamma negativo, i risultati del kamma negativo non ti toccheranno. Ma se hai una ferita sulla mano, quando maneggi del veleno, questo penetrerà attraverso la ferita e ti ucciderà. Il kamma prodotto da azioni non abili è proprio questo, una ferita. È un’apertura che permette ai veleni di penetrare.

Funziona anche il principio opposto. Se c’è una connessione di comportamenti abili, si forma un legame positivo. Questo tipo di legame positivo ha inizio con la generosità e cresce con il dono della virtù. Come ha detto il Buddha, quando osservi i tuoi precetti a prescindere da tutto, senza eccezioni, è un dono di sicurezza per tutti gli esseri. Dai una sicurezza illimitata a tutti e quindi anche tu partecipi a questa sicurezza illimitata. Con il dono della meditazione, proteggi le altre persone dagli effetti della tua avidità, della tua rabbia e della tua illusione. E anche tu vieni protetto.

Ecco cosa fa la generosità: rende la tua mente più spaziosa e crea buoni legami con le persone che ti circondano. Scioglie i confini che altrimenti impedirebbero alla felicità di diffondersi.

Quando arrivi alla meditazione con questo stato d’animo, il modo di affrontare la meditazione cambia radicalmente. Molti si avvicinano alla meditazione con la domanda: «Cosa otterrò dal tempo che trascorrerò a meditare?». Soprattutto nel mondo moderno, il tempo è qualcosa di cui siamo molto poveri. Quindi la questione di ottenere, guadagnare, ricavare qualcosa dalla meditazione è sempre presente sullo sfondo. Il consiglio è di cancellare l’idea di un guadagno, ma questo è impossibile per chi l’ha coltivata come un’abitudine mentale. Se invece arrivi alla meditazione con l’esperienza della generosità, la domanda diventa: «Cosa posso dare alla meditazione?». Dai tutta la tua attenzione. Ti impegni, sei felice di impegnarti, perché hai imparato con l’esperienza che un buon impegno nella pratica del Dhamma porta buoni risultati. E così la povertà interna del «Cosa ci guadagno con questa meditazione?» viene cancellata. Arrivi alla meditazione con un senso di ricchezza: «Cosa posso dare a questa pratica?».

Ovviamente scoprirai che otterrai molto di più se inizierai con l’atteggiamento del dare. La mente è più aperta alle difficoltà: «E se dedicassi più tempo a questa pratica? E se la sera meditassi più a lungo di quanto non faccio di solito? E se mi alzassi prima al mattino? E se prestassi un’attenzione più costante a ciò che sto facendo? E se rimanessi seduto più a lungo anche quando il dolore si fa sentire?». La meditazione diventa quindi un atto di generosità e, naturalmente, i risultati arrivano lo stesso. Quando elimini il rancore nei confronti del tuo impegno o del tuo tempo, poni sempre meno limiti al processo di meditazione. In questo modo, anche i risultati saranno di certo meno rancorosi e più illimitati. Quindi è importante sviluppare la Nobile Ricchezza della generosità e portarla nella meditazione.

Nelle scritture si dice che quando ti scoraggi nella meditazione, quando la meditazione diventa arida, bisogna ripensare alla generosità del passato. Questo genera un senso di autostima, un senso di incoraggiamento. Naturalmente, a quale generosità puoi guardare se non c’è? Ecco perché è importante avvicinarsi alla meditazione dopo aver praticato la generosità con grande consapevolezza.

Spesso ci chiediamo: «Come faccio a portare la meditazione nel mondo?». Ma è altrettanto importante portare le buone qualità del mondo nella tua meditazione, le buone qualità della tua vita quotidiana, e svilupparle con regolarità. Ripensare agli atti di generosità del passato diventa sterile dopo un po’ se c’è stato un unico atto di generosità avvenuto molto tempo fa. Hai bisogno di nuova generosità per trovare incoraggiamento.

Ecco perché, quando il Buddha parla delle forme del merito, dice: «Non aver paura del merito, perché il merito è un’altra parola per indicare la felicità». La prima delle tre forme principali del merito è dana, il dono, che è l’espressione della generosità. Il dono della virtù si basa sul semplice atto di donare e il dono della meditazione si basa su entrambi.

Naturalmente, gran parte della meditazione consiste nel lasciar andare: lasciar andare le distrazioni, lasciar andare i pensieri non abili. Se sei abituato a lasciar andare le cose materiali, è molto più facile iniziare a sperimentare la possibilità di lasciar andare gli atteggiamenti mentali non virtuosi – cose che hai tenuto per così tanto tempo che pensi di averne bisogno, ma quando le guardi davvero scopri che non è così. Anzi, ti accorgi che sono un peso inutile che causa sofferenza. Quando vedi la sofferenza e il fatto che è inutile, puoi lasciarla andare. In questo modo, l’impulso a donare si protrae per tutta la pratica e ti rendi conto che non ti sta privando di nulla. È più simile a uno scambio. Dai via un oggetto materiale e ottieni qualità mentali generose. Dai via i tuoi difetti e ottieni la libertà.

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  • Ṭhānissaro Bhikkhu (1949) è un monaco buddhista di origine americana della Tradizione della Foresta Thailandese. Ha studiato per dieci anni con il maestro della foresta Ajahn Fuang Jotiko (a sua volta allievo di Ajahn Lee). Dal 1993 è abate del Monastero della Foresta Metta nella Contea di San Diego, in California, ilprimo monastero della Tradizione della Foresta Thai negli Stati Uniti, che ha fondato con Ajahn Suwat Suvaco.

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