Non c’è molto da dire, semplicemente ci si siede, si cura la postura e ci si abbandona.
Ecco le parole che dopo si sono andate a mescolare per sintetizzare quel che accade meditando tra le spume di una cascata, d’intorno alle sue mille mani delicate:
«La grande, vasta, ruscellante e spumeggiante cascata che sgorga dalla montagna dello Spirito riesce a raggiungere anche la mia piccola anima, questa modesta radice con qualche foglia. Più mi immergo nella pratica meditativa e comprendo la mia inconsistenza e più il respiro di questo flusso si irrobustisce. Sarò forse parte, un giorno, del canto della sorgente, quando avrò smesso di credere all’illusione dell’io che ora mi definisce cosi nettamente, rispetto al resto del creato e del vivente.»1
Sono parole che scrissi anni fa. Le sento ancora vive, ancora precise. Mi chiedo se certe richieste, o speranze, non siano retorica, una sfacciata ambizione che coglie l’homo cogigante e meditante senza rendersi poi conto che tutto quel che può fare è vero quanto il primo giorno in cui si inizia a fare qualcosa, che sia camminare, vagabondare, esplorare o meditare. Sono e resterò per la vita che mi resta un passero buddhista al suo primo perenne giorno di pratica? Per certi versi me lo auguro.
Esistono luoghi e luoghi, e per quanto sedere e ascoltarsi e ascoltare, possibilmente zittendosi, è fattibile ovunque, su un autobus mentre la mattina si va al lavoro quanto in cima al Monviso, strattonato da folate di vento, si cerca di arrivare a farlo in altri paesaggi, remoti, silenti, pacificati, ai piedi o nei pressi di una cascata è certamente uno dei luoghi più invitanti, perturbanti quanto rassicuranti. Quel brusio di lingue, quel frastuono di tuoni liquidi, quel frusciare continuo di tormenti che raggiunge profondità corporee che nessuna parola probabilmente riesce, credo, a perlustrare.
Una delle cascate più note del Piemonte porta un nome: La Frua. Siamo in cima alla Val Formazza, nell’omonimo comune, all’altitudine di 1805 metri (alcune fonti accertano quota 1675) ove le acque del Toce scavallano un piede di roccia e si esibiscono in un’ampia cascata spumeggiante.
I rivoli e le schiume si aprono a ventaglio sulle rocce scure, e figliano per circa 143 metri, andando poi a pacificarsi nel lago artificiale di Morasco, creato per alimentare una centrale idroelettrica. Il suo flusso in origine sarebbe ben più ampio, così come avviene alla maggior parte delle cascate italiane, ormai regimentate per i bisogni energetici della nostra specie. Ogni tanto il flusso viene aperto per mostrarne la portata, lo stesso accade ad altre cascate che andremo a visitare, quali le cascate del Serio in Valbondione, nella mia natia bergamasca, o le celebri poderose cascate della Marmora, nei dintorni della città di Terni. Le cascate che si esibiscono sui rilievi dell’arco alpino spesso richiedono camminate e allontanamenti dalle strade principali o dai comuni ma questo di certo è un motivo per andarle ad ascoltare, non un ostacolo.
Si può ammirare la cascata o dall’alto, raggiungendo il parcheggio sopraelevato dove è stato edificato quel curioso albergo che potete notare occhieggiare a lato del flusso della cascata, oppure dalla base della stessa cascata, attraversando a piedi un prato fino a un ponticello.
Quando le acque vengono finalmente liberate dalla cima il flusso di spume si amplifica e il disegno si allarga maestosamente ai fianchi, come se un enorme ragno tessesse la sua ragnatela argentata sulla spalla di un gigante addormentato. In una manciata di secondi il livello del rumore cresce, inizia quasi a ruggire, anche se mai come la portata delle cascate sulle Marmore, forse la più possente tra le nostre cascate.
Puntellandomi a un bastone socchiudo gli occhi e inizio ad ascoltare il volere delle acque: devi scorrere, tu devi scorrere, ogni cosa deve scorrere. Spesso meditando vicino alle acque in movimento mi sento trascinar via. Farei una certa strada, visto che il Toce percorrerà ben 84 chilometri prima di gettarsi, all’altezza di Verbania, nel lago Maggiore.
Mi chiedo spesso che cosa potevano pensare di queste manifestazioni della natura i nostri anziani, o meglio i nostri avi, secoli fa, quando la vita era per lo più tutta una fatica, quando la schiavitù esisteva anche se aveva altri nomi, e l’idea di libertà che ogni individuo possedeva e manipolava era ben distinta da quella assai comoda, e ampia, che noi oggi abbiamo l’enorme fortuna di scegliere, e forgiare. Chi mai duecento o trecento anni fa poteva alzarsi la mattina e andare a meditare nel bosco? Un monaco, un religioso di mestiere, di certo non un contadino, ammesso che si fosse potuto permettere una cultura spirituale adeguata, e di certo nemmeno i falegnami, i boscaioli, gli artigiani, quante professioni erano vincolanti, e poi perché mai una persona sarebbe dovuta uscire così presto, la mattina, all’alba magari, e come un poeta romantico inglese, andare in perlustrazione tra i resti di antiche torri o monasteri, nella bruma della Pianura Padana, o risalire i tornanti delle mulattiere che aggrediscono le foreste? Quante azioni diamo per scontate, ma lo sono oggi, per noi, per alcuni di noi, mai state prima, mai state la consuetudine per decine di generazioni, prima della nostra venuta al mondo.
1 – Queste parole sono state pubblicate nei miei libri Interrestràre (Lindau) e Sutra degli alberi (Piano B).
- La cascata del Serpente: ottava meditazione
- Il respiro della cascata della Pissa: settima meditazione
- La discreta cascata della Spissula: sesta meditazione
- Acqua Bianca e caldaie del Sesia: quinta meditazione
- Val di Rabbi: quarta meditazione
- La cascata della Frua: seconda meditazione
- La cascata di Isollaz: prima meditazione




